di PIERCAMILLO FALASCA – La tassa patrimoniale straordinaria avanza nel dibattito pubblico italiano. Ieri ci ha pensato Pellegrino Capaldo, docente di economia aziendale alla Sapienza, con un’intervista al Corriere della Sera in cui fornisce non solo l’idea, ma persino la tecnica e le motivazioni “etiche” (i benefici del boom immobiliare degli anni passati, con l’aumento del valore dei cespiti, andrebbe “restituito” alla collettività). A sinistra, in molti – in primis Giuliano Amato e Walter Veltroni – hanno trovato nella patrimoniale la chiave di volta per fare insieme i rigoristi e i redistribuzionisti. E c’è da scommettere che tra non molto anche a destra emergeranno dotte disquisizioni sulle magnifiche virtù di un esproprio pro-quota del patrimonio privato degli italiani. Sono mesi, d’altronde, che il Governo Berlusconi gioca col fuoco, teorizzando come la ricchezza privata sia una sorta di garanzia per la sostenibilità del debito pubblico.

Nessuno demonizza la tassazione degli immobili in sé. In un serio piano di riordino dell’architettura fiscale italiana, una traslazione del prelievo dal reddito alla proprietà non è inconcepibile, per molti versi è anzi auspicabile (reintrodurre l’ICI sulla prima casa per finanziare l’alleggerimento della tassazione del reddito, ad esempio, restituendo peraltro autonomia ai Comuni). Ma qui si parla di un’estorsione una tantum, non di altro.

Facciamo un sacrificio una volta – dicono i sostenitori della patrimoniale – e ci liberiamo di metà del debito pubblico e di quasi 40 miliardi di interessi annui. Sai quante cose facciamo con quel risparmio di spesa? Riduciamo le tasse, riformiamo il welfare, magari investiamo in ricerca e finanziamo le infrastrutture della banda larga… insomma, rilanciamo la crescita!”. Senza guardare al crollo dei valori immobiliari che la patrimoniale inevitabilmente comporterebbe, ci sono almeno due grandi domande cui lor signori dovrebbero rispondere.

Prima domanda. Proponendo la patrimoniale, costoro hanno forse una preferenza per questa forma di socializzazione forzosa del debito pubblico rispetto ad un piano di dismissioni del patrimonio dello Stato e degli enti locali, fatto di immobili (per centinaia di miliardi) e di ingenti partecipazioni pubbliche in una pletora di società di servizi? Perché non promuovere anzitutto una misura capace di abbattere di almeno 20 punti percentuali il valore del debito? Cosa c’è di sbagliato nelle “privatizzazioni” perché esse non precedano – temporalmente e concettualmente – ogni altro provvedimento?

Seconda domanda. E’ giusto un provvedimento che fa gravare su chi ha una casa l’irresponsabilità della politica e del settore pubblico di aver prodotto il debito e non aver saputo e voluto ridurlo negli anni? Evidentemente no, almeno per chi ha rispetto del risparmio degli italiani, cioè del loro lavoro, e della proprietà privata. Se una barca ha una falla, togliere un po’ d’acqua con il secchio rimanda il naufragio, non lo evita. Lo stato dei conti pubblici italiani è il frutto di una falla enorme – la voracità di un sistema pubblico spendaccione e inefficiente – che la patrimoniale non sanerebbe, ma premierebbe. E invece, proprio la responsabilizzazione della politica e della pubblica amministrazione è la chiave di volta per il futuro, a partire da un serio programma di riforme sistemiche e di riduzione di spesa corrente (i margini ci sono, ampi) e dalla costituzionalizzazione dei limiti di spesa pubblica.

Consigli per la lettura: il commento di Francesco Forte all’idea di Capaldo, sul Foglio