Altro che salvataggio. Alla fine, la Grecia dovrà rinegoziare il debito

– Dopo anni caratterizzati da corruzione endemica, diminuzione della competitività, politiche inefficienti, il governo greco è stato costretto ad accettare le proposte di salvataggio avanzate dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Unione Europea e ad intraprendere un complesso piano di riforme.

La prima parte di queste riforme strutturali comprende numerosi tagli di spesa, tra i quali spiccano le riduzioni di bilancio per le pensioni e per gli stipendi pubblici ed un aumento della pressione fiscale. La seconda parte, probabilmente la più importante per una vera crescita di lungo periodo, concerne la riorganizzazione dello Stato, la dismissione di società pubbliche partecipate altamente inefficienti, la lotta all’evasione fiscale ed alla diffusa corruzione del settore pubblico ed inoltre l’implementazione di misure atte a favorire l’imprenditorialità privata.

Purtroppo le azioni intraprese dal governo greco al fine di implementare queste misure non sono state sufficientemente coraggiose. Invece di chiudere e liquidare le numerose agenzie di stato, che sono spesso utilizzate solo a fini clientelari, e di ridurre il pachidermico settore pubblico, il governo greco ha preferito imporre dei tagli lineari sui salari degli impiegati pubblici creando degli incentivi perversi ed andando a colpire allo stesso modo impiegati produttivi ed improduttivi.

Inoltre il contesto economico e normativo non può dirsi favorevole rispetto alle iniziative dei privati. Nuove tasse imposte ad imprese già sull’orlo del fallimento e numerose leggi, che non è possibile giustificare da nessun punto di vista economico, inibiscono la crescita del settore privato. Secondo il report “Doing Business” 2001 della Banca Mondiale la Grecia si posiziona al 109esimo posto su 163 Paesi rispetto alla facilità di fare business. Aprire una impresa in Grecia richiede in media 15 procedure e 19 giorni di attesa.

Tra le altre, le riforme (a costo zero) su queste procedure potrebbero essere quelle da intraprendere al fine di agevolare la competitività di un sistema ormai in piena crisi. La Grecia, come molti altri Paesi dell’Europa mediterranea, ha inoltre un alto numero di professioni regolamentate che in realtà costituiscono veri e propri cartelli protetti dalla legge al fine di sottrarre gli iscritti ai diversi ordini a qualsiasi meccanismo di mercato.

Avvocati, medici, farmacisti, tramite le loro associazioni di categoria, riescono ad influenzare in modo sostanziale la legislazione al fine di proteggere i propri interessi. Un recente studio della Foundation for Economic and Industrial Research suggerisce che una liberalizzazione nelle professioni regolamentate potrebbe portare sostanziali benefici di lungo periodo rispetto alla crescita del prodotto interno lordo.

L’aumento dell’imposizione fiscale previsto nell’ambito delle prime misure varate dal governo greco non ha inoltre favorito un aumentare delle entrate della finanza pubblica, in quanto ad esso ha fatto seguito una diminuzione dei consumi e degli investimenti privati. Il governo avrebbe invece dovuto provvedere a creare un sistema di incentivi per favorire gli investimenti privati e gli investimenti diretti esteri.

Mentre da Bruxelles continuano i toni rassicuranti sull’efficacia del piano di salvataggio, i numeri ci raccontano una storia diversa. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo dovrebbe raggiungere il 160% nel 2013. Alla luce della situazione attuale credo che la Grecia dovrà provvedere a rinegoziare il suo debito pubblico, con tutte le conseguenze che questa eventuale misura potrà comportare quanti lo hanno sottoscritto. E’ chiaro che, anche con una crescita sostenuta dell’economia ed una ritrovata competitività, questo peso diventerà intollerabile. Oltretutto una rinegoziazione del debito contribuirebbe a distribuire le perdite tra la Grecia e le banche, molte delle quali europee, che hanno comprato i titoli del debito greco.

Anche se lo Stato greco ed i greci sono responsabili per decenni di spesa pazza e di corruzione, allo stesso tempo questa spesa è stata agevolata dalle politiche egualmente irresponsabili delle banche che, sottostimando il rischio legato al Paese, hanno continuato a finanziare  il nostro debito pubblico.


Autore: Alexandros Seretakis

Nato nel 1984, si è laureato in legge presso l’Università Aristotele di Salonicco. Si è specializzato in International Banking and Finance presso lo University College di Londra e studia attualmente Corporate Law presso la New York University. Ha inoltre esercitato la professione di avvocato a Salonicco e presso la rappresentanza greca presso le Nazioni Unite di Ginevra.

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