La Cina farà la fine dell’Urss

– Salutato con 21 salve di cannone, il presidente cinese Hu Jintao si è presentato negli Stati Uniti come il leader di una grande potenza in continua ascesa. Contemporaneamente al suo primo giorno di visita, Pechino diffondeva i dati ufficiali dell’ultimo trimestre: una crescita del 10,3% del Pil, superiore alle migliori previsioni. La Cina ha ufficialmente superato il Giappone come seconda economia del mondo, superata solo dagli Usa.

Il Dragone si sente forte e il suo presidente tratta da una posizione dominante. E Newsweek, alla testa di una buona parte dei media, si affretta a ribattezzare il nostro come il Secolo della Cina.

Ma la Cina è veramente così potente?

Tornando indietro nel tempo, negli anni ’60, leggiamo cose molto simili sull’Unione Sovietica di Krushev e Brezhnev. Anche allora si dava per scontato che l’Urss avrebbe superato gli Usa. Finché il modello sovietico non è imploso.

La Cina inizia ad esercitare lo stesso fascino dell’Urss negli anni ’60. E farà la stessa fine? Forse sì. I segnali ci sono già tutti. Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la nuova ricchezza riguarda solo questi ultimi. Il restante miliardo è ancora sulla (o sotto) la soglia della sussistenza. I contadini, che non sono proprietari, bensì solo affittuari delle terre (ancora pubbliche), possono subire sequestri in ogni momento. La maggioranza dei cinesi accetta sempre meno questo sistema. Nel 2005 si erano registrate 50mila rivolte di contadini e operai. Nel 2008 sono salite a 84mila. L’ultima delle quali è scoppiata il 17 gennaio, a pochi giorni dall’inizio della visita di Hu Jintao negli Usa: centinaia di operai di una fabbrica di Wuhan (Hubei) si sono scontrati con la polizia. Il loro datore di lavoro non aveva mai pagato i salari arretrati dal 2007 e le forze dell’ordine stavano proteggendo la sua fuga.

La base del capitalismo è il diritto di proprietà. E in Cina è stato riconosciuto un diritto simile solo nel 2005, ma la legislazione in merito è ancora confusa: si può essere puniti per il furto, ma la proprietà può essere “pubblica”, “privata” o “collettiva” ed è l’autorità che decide quale diritto applicare e a chi. Solo nel 2010 il regime ha annunciato l’intenzione di riconoscere la proprietà intellettuale. Ma non l’ha ancora fatto.

Al gradino più basso della scala sociale cinese ci sono ancora gli schiavi. Sono circa 8 milioni i prigionieri (politici e comuni) costretti ai lavori forzati secondo i dati forniti dalla Laogai Research Foundation. Qualsiasi attività moderna, dall’operaio specializzato in su, richiede istruzione e motivazione. Il fattore umano, fondamentale in tutte le economie contemporanee, in Cina è ancora inesistente.

Lo yuan, la moneta cinese, è strategicamente svalutato per incentivare le esportazioni. Ma l’economia cinese inizia a pagare l’eccesso di circolazione di denaro con un’alta inflazione: 4,6% nell’ultimo trimestre, con un aumento del 50% dei prezzi dei prodotti alimentari. Il governo cinese, invece di metter mano alla politica monetaria, impone calmieri e lancia campagne demagogiche contro il caro-vita. L’effetto inevitabile (che si vedrà prossimamente) saranno code di fronte a negozi vuoti, come sempre quando i prezzi vengono abbassati artificialmente.

Non tutti trovano lavoro. Solo una minoranza è fortunata ed è concentrata nelle città. I contadini delle province agricole cercano di emigrare nei centri urbani, ma sono trattati da cinesi di serie B. E’ il problema delle migrazioni interne, che riguarda cifre spaventose di uomini e donne: circa 150 milioni, secondo i dati del 2008. Anche per risolvere questo fenomeno il governo preferisce abbassare artificialmente il numero di abitanti, soprattutto nelle campagne, con la politica del figlio unico.

Mentre ci incontriamo qui a Washington, in Cina si stanno verificando più di 35mila aborti forzati” – dichiarava la dissidente in esilio Chai Ling, all’arrivo di Hu Jintao nella capitale degli Usa – “Ogni 2,5 secondi viene presa la vita di un bambino; ogni 6 bambine che nascono, una non nascerà mai proprio perché è donna; 500 donne si suicideranno, cinque volte più della media mondiale; 3000 bambine vengono abbandonate agli angoli delle strade e più di 200 fra donne e bambine verranno costrette in schiavitù”.

