La bufala della sicurezza alimentare

– Dietro il termine “sicurezza alimentare” si nascondono molti significati ed altrettanti interessi, non tutti sempre espressi con chiarezza e alla luce del sole. Periodicamente veniamo informati, con toni più o meno allarmistici, di truffe e frodi alimentari, sofisticazioni, o episodi di vero e proprio inquinamento come nel recente caso delle uova tedesche contaminate con un tasso di diossina significativamente superiore alla norma.
L’attenzione dei consumatori è sempre più o meno legata all’attenzione che i media dedicano all’evento, e quasi mai è proporzionata alla reale gravità del caso. Sta di fatto che spesso questi episodi si risolvono, come nei casi della “mucca pazza” o dell’aviaria, con brevi isterie collettive che spesso lasciano sul terreno milioni di capi abbattuti ed aziende in seria difficoltà economica, e con norme più severe e restrittive in materia di sicurezza alimentare, la cui reale (scarsa) efficacia viene regolarmente rivelata in occasione dello scandalo successivo.

Per esempio, proprio pochi giorni fa è stato approvato il DDL 2260 che prevede l’obbligo di indicare in etichetta il luogo di origine o di provenienza di tutti i prodotti alimentari. Il provvedimento forse ci metterà in conflitto con l’UE, dato che pare violare le norme europee sull’etichettatura dei prodotti trasformati (l’Italia sembra sempre più spesso dimenticare limiti e competenze per quanto riguarda il settore agroalimentare), ma è stato comunque salutato da più parti con toni tanto trionfalistici da superare abbondantemente la soglia del ridicolo.

Molti hanno ripetutamente sottolineato che una legge del genere impedirà il riproporsi di scandali come quello delle uova alla diossina, dimenticando che per le uova è già da tempo in vigore l’obbligo di indicare l’origine, e lo è in tutta Europa. Anche le confezioni dei prodotti caseari, latte e derivati, riportano chiaramente il luogo di origine in base alle norme europee, ma questo non ha impedito né lo scandalo delle mozzarelle blu né l’uso strumentale dell’episodio per sostenere la necessità di introdurre la norma che è stata approvata pochi giorni fa.

La norme a tutela della sicurezza alimentare sono sempre state usate dai governi come ostacoli tecnici da frapporre al commercio internazionale. Un modo per porre in atto misure protezionistiche anche in assenza di tariffe, tanto che già gli accordi dell’Uruguay Round avevano tentato di porre dei limiti al loro utilizzo. E questa legge non fa eccezione, dato che viene presentata come “legge salva Made in Italy”, in ossequio alla suggestione secondo la quale tra l’origine di un prodotto e la sua sicurezza vi sia qualche legame diretto.

Anche in questo caso è prevedibile che il costo di questo nuovo giro di vite normativo verrà scaricato sui consumatori che pagheranno all’acquisto il prezzo dei nuovi oneri burocratici che graveranno su produttori e trasformatori. E l’appuntamento è solo rimandato al prossimo scandalo alimentare.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

5 Responses to “La bufala della sicurezza alimentare”

  1. Francesco scrive:

    E’ giusto, l’etichettatura sulla provenienza non può dirci nulla sulla sicurezza di un alimento ma da quando in qua una maggiore trasparenza si trasforma in un danno per in consumatori?

    I Consumatori avranno ora la possibilità di scegliere senza sorprese fra un succo di pomodoro cinese e la VERA passata di pomodoro italiana.

  2. Paolo scrive:

    2008, entroterra meridionale siciliano. Distesa di serre, persone con tute “da astronauti”. Spiegazione del mio amico locale:

    “Quelli? Riempiono di bromuro di metile le serre, poi quando sono completamente sterili, riconcimano il terreno e mettono i pomodorini”.

    Il bromuro di metile era già vietato da parecchi anni, mi pare.

  3. Fort scrive:

    “..La sigla non dice da dove proviene il latte, ma nel 90 % dei casi si tratta di materia prima locale perchè i costi di produzione non consentono approvvigionamenti da regioni lontane.”

    Ecco, è qui il problema: per quanto riguarda i prodotti a base latte, mai sentito parlare di latte disidratato e reidratato alla bisogna?

    E per i prodotti a base carne, un salame di quale carne suina è fatto? Fresca o surgelata?

  4. Andrea scrive:

    Sì ma quale sarebbe il male nella trasparenza? E poi chi mi garantirebbe che da paesi molto dubbi come la Cina non giungano prodotti ottenuti, confezionati, alterati illegalmente?

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