di CARMELO PALMA – E’ vero. Chiunque al suo posto si sarebbe già dimesso, travolto dal discredito. E ad incoraggiare il dimissionario sarebbe stato il suo stesso partito, più interessato a sopravvivere allo scandalo che a difendere l’indifendibile. In nessuna democrazia “matura” – come usa dire –  il capo del governo avrebbe resistito a lungo, senza sensibili cedimenti, ad un assedio mediatico e giudiziario così pressante. Eppure Berlusconi resiste. Perché?

Forse – azzardiamo – per ragioni non così diverse da quelle che gli consentono, sul piano politico, di ammortizzare senza troppi danni il fallimento del “berlusconismo di governo”. Però a spiegarle non possono certo essere quanti sostengono, contro ogni evidenza, un’interpretazione “criminologica” del successo imprenditoriale e politico del Cav., persuasi che l’anomalia italiana – a partire dalle anomale dinamiche del consenso politico –  sia un sortilegio berlusconiano, che è possibile rompere solo per via giudiziaria. Non l’abbiamo mai pensato e continuiamo a non pensarlo. Non per questo – ovviamente – riteniamo persecutorio indagare su Berlusconi e sulla corte dei miracoli che ne affligge e rallegra la malinconica vecchiaia.

La tenuta del Cav. dipende solo in parte da ragioni specificamente berlusconiane. E per altra parte da una specificità, per così dire, italiana, di cui Berlusconi rappresenta una manifestazione, ma non la causa. Lo “specifico berlusconiano” è il controllo non assoluto, ma comunque globale del sistema della comunicazione, a partire da quella extrapolitica, che pure detta i temi e le cultura che la leadership del Cav. politicizza in forme nuove e irrituali: non in quelle della partecipazione, ma della tifoseria, non della rappresentanza, ma dell’identificazione umana e quasi antropologica. Anno Zero o Ballarò non spostano, presumibilmente, consenso, ma schierano, nei numeri dello share, il popolo diffidente o ostile a Berlusconi. Però il mainstream berlusconiano è consolidato dai principali tg delle reti generaliste e dai programmi “di compagnia” di Rai e Mediaset (da Mattino 5 a Domenica in, per intendersi). Su questo terreno – quello della narrazione che si fa indirettamente politica – non c’è partita.

La “specifico italiano”, di cui Berlusconi approfitta aderendovi perfettamente, è la sostanziale estraneità culturale di milioni di elettori alle categorie più moderne della politica. Che il rapporto col “sovrano” di molti italiani si giochi sul piano della relazione privata e non su quello della cittadinanza lo ha dimostrato, ben prima di Berlusconi, la deriva partitocratica della democrazia italiana, in cui un’idea “assolutistica” del potere – come arbitrio, non come legge – conviveva con quella “particolaristica” della politica. Che ciò sia avvenuto per ragioni affaristiche o ideologiche (o, più probabilmente, per entrambe) poco importa. Questa tendenza ad identificarsi nella “parte”, nel partito e nel leader, ha in fondo decretato tanto il successo della DC quanto quello del PCI. E prima ancora la fascistizzazione dell’Italia, disposta plebiscitariamente a sposare l’ordine autoritario contro il disordine democratico.

Berlusconi è un interprete perfetto di questo carattere politico italiano, e di molti altri, più propriamente psicologici. Per questo a molti appare non solo più persuasivo, ma paradossalmente più affidabile. La sua doppiezza più che spaventare, rassicura. Non pensiamo affatto che la metà degli italiani credano davvero che Berlusconi abbia “aiutato” Ruby, perché era stata ripudiata dalla famiglia dopo la conversione al cattolicesimo. Eppure quasi la metà degli italiani continua a pensare che il Cav. debba rimanere a Palazzo Chigi, preferendo l’autoindulgenza dell’accusato al “moralismo” degli accusatori.