Delle debolezze cinesi, però, non se ne può parlare. Reporters Sans Frontièrs documenta un nuovo giro di vite sulla stampa: il Dipartimento di Propaganda di Pechino ha imposto una censura totale ai media su qualsiasi notizia che riguardi problemi economici e sociali. Sono arrestati quei pochi che osano condurre indagini sulle case “di tofu” che crollano alle prime scosse di terremoto. Così come quelli che vogliono documentare gli scandali dell’industria cinese, come il latte alla melamina. Vengono incarcerati per “istigazione al disturbo dell’ ordine sociale”, o per “violazione dei segreti di Stato”. Perché la Cina deve rimanere un mito. Per tutti deve essere un “Dragone”. Un drago vero. Non uno di carta, come quelli che vengono portati in processione nelle festività cinesi.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

19 Responses to “La Cina farà la fine dell’Urss”

  1. Daniele scrive:

    Bravo Stefano, soprattutto perchè vai controcorrente in un periodo in cui tutti fanno previsioni entusiastiche e francamente eccessive sul futuro economico della Cina.
    Potresti aggiungere altri argomenti come, ad esempio, la tenuta a medio termine del sistema pensionistico in un paese che invecchierà molto presto.. (come dice saggiamente un mio collega cinese “dobbiamo diventare tutti ricchi prima di diventare vecchi” ma come hai ben scritto il benessere in Cina sta riguardando solo una piccola minoranza), oppure il fatto che un’economomia così sbilanciata sull’export non può reggere a lungo senza anche una forte domanda interna (che però il regime teme perchè tenere sotto giogo dei comsumatori con un ampio potere di spesa non sarebbe cosi semplice), oppure che è facile far crescere il PIL a ritmi del 9-10 % quando si hanno circa 100 mld di dollari di investimenti esteri.. ma la cuccagna non durerà per sempre perchè gli investimenti esteri andranno anche altrove. E quando la crescita rallenterà il passo la disoccupazione si farà sentire e le contraddizioni sociali, anche nelle città, non saranno semplici da affrontare. Un saluto

  2. alex scrive:

    Stefano… pessimo titolo… pessimo articolo… pessima visione del futuro della Cina… ti consiglio di smettere di scrivere articoli…..

  3. Andrea Benetton scrive:

    “Anche allora si dava per scontato che l’Urss avrebbe superato gli Usa. Finché il modello sovietico non è imploso”. L’autore ha una certa dose di autoironia facendo previsioni subito dopo.

  4. Cristian Cattalini scrive:

    In realtà non conosco le questioni di finanza pubblica cinese. Una cosa peró la si puó dire: nelle città cinesi si vivono anni di grande fiducia nel futuro, il modo del Paese è positivo e la molla di tutto ció è la spinta al meglioramento delle condizioni economiche di ciascuno.

    Non credo che in URSS fosse presente un substrato economico tanto vivace come nella Cina odierna.

  5. enzo scrive:

    Analisi dei fatti ineccepibile, l’innamoramento dell’occidente per la dittatura cinese è inconcepibile.
    Sulle conclusioni andrei più cauto, in questo senso: dal punto di vista politico è possibile un epilogo URSS-style, il monopolio del PCC è anacronistico e alla fine la società civile si prende il suo spazio; economicamente e socialmente le due realtà però non sono paragonabili, nonostante tutto quello che hai giustamente sottolineato a livello di povertà e sottosviluppo: la Cina si modernizza (si può discutere il come, ma non il che) mentre l’URSS era in piena stagnazione; la Cina lavora produce ed esporta beni di consumo (si può discutere il come e il per chi ma non il che) mentre in URSS si faceva finta di lavorare e non esisteva un mercato; la Cina si proietta all’esterno (si può discutere il come, ma non il che), mentre l’URSS si introiettava, da qui l’implosione.
    Insomma, ci sono analogie grandi, ma anche differenze enormi. Detto questo, credo anch’io che tutto possa succedere e che la visione occidentale pecchi di ingenuità (ma non è una novità). Saluti.

