‘Tradire’ il popolo palestinese ovvero negoziare la pace

di SIMONA BONFANTE – Concedere agli israeliani l’annessione delle colonie (illegalmente sottratte ai territori palestinesi) a Gerusalemme est in cambio di terre ‘altrove’, rinunciare al ritorno dei rifugiati ed addirittura accordare ai nemici l’espulsione di cittadini arabi indesiderati dal territorio israeliano. Tutto questo in cambio della pace – duratura e definitiva. Per Hamas, roba così si chiama ‘tradimento’. A tradire la causa, secondo i leaks in corso di diffusione da parte della Tv araba Al Jazeera e del britannico Guardian, i negoziatori che, per conto dell’Autorità palestinese, avrebbero trattato con la controparte la rinuncia a quei principi che al palestinese medio è stato da sempre insegnato essere non solo ‘non negoziabili’ ma addirittura fondativi dell’identità della causa comune. Quegli stessi principi – il ritorno dei rifugiati, oltre alla liberazione delle terre occupate – che hanno cristallizzato il processo ormai ventennale nel suo stato di processo, appunto, impedendone guarda caso l’approdo all’obiettivo – il prodotto, cioè la pace. La pace pertanto resa solo una chimera.

Oltre 1600 i documenti, tra email e verbatim degli incontri, che raccontano il lato B di un decennio di negoziati tra Autorità palestinese, Israele e Stati Uniti – da Camp David, l’ambizioso, ma fallimentare, sforzo pacifico tentato da Bill Clinton nel 2000, sino alle più recenti trattative svolte sotto gli auspici dell’amministrazione Obama, passando per Annapolis, la Conferenza voluta da George W. Bush nel 2007, anch’essa approdata ad un nulla di fatto. Documenti che ai palestinesi – o meglio agli ideologhi del conflitto-che-ha-una-sola-possibile-soluzione: la sconfitta del nemico – suonano appunto come un tradimento.
I documenti diffusi da Al Jazeera e Guardian (e di cui è ancora in corso la progressiva pubblicazione) rivelano l’intimità tra i negoziatori palestinesi e i ‘nemici’ israeliani, svelando addirittura la cooperazione segreta con le autorità militari israeliane impegnate per la sicurezza dell’area. Sono dei traditori, costoro, che arrivano a barattare l’orgoglio, la sete di vendetta, la fame di giustizia della stremata popolazione palestinese con un atteggiamento negoziale rinunciatario, là dove rinunciare – alla restituzione dei territori occupati, ad esempio – significa certo accettare di non essere affatto quello che ci si era sempre (e pubblicamemente) ostinati di volere apparire – dei ‘pari’ di Israele – ma che ha anche il non secondario vantaggio di potere finalmente arrivare a decretare per i plaestinesi e per l’intera comunità araba la fine di un incubo.

E se questo avviene in una fase così delicata per l’area mediorientale e nordafricana; se avviene mentre dalla Tunisia si leva un’onda potenzialmente travolgente per la causa democratica – contro la tirannide, contro la repressione della libertà, contro appunto la no-democrazia; ebbene se queste rivelazioni, così devastanti per la credibilità dei pacieri e così corroboranti per i guerrafondai vengono fatte proprio ora, ebbene ci sarà un perché.
Al Jazeera ha spiegato di aver raccolto i leaks nel corso di molti mesi. La tempistica, dunque, sarebbe casuale. Sarà. È innegabile tuttavia che la pace in Medio Oriente non è mai stata così rovinosamente messa in pericolo come da queste scabrose rivelazioni.
Saeb Erekat, figura eminente dei negoziatori di Abu Mazen, e dunque uno dei ‘traditori’ supremi, ha liquidato i documenti come un “mucchio di bugie e mezze verità” messe in giro con l’obiettivo di screditare l’attuale leadership dell’Autorità. Ed è forte il sospetto che abbia ragione. Che dietro Al Jazeera, cioè, ci siano interessi altri, quegli interessi tutelati, in nome della ‘causa’, dal mantenimento della popolazione palestinese nello stato di servaggio ideologico al conflitto nel quale sono costrette dall’oltranzismo suicida di Hamas, e dalla devastante piccolezza dei gruppi di potere ostili al successore di Arafat. Ma di che scusarsi se il ‘tradimento’ della ‘causa’ avrebbe avuto come fine il conseguimento dell’obiettivo della causa medesima?
Considerazione idiota, questa. Di razionale nel conflitto arabo-israeliano non c’è mai stato granché. O forse c’è sempre stato più di quanto non sia mai apparso a noi che lo guardiamo solo dall’esterno. In fondo è razionale, maleficamente razionale, anche quanto sta avvenendo adesso: il naufragio della possibilità alla pace per opera dei media, divenuti ormai a pieno titolo attori capaci di fare – e disfare – quello che la politica non è forse più in grado di fare da sé. Attori, già. O forse, chissà, magari solo pedine.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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