– da il Secolo d’Italia del 26 gennaio 2011 – La politica bunga bunga suscita scandalo. Tra quanti sostengono l’accusa (e non parliamo della Procura di Milano) a scandalizzare è la doppia vita del Cav., pizzicato per l’ennesima volta in intemperanze che male si conciliano con il ruolo di “uomo-immagine del partito dei valori” (copyright: Benedetto Della Vedova). A quanti invece parteggiano per l’accusato, ad apparire scandaloso è l’accanimento mediatico-giudiziario sul suo privato, indagato – si dice – con intento persecutorio.

Ma a scandalizzare gli uni e gli altri sembra essere soprattutto l’incoerenza degli avversari. “Gli stessi che chiudono un occhio (e anzi due)…sulla deriva nichilista e mortuaria della civiltà d’oggi –  ha scritto Giuliano Ferrara – sul conformismo della trasgressione, che avvilisce la maternità e la natalità, sulla manipolazione della vita e sulla distruzione di matrimonio e famiglia… abbiano la compiacenza di ripassare un’altra volta con le loro ipocrisie sulla vita lussuriosa del capo”, perché “non si può passare la vita ad abbassare la soglia della norma etica, e poi issare un muro di filisteismo moralistico contro il nemico politico.”

Nondimeno, non è difficile ribaltare l’argomento e denunciare come non si possa, per parafrasare Ferrara, passare il tempo a risciacquare l’immagine del Cav. nell’acqua santa della tradizione, fino a farne – come disse il Ministro Sacconi – l’icona del “vitalismo” opposto al “nichilismo tardo sessantottino, che da quarant’anni mette in discussione valori profondi, a cominciare dal senso della vita” e poi non ammettere quanto la sua immagine esca stropicciata da questa vicenda.

Stropicciata sì – potrebbe replicarsi dal campo berlusconiano – ma secondo la moda casual che la sinistra ha imposto sul mercato dei valori, emancipando il disordine sessuale dal discredito e innalzandolo sull’altare della libertà morale. Ma è il Cav.  – viene facile controbattere – ad avere imposto che sui temi civili si tornasse a giocare a guardie e ladri, presentandosi – ebbe ancora a dire il sempre ispiratissimo Sacconi – come “simbolo vivente dell’ antropologia positiva”… E così via, all’infinito, fino a persuadersi che l’intransigenza dei moralisti e l’auto-indulgenza dell’accusato appoggino infine alle ragioni altrui, più che alle proprie, le rispettive pretese e che in questo paradossale rovesciamento delle parti, a un’accusa “perbenista” risponda davvero una difesa “libertaria”.

Non è così, ma così appare. Un po’ per l’insipienza dei più ottusi inquisitori del fronte anti-berlusconiano, che anziché rimproverare al Cav. la sua maschera pubblica, discettano della moralità della sua persona privata. Un po’ per la potenza di cui la comunicazione berlusconiana può disporre e che consente di negare i fatti e, su di un diverso piano, di smontarne comunque la rilevanza – così in fondo fan tutti…– per quanto eventualmente i fatti non potessero più essere negati.

In realtà la difesa del Cav. non può essere libertaria. Al Cav., purtroppo, manca ormai la sostanza e la forma del libertario, cioè la coscienza del limite imposto al potere del “legislatore morale”, ovvero – per dirla in modo più semplice – la consapevolezza che la moralizzazione della società per via politico-legislativa non è solo impossibile, ma intrinsecamente totalitaria. Dai tempi di Fanfani (ed era l’inizio degli anni ’70) Berlusconi – che del fanfaniano non ha, politicamente, il physique du rôle – è stato il solo leader di governo a scegliere (o accettare) di cavalcare la resistenza culturale ai mutamenti del costume sociale e a contrabbandare la difesa della morale sessuale e familiare della Chiesa come un fattore costitutivo dell’ordine politico.

Per legittimare questa impresa – che l’avvicinava più a Lech Kaczyński che ad Angela Merkel – ha lasciato che i suoi marescialli ideologici si accanissero in maniera inconsulta sulla cultura libertaria, fino ad farne un archetipo del “male politico” contemporaneo, a cui la rinnovata alleanza tra il trono e l’altare  avrebbe dovuto porre rimedio. “Solo il cristianesimo ed il liberalismo autentico, che non è né libertarismo, né libertinismo, possono salvare la persona e la nostra civiltà” scriveva Sandro Bondi, secondo cui contestare allo Stato e restituire alla libertà umana la responsabilità delle scelte morali fondamentali avrebbe aperto irrimediabilmente il campo alla dissolutezza e alla depravazione personale. E non sono mancati quanti, per dar manforte a questo impazzimento ideologico, hanno equiparato il relativismo etico, che legittima sul piano normativo il pluralismo delle società contemporanee, con l’indifferentismo, cioè con la sospensione del “principio di non contraddizione” dalle regole del discorso morale.

I libertari diffidano, allo stesso modo, del potere arbitrario dello Stato, ma non confidano affatto negli stessi valori e non condividono un identico costume di vita. L’idea del libertarismo sesso-droga-e-rock-and-roll è un patetico stereotipo da rotocalco. La residenza Olgettina non è un eden libertario. I libertari, di per sé, non sono scettici, irresoluti e afflitti da quella sorta di accidia morale, cui rimanda la loro caricatura. Sono – ripeto – diffidenti circa la pretesa di confondere la rule of law con la legge morale. Ma alla gran parte di loro, come alla maggioranza dei cittadini, riesce più persuasivo un ideale di medietas morale, che la malinconica “onnipotenza” di Berlusconi.

La frontiera libertaria, inoltre, non corre lungo quel confine tra pubblico e privato, presidiato dai difensori del Cav., dove il privato è inteso nel senso della privacy e della riservatezza, e il pubblico nel senso della “pubblicabilità”. E’ privato – cioè incoercibile – anche ciò che non è affatto riservato, ma è pubblicamente testimoniato nella vita personale. Ed è pubblico anche ciò che non è pubblicamente comunicato, ma interessa e interroga, sul piano sociale, l’opinione pubblica, quando riguarda chi eserciti, per l’appunto, un ruolo pubblico e fondi – come Berlusconi – consenso e reputazione su fattori essenzialmente extrapolitici: il talento personale, il successo, la virilità, la pietà religiosa, la generosità umana, la ricchezza. Nella vita del premier, nulla è stato pubblico quanto il privato, che non può, al di là dei profili giudiziari, considerarsi “secretato” quando l’interessato ritiene di non trarvi vantaggio, ma danno.

Per apprestare una difesa libertaria contro il perbenismo interessato dei moralisti, Berlusconi non avrebbe dovuto armare questa “guerra di religione” che, da qualche anno, va conducendo lungo il solco tracciato dall’aratro del Sant’Uffizio e difeso dalla spada del pensiero teo-con. A Berlusconi non deve rimproverarsi l’incoerenza morale, ma la doppiezza politica. Il suo farsi, da guardia, (presunto) ladro, ma il suo voler essere diverso, in quanto capo delle guardie, dagli altri (presunti) ladri.

Il suo personaggio è inciampato nella sua persona. Abituato com’è a contraccambiare sregolatezza e conformismo, eccessi di gola e eccessi di zelo, Berlusconi ha perso la misura della realtà, ma non quella della rappresentazione. Così l’aver provato ad introdurre il reato di meretricio attivo e passivo, per le prostitute come per i clienti, diventa per lui, prima che una contraddizione, un alibi o una prova a discarico rispetto alle accuse infamanti. Troppo facile e – speriamo – troppo tardi.