  6. Stefano Magni scrive:

    Mi spiego meglio. Questo articolo NON intende fare l’equazione URSS=Cina. La Cina di oggi NON è uguale all’Urss di Chrushev e Brezhnev. Il PCUS non ha mai saputo rinnovarsi, né politicamente, né ideologicamente, a parte una de-stalinizzazione più di facciata che concreta. E la popolazione cinese, grazie a quel poco di capitalismo di cui gode, è indubbiamente più dinamica. Insomma, quel 10,3% di crescita di PIL non è fondato sul nulla. Detto questo, lo scopo dell’articolo è un invito a non mitizzare il “dragone” cinese. La Cina è un sistema fragile, fragilissimo. 84mila rivolte contadine e operaie, pur distribuite su una popolazione così numerosa, sono un segnale molto preoccupante di instabilità. E nessuno dei miei critici mi ha risposto sugli altri problemi gravissimi che ho evidenziato: migranti, inflazione, politica del figlio unico, assenza del diritto di proprietà, schiavismo nei Laogai. Sono tutti difetti strutturali, che la Cina non sta superando e che possono causare una crisi di sistema. Per non parlare del problema delle nazionalità (mai risolto) in Tibet e Turkestan, che non è affatto secondario. Oltre al problema del dissenso religioso (anche quello mai risolto) che non riguarda una parte esigua del paese e si fa sempre più sentire. Da alcune reazioni scomposte che ho letto nei commenti, constato di aver toccato temi molto sensibili. Per questo rinnovo l’invito: non mitizziamo la Cina. E se quel sistema dovesse entrare in crisi, poi non diciamo: nessuno lo poteva prevedere.

  7. enzo scrive:

    Fatta la precisazione, mi trovo totalmente d’accordo con te sui punti critici che hai evidenziato. La Cina è un sistema estremamente fragile e i suoi governanti lo sanno. Volontà di potenza e paura di una petizione online. Gli elementi per la destabilizzazione sono tutti sul tavolo, come un mazzo di carte aperto. Tutto sta a chi giocherà la mano giusta e quando.

  8. Nemesi scrive:

    Articolo pieno di inprecisioni in cui non si capisce dove si vuole andare a parare.
    Prima di tutto l’Urss non è mai stata una minaccia economica per l’occidente quanto più tecnica (conquiste spaziali, bomba h, industria militare) e politica (collettivismo, rivoluzioni che scoppiavano in molti paesi delmondo).
    Ma il Pil dell’urss è sempre stato anche nella sua massima espansione una frazione molto piccola di quello americano.
    Inoltre anche ammettendo la possibilità che il modello autoritario cinese vada in crisi, Non vedo come possa inficiare una crescita economica che è già avviata con modelli capitalisti sempre più liberali, qui non siamo come nel caso dell’urss di fronte a un modello politico che rappresentava anche un’ideologia economica diversa, certo potrebbe esserci un passaggio più o meno brusco al pluripartitismo a maggiori libertà e un capitalismo sempre più accentuato, ma non protrà mai esserci un crollo dell’economia collottivista, visto che è già in fase avanzata e in continua trasformazione verso l’economia di mercato, per cui cosa dovrebbe crollare? il sistema politico? ma non si stava parlando del possibile sorpasso economico della cina?
    Inoltre nell’articolo si elencano molti aspetti che non inficiano la crescita economica, o lo fanno in maniera molto contenuta, come possibili cause di un crollo (di che cosa non si sà).
    Mentre non vi è un solo ragionamento su le decine di elementi che stanno spingendo i più a pensare ad un avanzamento inarrestabile della cina.
    Il debito pubblico americano in mano loro, grande riserve finanziarie, investimenti occidentali ormai a livelli stratosferici, penetrazione economica e influenza nei paesi africani e sud americani ecc.
    insomma sembra poprio un articolo che nasce con l’intento di un’analisi economica oggettiva ma che che poi si rivela il solito tentativo puerile di condanna verso un paese autoritario.

  9. enzo51 scrive:

    Ecco,bravo! Se”quel sistema dovesse entrare in crisi” cosa potrebbe succedere al resto del mondo se l’intera economia sembra al traino di quella cinese e indiana?

    Il più grande apparato repressivo (al suo interno)del pianeta e la più grande democrazia del mondo, stanno rimodulando nuovi scenari economici per l’occidente industrializzato, asfittico nel suo nuovo ruolo di cenerentola in economia,con forti e negativi risvolti in termini sociali.

    Per tutto il resto,affidiamoci alla profezia azteca relativa al 2012 – La fine del mondo – Si! ma di quale mondo…?

  10. Cristian Cattalini scrive:

    Certo, sulle gravi criticità che permangono sulla Cina non si puó che concordare, ma sulla fragilità, relativamente agli altri attori internazionali, non saprei se mettere la Cina ampiamente sotto gli altri, anzi.

  11. vittorio scrive:

    Sì la Cina ha diversi punti oscuri. Persino i dati pubblici rilasciati dallo stato cinese non godono di grandissima attendibilità La Cina è un sistema opaco. Le società (soprattutto quelle medio-piccole) sono opache e investirvi è un azzardo considerevole. Io non mi azzardo a prevedere il futuro: dico solo che la Cina presenta incognite abbastanza inquietanti.
    Non sono invece molto d’accordo con il paragone Cina URSS.
    La Cina mi ricorda di più la Germania nazista.
    L’URSS era un economia pianificata in cui il libero mercato non aveva nessuno spazio. Nella Cina il libero mercato ha una libertà vigilata funzionale agli scopi dei dirigenti cinesi. Un po’ come la Germania hitleriana.

