Categorized | Capitale umano

Un fondamento assoluto per il liberalismo? Una fallacia da ‘ingegneri’ – 4

– Libertiamo ospita una serie di riflessioni sul rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, a partire dall’articolo dal titolo “Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo”,  di Claudia Biancotti, del 5 gennaio 2011

Il recente articolo di Claudia Biancotti ha ricevuto due articoli di risposta, l’uno di Luca Favella e Osvaldo Ottaviani, e l’altro di Carlo Cordasco. Lungi da me intervenire in un campo di cui so poco come la religione, reputo necessario però chiarire un punto che è stato discusso anche nei commenti dell’articolo originale: il liberalismo deve essere assolutista?

Io ritengo che nell’affermare ciò si stia commettendo un errore concettuale, che potremmo chiamare “fallacia dell’ingegnere”: ritenere implicitamente che ad ogni problema sia associata una soluzione, e che non vi siano cioè domande senza risposte. Questa fallacia è una conseguenza, probabilmente inintenzionale, del razionalismo costruttivista.

Fare una lista dei punti su cui concordo, dalla necessità di difendere la sfera privata dalla politica, sottolineata da Favella e Ottaviano, a quella di considerare la libertà (anche) come fine etico in sé, sottolineata da Cordasco, porterebbe troppo lontano. Meglio concentrare l’attenzione su ciò su cui non concordo.

Nell’articolo di Favella e Ottaviani si afferma:

“L’idea di un fondamento “relativistico” del liberalismo, oltre che un ossimoro, si rivela difficilmente praticabile … senza un fondamento in qualche modo ‘assoluto’, non è possibile giustificare l’opzione per la libertà … Un liberalismo relativista, insomma,  è un liberalismo che non riesce a rendere ragione di sé”.

Nell’articolo di Cordasco, d’altra parte, si afferma:

“Concordo … sulla necessità di abbandonare l’idea di un liberalismo che rinuncia ad un fondamento assoluto.  Abbandonare una metaetica cognitivista significa solo aderire al pensiero liberale perchè ‘ci piace’ o peggio ‘ci conviene’ … senza alcuna possibilità di fornire ulteriori giustificazioni sul valore intrinseco che la libertà possiede … Sebbene la ricerca di un fondamento sia priva di definitività, una teoria della libertà non può rinunciarvi senza abdicare al proprio compito … rinunciare a questo tipo di prospettiva sulla libertà signific[a] non essere liberali.”

Innanzitutto, non esiste un fondamento assoluto del liberalismo – o di qualsiasi altra proposta politica – perché il concetto stesso di fondamento assoluto è infondato. “Ad impossibilia nemo tenetur”: non si può criticare una tesi se non risolve un problema che è per sua natura irrisolvibile.

La libertà è (anche) un valore. I valori sono per loro natura estranei ad una fondazione assoluta. Non ha ad esempio alcun contenuto di verità intrinseco dire:  “uccidere è falso”; è una proposizione priva di senso, come parlare della forma di un liquido. È l’applicazione di un predicato ad un soggetto per cui non si può applicare. Non è possibile espungere da un qualunque giudizio di valore un elemento fondamentale riducibile sempre ad un “a me piace”.

Non ha dunque senso criticare una teoria liberale perché non giustifica la libertà. Se vogliamo un fondamento assoluto, allora nessun fondamento di questo tipo può esistere. Se intendiamo una giustificazione in senso “soft”, di proposta politica contenente un mix di giudizi di fatto e giudizi di valore, allora possiamo avere una giustificazione della libertà, ma che non sarà mai assoluta.

Una cosa è la necessità di recuperare la libertà anche come fine, necessità negata dal pensiero politico ed economico contemporanei nella loro fallace dicotomia tra “efficienza” ed “equità”. Un’altra è idea che un ideale astratto di giustizia sia più importante della sopravvivenza della società. “Fiat iustitia ne pereat mundus”: si faccia giustizia, affinché il mondo non muoia.

Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo – 1 di Claudia Biancotti

Liberali e cattolici si può, nel nome della libertà – 2 di Luca Favella e Osvaldo Ottaviani

Ma siamo sicuri che liberali e cattolici possano convivere? – 3 di Carlo Ludovico Cordasco

Non moriremo giusnaturalisti – 5 di Michele Dubini


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

8 Responses to “Un fondamento assoluto per il liberalismo? Una fallacia da ‘ingegneri’ – 4”

  1. creonte scrive:

    eh! proprio tu che sei ingegnere sai bene che nel nostro mondo l’ing. semmai cerca “di mettere una pezza” se si pone un problema, a prescindere se esista o meno una Soluzione!

    però dell’immaginario comune rappresenta colui-che-risolve-tutto come una macchinetta!

    personalmente son vicino a Wittgenstien e Kelsen; perciò mi basta stilare una serie di assiomi e tirare avanti. Se poi la generazione successiva mette mano, vuol dire che doveva andare così.

    mi piace anche il concetto di Rawls, per cui le leggi dovrebbero esser fatte *prima* di nascere e di sapere dove si nasce. Sarebbero leggi PURE, scevre da condizionamenti esterni.

  2. Cristian Cattalini scrive:

    Concordo con Monsurrò, qualcuno può spiegare perchè “L’idea di un fondamento “relativistico” del liberalismo” sarebbe un ossimoro? Diciamo così che, nella mia rozza e limitata conoscenza filosofica, tenderei a far coincidere il concetto di liberalismo (e quindi di società governata da leggi liberali) a quello Popperiano di Società Aperta. Penso che la Società Aperta sia la quint’essenza del relativismo che non si nutre di dogmi bensì di una commistione appassionante tra ragione e dubbio in continuo divenire. La libertà è, quindi, quella della mente che non si fa relegare in un angolo dalla staticità di assiomi infallibili ma continua a nutrirsi di dubbi e questioni da risolvere con la ragione. In questa visione la religione è ammessa solo se anch’essa si rivela in una incessante rilettura e revisione delle proprie conclusioni che, per essere coerenti con la Società Aperta, devono continuamente modificarsi tendendo ad approssimare la verità.

  3. Pietro M. scrive:

    Io eviterei di trattare il liberalismo come un concetto epistemologico (siamo tutti fallibili) anziché come un concetto istituzionale (il potere è controllato). Per questo cito Panebianco: la sua visione del liberalismo è decisamente più coerente con le sue origini storiche.

    E’ decisamente più liberale un anarchico senza dubbi che un comunista dubbioso… il fallibilismo è un antidoto al fanatismo, ma non è necessario essere fanatici per non essere liberali, dunque il fallibilismo NON è né il liberalismo né può di per sé fondarlo.

    Un politico fallibilista che eliminasse la proprietà privata dei mezzi di produzione non per motivi ideologici ma per motivi pragmatici sarebbe meno comunista di Lenin? Non credo, ucciderebbe meno gente, ma sarebbe più o meno altrettanto pericoloso. Forse si fermerebbe prima, ma comunque riuscirebbe a togliere la libertà a tutti.

    Il liberalismo di Popper non a caso è indistinguibile dalla socialdemocrazia moderna: non è liberalismo nel senso classico del termine, nulla a che vedere con Locke o Madison.

    Il liberalismo è il controllo del potere, non la moderazione, il gradualismo o la difesa dello status quo: è la liberazione dell’individuo dal potere, soprattutto dal potere politico. Ridurlo al fallibilismo o al relativismo non ha senso: il fallibilismo non dice nulla a favore o contro qualcosa.

    C’è uno schiavista? Forse ha ragione, chi può dirlo? Siamo fallibili, no? Non è che a vietare la pedofilia si è intolleranti? Loro non disturbano chi non è pedofilo, in fin dei conti. Essere contro la schiavitù e la pedofilia non è una questione di relativismo, ma una scelta morale precisa, e voglio sperare rigida.

    Popper dice che non bisogna cadere in un dirupo, ma si può scivolare lentamente nelle sabbie mobili, di fatto. Dice che finire nell’acqua bollente è male, finire nell’acqua tiepida e poi farla bollire pian piano non è male. Io penso che sia necessario evitare entrambe le cose.

    Popper è forse un buon modo per combattere i totalitarismi più estremi, e sicuramente lo è per combattere il fanatismo. Semplicemente, non offre alcuna difesa credibile dell’individuo contro l’invadenza dello stato democratico. Il gradualismo e la moderazione non sono liberalismo: “moderation in pursuit of justice is no virtue”.

    Finché i cittadini penseranno che tutto ciò che serve è recarsi a votare, non saranno mai liberi. I cittadini devono reclamare l’autonomia dallo stato, devono reclamare il diritto di non subire le decisioni dei politici, devono reclamare il diritto di non essere tassati, di non essere regolamentati, e di non essere privati dei propri mezzi o costretti a perseguire fini altrui.

