La riforma? Così è un pasticcio statalista

di PIERCAMILLO FALASCA – pubblicato su Il Secolo d’Itala di sabato 22 gennaio 2011 – Un vero federalismo fiscale è quel sistema di “ingegneria finanziaria” che attribuisce ad ogni livello di governo – lo Stato e le autonomie locali – la responsabilità di tassare i cittadini e di usare quelle risorse per l’esercizio delle funzioni assegnate. Spetterebbe al singolo comune, per esempio, reperire in piena autonomia i fondi necessari per la raccolta dei rifiuti, per i servizi sociali e via dicendo. Allo stesso modo, sta alle Regioni finanziare con entrate proprie l’erogazione dei servizi sanitari, di cui sono costituzionalmente responsabili. Anche nei modelli federali più spinti, poi, esistono meccanismi di “ammortizzazione” delle disparità territoriali e personali. Questo è il federalismo fiscale, un modo di coniugare competizione tra territori e disciplina amministrativa, un modello attraverso il quale i cittadini sanno sempre chi li sta tassando e per cosa.

La riforma Calderoli era partita con una legge-delega accettabile. In corso d’opera sta invece diventando un pasticcio, di cui l’ultimo decreto legislativo in discussione – sul fisco municipale – rappresenta una manifestazione emblematica. Anziché puntare, come propone Mario Baldassarri, su due leve tipiche dell’autonomia comunale nei paesi federali – la tassazione degli immobili, prima casa inclusa, e quella dei consumi realizzati sul territorio, con una compartecipazione IVA magari modulabile – il Governo si muove in una direzione antitetica al federalismo. Alla Lega (e il PdL lascia fare) non interessa attribuire ai comuni del Nord maggiore autonomia e responsabilità, ma solo una porzione maggiore del gettito statale. Il decreto individua come prioritaria fonte di finanziamento dei comuni una compartecipazione Irpef al 2%: che sia Roma a tassare, che siano i comuni a spendere; i leghisti vogliono continuare a chiamare “ladrona” la Capitale, al contempo elogiando la “buona spesa” dei sindaci padani.

Con l’Imposta Municipale Unica rimandata al 2014, l’altra grande entrata per i comuni prevista dal decreto sarà la cedolare secca sugli affitti. Le perplessità sono profonde. Da molti anni si attende un regime di tassazione più leggero per i redditi da locazione, per consentire l’emersione del nero e soprattutto l’abbattimento del livello dei prezzi per gli inquilini. Ma la cedolare è un buon pilastro del fisco municipale solo se accompagnata da un’imposta immobiliare sull’abitazione principale: la prima avvantaggia i comuni con un “parco-locazioni” ampio e di valore; la seconda serve ai comuni a popolazione più stanziale, con molte prime case e pochi affitti. Il decreto fa l’opposto: affianca alla cedolare – peraltro al 23%, senza deduzioni per gli inquilini e su una base imponibile più ampia di oggi – la tassazione delle seconde case, l’unica possibile stante l’impuntatura di Berlusconi contro ogni imposta che ricalchi il modello dell’ICI prima casa (nemmeno nella formula proposta da Baldassarri, un’imposta pienamente detraibile dall’Irpef). Lo squilibrio è garantito: grandi città e città di villeggiatura godranno di molte risorse, le realtà “dormitorio” e i piccoli centri sopravvivranno – forse – grazie alla questua degli altri, i salvataggi statali e il fondo perequativo, su cui il decreto legislativo ha scelto incredibilmente di non pronunciarsi, demandando il funzionamento alla Conferenza Stato-enti locali. Con questo decreto non si federalizza, ma si statalizza la finanza locale. Il Governo si fermi e accetti le proposte dei veri federalisti.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “La riforma? Così è un pasticcio statalista”

  1. vittorio scrive:

    Sì, non si dovrebbe assegnare alle amministrazioni parte del gettito che va allo stato centrale. Il federalismo va fatto responsabilizzando le amministrazioni locali agli occhi dei cittadini.
    Sulla tassazione della prima casa sono parimenti d’accordo. Non aveva senso detassare la prima casa come ha fatto Prodi prima e Berlusconi poi. Piuttosto sarebbe stato molto più utile fare come in Svizzera dove i singoli cantoni decidono il livello impositivo sugli immobili; e dove non esistono tasse di natura patrimoniale sulle attività finanziarie. Questo favorisce una migrazione dall’Europa verso la Svizzera di pensionati affluent, migrazione che di converso beneficia il settore immobiliare e le casse statali locali (e in definitiva anche quelle centrali).
    L’assenza di imposizioni patrimoniali funge da esca. Chi si trasferisce paga perà le tasse sulla casa. C’è uno stimolo all’economia (settore immobiliare) e una crescita di gettito per le casse statali. Ci sono anche altri vantaggi: il sistema bancario svizzero incrementa la sua raccolta; i nuovi residenti con i loro consumi fanno crescere l’economia elvetica.
    Piuttosto che lo stato centrale ceda una parte del gettito ai comuni si faccia questo: si abroghi il 12,5% che grava sul risparmio dei residenti, si reintroduca l’ici e la si dia alle amministrazioni locali. Lo stato centrale avrà sempre un gettito in meno. Complessivamente non si saranno aumentate le tasse ai cittadini. Si sarà fatto il federalismo con una responsabilizzazione degli enti locali. E si sarà replicato parte di un sistema fiscale vincente quale quello svizzero.
    Altro suggerimento: per aumentare le tasse a livello centrale, sarebbe il caso di liberalizzare il gioco d’azzardo in stile Las Vegas.
    L’Italia è un paese in cui il soggiorno è naturalmente gradevole per il clima e per le bellezze artistiche e naturali. Combiniamo questo con un’attrativa fiscale in stile elvetico. Combiniamo questo con uno sviluppo del settore turistico e ricreativo legato anche al gioco d’azzardo. Risultato? Una Svizzera in mezzo al Mediterraneo non a livello europeo, ma a livello mondiale.

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