Libertiamo ospita una serie di riflessioni sul rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, a partire dall’articolo dal titolo “Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo”,  di Claudia Biancotti, del 5 gennaio 2011

Nell’interessante discussione sul rapporto tra liberalismo e cattolicesimo, aperto da Claudia Biancotti, Libertiamo ha pubblicato due articoli che si spendono ampiamente nel tratteggiare un liberalismo “anti-relativistico” e “assolutistico”.  In entrambi gli articoli, infatti, si sostiene l’idea che le fondamenta del liberalismo debbano ritrovarsi in presunti valori assoluti conoscibili, in quanto tali, come verità di ragione. A me sembra che il tentativo di ritornare al “diritto” come “dettame della retta ragione”, secondo le forme del giusnaturalismo originario, sia un modo metafisico e vagamente naif per fondare oggi la pretesa universalistica dell’ideale liberale.

Spero di non alzare un vespaio di polemiche, ma penso che un liberalismo fondato su “verità”/valori/principi assoluti non abbia nulla di liberale. Questi “principi assoluti” non sono che un avvitamento eristico e ideologico, tutto teso a coprire un palese deficit di argomentazioni razionali e verificabili. Si gioca tutto sull’aspetto emotivo del richiamo “alla natura” quando si afferma che la libertà è un diritto naturale il cui valore è indiscutibile, assoluto e intrinseco. A ben vedere questa affermazione non aggiunge nulla al discorso; si limita semplicemente a rivestire un concetto (la libertà) di una qualità mistica, oggettivizzando una valutazione soggettiva e facendo leva su termini vuoti e smontati a più riprese dal diritto moderno, dalla filosofia e dall’epistemologia.

Questo approccio “assolutistico” e “naturalistico”, ovviamente, comporta feroci critiche a chi tenta, quasi imbarazzato, di sfilarsi da questo ardente fuoco ideologico. Mi viene da pensare al tanto vituperato (fortunatamente non dagli operatori del diritto) Hans Kelsen, a cui si deve quel giuspositivismo che è oggi alla base dello stato costituzionale di diritto. Il grande punto della sua analisi è il seguente: il diritto non appartiene assolutamente al mondo della morale ma, al contrario, è decisamente e nettamente separato da essa. Una rivoluzione: “assolutizzare” criteri squisitamente morali come “il bene” o “il giusto” diventa insensato e ideologico. Essi non sono che etichette vuote, riempibili a piacimento dai partigiani dell’una o dell’altra dottrina; non esiste un solo “Bene”, come non esiste un solo “Giusto”, se non in valore strettamente e meramente formale (ciò che è giusto è ciò che è legale). Il messaggio è lampante: non esiste “la Morale”, non esistono “Valori Assoluti”, non esiste “la Giustizia”. Esistono unicamente i singoli individui con le loro idee e con la loro sensibilità, con le loro aspettative. Non tutte uguali, anzi tutte diverse, ma ugualmente degne.

Non saranno pochi a gridare al pericolo nichilista, alla china scivolosa del relativismo. L’orizzonte giuspositivistico che per primo Kelsen ha tracciato –  oltre a essere una sapiente analisi del funzionamento del diritto puro – è, a ben vedere, un modo molto più sicuro e pieno del giusnaturalismo per garantire l’autodeterminazione di ogni individuo. Se, infatti, formalmente ogni sistema giuridico è legittimato allo stesso modo (le leggi naziste sono formalmente valide quanto le leggi americane), la sfida vera si gioca sui contenuti, veri limiti positivi e negativi dell’azione del legislatore.

E’ dunque necessario un atto di coraggio. Ad un liberalismo “colonizzato” da un giusnaturalismo dogmatico, si deve preferire l’orizzonte più ampio e maturo di un liberalismo relativistico e giuspositivistico. E come ha ripetutamente spiegato Dario Antiseri, non è un approccio positivistico a portare, di per sé, la politica ad eccessi dirigisti e costruttivisti. Se lo spazio della libertà si origina con il venir meno della pretesta etico-razionale del legislatore, che in teoria ne legittimerebbe l’onnipotenza, allora un liberale dovrà tutelare la libertà degli individui, come unico campo in cui sia possibile esercitare una vera libertà morale. Se il governo della società non può poggiare su di un unico “denominatore morale”, dovrà riconoscere la natura irriducibilmente (e incoercibilmente) individuale degli obiettivi e dei costumi di vita. In questa nuova visione, i diritti liberali sono un prodotto storico, frutto di una consapevolezza e di un’esigenza, quella di arginare il potere, per evitare che schiacci il singolo individuo sulla base di una pretesa epistemologicamente ingiustificata. A differenza di quanto si pensa, la libertà “liberale” non arriva ad esiti relativisti, ma parte da presupposti relativisti.

Mi rendo conto una visione del genere comporta dei sacrifici. Spesso duri. Perché implica il riconoscimento dei limiti e della debolezza della “ragione giuridica”. La rivoluzione copernicana del modo di concepire il diritto resa possibile da Kelsen ha aperto la strada ad un liberalismo davvero rispettoso dell’autodeterminazione individuale, che non soverchia – nemmeno implicitamente – le libertà della persona umana. Non morire giusnaturalisti è un atto necessario, se si vuole davvero rimanere liberali.

Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo – 1 di Claudia Biancotti

Liberali e cattolici si può, nel nome della libertà – 2 di Luca Favella e Osvaldo Ottaviani

Ma siamo sicuri che liberali e cattolici possano convivere? – 3 di Carlo Ludovico Cordasco

Un fondamento assoluto per il liberalismo? Una fallacia da ‘ingegneri’ – 4 di Pietro Monsurrò