  4. Quello di cui parla Cattalini senza rendersene conto è precisamente un fondamento. Il fallibilismo come fondamento, Popper non fa altro che assolutizzare il concetto di critica. Ma la metodologia del razionalismo critico non ci dice nulla sulla libertà o sulla proprietà. E’ ovvio che la risposta non può fondarsi in stolidi assiomi o precetti normativi più o meno giusnaturali.

    Eppure non dobbiamo mai dimenticare come anche il liberalismo spontaneista hayekiano presupponga e contenga una qualche idea di terzietà o di fondamento. Lo spiega bene Jean-Pierre Dupuy ne “Avevamo dimenticato il Male?”. L’ordine sociale è in posizione di autotrascendenza rispetto alle azioni individuali, si presenta come esterno ad esse pur derivando dalla loro sinergia. L’emergere delle istituzioni giuridiche dalla violenza, e così anche del mercato, è rinconducibile al dispositivo dell’auto-esteriorizzazione che fa emergere il sacro dalla violenza (si pensi a Ground Zero, luogo del sacro nato dalla violenza). La figura dell’autoesteriorizzazione è presente nell’affermazione secondo cui l’ordine di mercato, ma anche l’ordine sociale è il risultato inintenzionale dell’azione dell’uomo e non dei suoi progetti razionali. In questo senso l’ordine sociale è in posizione di autotrascendenza rispetto alle azioni individuali. E la giustificazione della teoria liberale nella Favola delle Api di Mandeville e nella mano invisibile di Smith risponde esattamente a questo tipo di trascendenza.

    “Perchè la morale eroica del mercato sia possibile è sufficiente paradossalmente considerare le sanzioni del fallimento, della perdita, della disoccupazione come colpi del destino, ingiustificate, imprevedibili, incomprensibili” Fu Hayek a scrivere: “E’ certo che la disuguaglianza è meglio sopportabile e colpisce molto meno la dignità di ciascuno quando è determinata da forze impersonali che non quando è dovuta ad un fatto intenzionale. In una società basata sulla concorrenza se una determinata ditta ci dice che non ha bisogno di noi non c’è in questo alcuna mancanza di rispetto o offesa della dignità personale”

  5. creonte scrive:

    Popper era quello della patente per poter andare in televisione… alla fine anche egli è depositario di una dittattura dei “saggi”

  6. Cristian Cattalini scrive:

    <>

    Il ragionamento sopra riportato non può essere relazionato al metodo scientifico (metodo di cui Popper si può considerare il padre). Il fallibilismo di Popper è valido proprio perchè è supportato dalla ragione e dalla apertura alle critiche. Il relativismo fondato sulla critica e aperto alla critica non è privo di conclusioni e linee guida solide che si concretizzano in un susseguirsi di equilibri e non già in un continuum di contraddizioni estreme.

    Con il metodo scientifico, infatti, è stato possibile ( e scuserete la semplicità dell’affermazione) sostituire Newton con Einstein. Detto questo un qualsiasi fisico, dovendo comunque ammettere la non veridicità generale della teoria di Newton, non potrebbe che continuare a considerarla seriamente ed a utilizzarla sotto opportune limitazioni e condizioni al contorno. Non c’è quindi il rischio di cadere in paradossi come quello descritto sopra.

    Il relativismo (o meglio, il fallibilismo Popperiano) si basa sulla ricerca degli errori e ammette l’elevata probabilità della fallibilità. Allo stesso modo il metodo scientifico è in grado di produrre teorie complesse e stati di equilibrio solidi che bastano, a mio parere, a costituire un substrato accettabile di check and balances che prefigurano una bassa probabilità di dare giudizi vuoti, poco meditati ovvero frutto di macroscopici errori ovvero valutazioni superficiali.

    Il liberalismo, a mio parere, dovrebbe rifuggire il concetto di religione della libertà che sarebbe, questo sì, contraddittorio e paradossale.

  7. Marianna Mascioletti scrive:

    @ Cristian Cattalini: la parte del commento tra le due parentesi viene letta dal sistema come un comando e perciò risulta cancellata.
    Si potrebbe riscrivere senza quei segni, indicando in altro modo che si sta citando? Grazie.

  8. Cristian Cattalini scrive:

    La citazione di cui sopra: “C’è uno schiavista? Forse ha ragione, chi può dirlo? Siamo fallibili, no? Non è che a vietare la pedofilia si è intolleranti? Loro non disturbano chi non è pedofilo, in fin dei conti. Essere contro la schiavitù e la pedofilia non è una questione di relativismo, ma una scelta morale precisa, e voglio sperare rigida.”

Trackbacks/Pingbacks