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La Grande Recessione era evitabile. Ora attendiamo la prossima

– Pubblicate le anticipazioni dei risultati della Federal Crisis Inquiry Commission, il panel congressuale bipartisan creato nel 2009 per indagare le cause del collasso finanziario del paese. Risultati che definiremmo intellettualmente onesti o perlomeno sufficientemente commonsense, malgrado il tentativo dei Repubblicani di riscrivere la storia in modo orwelliano. Cosa è andato storto, quindi? Tutto, in estrema sintesi.

Ad esempio, il rifiuto di Alan Greenspan di adempiere ai suoi compiti di vigilanza e regolazione, ai quali egli non credeva, da buon randiano degenerato. Questa benevola negligenza, nell’attesa che la mano invisibile del mercato inserisse il suo leggendario pilota automatico ha permesso alla bolla finanziaria di espandersi, portando i prezzi delle case a livelli insostenibili. Ma ce n’è anche per l’attuale boss della Fed, Ben Bernanke, che la crisi proprio non l’ha vista arrivare; per l’Amministrazione Bush, la cui risposta inconsistente (dapprima salvando Bear Stearns poi lasciando Lehman al proprio destino) ha alimentato incertezza e panico.

Biasimo d’ordinanza anche per Larry Summers, che da segretario al Tesoro dell’Amministrazione Clinton si è attivamente adoperato per lasciare i derivati fuori dalla sfera della regolazione; per Timothy Geithner, che da presidente della Fed di New York ha fallito nel “contenere gli eccessi di Citigroup nel percorso di maturazione della crisi”. Senza contare che, un mese prima dell’implosione di Lehman, il povero Timmy era all’oscuro dell’esposizione in derivati di Lehman.

Menzione anche per i tassi d’interesse molto bassi perseguiti dalla Fed dal 2001, che “hanno creato maggiori rischi”, ma che secondo la FCIC non sarebbero la principale determinante della crisi. C’è anche una chicca: dal 1999 al 2008 il settore finanziario ha speso 2,7 miliardi di dollari in attività di lobbying, mentre privati e comitati affiliati al settore hanno ottenuto oltre un miliardo di dollari in contributi alle campagne elettorali. La più classica e perversa forma di cattura regolatoria.

Non manca il biasimo alle agenzie di rating, che hanno assegnato il più elevato merito di credito a strutture d’investimento che eufemisticamente definiremmo opache; alla Sec, che ha consentito alle cinque maggiori banche del paese di gonfiare la propria leva finanziaria fino al livello di 40 volte, restare sottocapitalizzate ed attuare pratiche d’investimento rischiose; anche l’Office of the Comptroller of the Currency e l’Office of Thrift Supervision hanno avuto un ruolo, impedendo ai regolatori statali di frenare gli abusi creditizi.

Assoluta inconsistenza (e non poteva essere diversamente) anche nelle pratiche di risk management da parte degli intermediari: ad esempio, i vertici di AIG pare fossero all’oscuro dell’esposizione a credit default swaps per 79 miliardi di dollari. La cosa non stupisce, se solo pensiamo al grado di ignoranza tecnica che caratterizza i capi-azienda delle banche anche qui in Europa (ed in Italia). Certo, c’è anche il problema di una corporate governance di cartapesta, ma quella è soprattutto questione filosofica, oltre che retorica: la governance è lo stato dell’arte delle best practices o è diventata un guscio formale che serve per rassicurare i regolatori? Noi aggiungeremmo alla trappola dell’ignoranza anche il ruolo giocato dai rocket scientists che hanno creato modelli in cui il cigno nero semplicemente non era neppure ipotizzabile, ma non vorremmo mettere troppa carne al fuoco, visto che anche la modellizzazione potrebbe ricadere nella tipologia delle cortine fumogene per legittimare le prassi d’investimento.

E ora che abbiamo portato a casa questa preziosa disamina del panel della FCIC, cosa è cambiato? Che abbiamo una cosiddetta riforma della regolazione (la Dodd-Frank) che è a sua volta una finzione, e che fallisce più o meno deliberatamente nel contrastare “qualitativamente” la natura liquida dell’innovazione finanziaria. La Grande Recessione è stata il combinato disposto di negligenza, cattura regolatoria e della vecchia cara greed, l’avidità di cui ci parlava già oltre vent’anni addietro Gordon Gekko, prima di diventare un finto pentito restando un abilissimo figlio di buona donna nel sequel dell’opera di Oliver Stone. Il che significa che nulla è davvero cambiato, ma che siamo solo nella fase della “contrazione e contrizione”, la fittizia Quaresima a cui farà seguito una nuova esplosione “creatrice” nella finanziarizzazione dell’economia mondiale. Ed ora, tutti al Gran Ballo di Davos.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

One Response to “La Grande Recessione era evitabile. Ora attendiamo la prossima”

  1. Pietro M. scrive:

    Il problema è che finché si salveranno le banche o si darà loro credito facile quando hanno problemi, continueranno a comportarsi in maniera irresponsabile. La stabilità finanziaria è impossibile quando si ha un sistema decentrato con costi socializzati: il mercato è un sistema basato su profitti e perdite, non solo sui profitti.

    Alla fine la politica macroeconomica, come tutte le politiche, è priva di principi, miope, prona alla cattura regolatoria, e crea un’instabilita economica che premia proprio chi commette errori politici assicurando loro ulteriori risorse e più discrezione.

    La politica economica è una malattia di cui non abbiamo trovato ancora la cura. La discrezione nel lungo termine è inconsistente, ma le regole non piacciono a nessun politico. Quindi teniamoci il crony capitalism e l’instabilità, oppure leghiamo le mani ai politici. Tertium non datur.

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