  12. Franco scrive:

    Mi sembra che sfugga a tutti un particolare non da poco, nel parallelo tra URSS e Cina. L’URSS era un “sistema economico” chiuso, che nulla importava e nulla esportava, dove non esistevano investimenti esteri e, soprattutto, non aveva investito all’estero e non possedeva ingenti risorse in dollari. La Cina non importa nulla ed esporta tutto, vi sono presenti grossi investimenti esteri ed ha investito all’estero (oltre a possedere un’enorme massa di dollari avuti in pagamento). Sai che risate se dovesse implodere come l’URSS! Con tanti saluti alle anime belle che credono ancora che il capitalismo porti alla democrazia:fesserie! La verità è che se vogliamo continuare a poterci permettere l’elettronica a 4 soldi, gli smartphone, i TV a 50″, dobbiamo chiudere gli occhi sulle nefandezze cinesi. Altrimenti fabbrichiamoceli noi un TV 50″ a 10.000 € e vediamo chi se lo compra! Questo sistema si regge, ha bisogno, delle diseguaglianze, altrimenti chiude. Quando tutti i cinesi o gli indiani potranno permettersi un’automobile, un frigorifero ed un TV, noi saremo già tornati al medioevo. Tutta la massa di dollari (stampati solo per far fronte ai pagamenti) in mano cinese, reimmessa sul mercato o convertita, che so, in euro o, addirittura, in yuan, quale utilizzo potrebbe assolvere, se non alimentare i nostri caminetti? Certo, si potrebbe anche fare una bella guerra alla Cina… Più seriamente, sta venendo al pettine il gran nodo: il governo del mondo NON può essere lasciato all’economia, ma deve tornare saldamente in mano alla politica!

  13. donato scrive:

    Se è cosi il governo cinese deve smettere immediatamente di finanziare il debito pubblico USA.

  14. enzo51 scrive:

    @ Franco:

    Hai centrato in pieno il mio pensiero!Ma…dopo il medioevo se non erro,vi fu il Rinascimento o sbaglio!

    Fenomeno tipicamente italiano,d’accordo,ma nell’accettazione universale adottato da tutti come rinascita di un nuovo modus vivendi!

    E chissà che la profezia azteca non intendesse proprio questo!!!

    Un affettuoso abbraccio a voi tutti e…non disperiamo!!

  15. Massimo Campo scrive:

    In Cina é stato introdotto una sorta di capitalismo di stato, piú territoriale che generale.
    Vi sono spazi per la libera impresa, se pur controllati.
    Si puó investire in Cina capitale straniero e lo scambio delle merci é governato da leggi semplici ed accessibili.
    La manodopera é ragionevolmente specilizzata, se serve specializzata, a basso costo, efficiente.
    C’é una forte tendenza alla logica dei distretti industriali, che invitano-invogliano- semolificano il commercio estero.

    Credo che si ci siano pochi punti di contatto con l’Urss.

  16. vittorio scrive:

    Puoi certamente investire in Cina. Se sei un industriale che vuole fare investimenti diretti, delocalizzare un impianto. Però devi pregare che il partito comunista cinese non decida nel futuro di fare dietrodront. Anche perchè un conflitto militare fra la Cina e l’occidente e di gran lunga sottostimato.
    Invece se vuoi investire comprando azioni cinesi, devi solo pregare la tua buona sorte. Ci sono parecchi casi di incredibili truffe che al confronto la Enron e la Parmalat sono esempi di correttezza contabile.
    La Cina è una bomba pronta ad esplodere. Sovraccapacità produttiva, pressioni inflazionistiche, una bolla immobiliare e un sistema bancario opacissimo che non si capisce bene quanto sia esposto e fragile.
    Per non parlare poi delle violazioni dei diritti umani e della schiavitù di milioni di persone di cui la Cina fa ampio uso.

  17. Roberto scrive:

    Menomale che anche loro hanno le loro debolezze, ma nello stesso tempo loro dispongono di liquidità, e sono in grado di attirare anche troppi capitali d’investimento, assorbono il know how delle imprese occidentali che da anni investono li, e comprano il debito occidentale anche se è carta straccia con la liquidità in surplus, anche perchè finora la loro economia è strettamente legata alla nostra.. per quanto riguarda l’inflazione mi risulta poi che la cina abbia alzato i tassi..

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