Amiche, avvocati, ragionieri, segretari… La corte del Cav. è tutta ‘in politica’

– Per apprezzare nella sua complessità l’affaire Ruby è bene inquadrarlo secondo una triplice angolazione.
In primo luogo, dal punto di vista giuridico, pare assolutamente pacifico mantenere la rotta del garantismo, che non è mai né innocentismo né giustificazionismo ad ogni costo, consacrato nella nostra Carta costituzionale. Non si ha quindi nessuna difficoltà a riconoscere il sacrosanto diritto dei legali di Berlusconi di contestare la competenza (funzionale e territoriale) nei modi e nei termini previsti dalla nostra legislazione processuale, ammettendo anche che le argomentazioni addotte hanno obiettivamente una loro plausibilità (al pari di quelle espresse dalla Procura di Milano).

Non si ha nemmeno nessuna difficoltà a ricordare che Berlusconi non deve dimostrare in giudizio la sua innocenza, poiché è un onere dell’accusa provare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò in relazione al reato di cui all’art. 600-bis c.p. significa provare che Berlusconi abbia compiuto atti sessuali con la minore in cambio di denaro o di altra utilità economica. Beninteso ciò non potrà avvenire con argomenti presuntivi o ipotetitci (tipo: se è stata tre giorni di fila sotto il suo tetto – notti comprese – sicuramente “qualcosa” avranno fatto; argomento logico e verosimile ma inidoneo a giustificare una sentenza di condanna penale). Né tantomeno ciò potrà essere provato esclusivamente sulla base di dichiarazioni de relato di terze persone. Si aggiunge anche che de iure condendo si ritiene già da tempo opportuna la predisposizione di un efficace filtro costituzionale che eviti al contempo il rischio di possibili abusi o usi strumentali della funzione giurisdizionale, oggi astrattamente possibili, e il ripristino di sostanziali e odiosi privilegi.

In secondo luogo, dal punto di vista politico, è stato già acutamente evidenziata la scarsa credibilità di Berlusconi (e quindi il PDL che non esiste se non in sua funzione) nel ruolo di paladino della morale cattolica e della famiglia, come conferma il disagio crescente nel mondo cattolico e il turbamento “ufficializzato” delle gerarchie ecclesiastiche. Ma in questa sede si vuole evidenziare un altro aspetto che si ritiene politicamente rilevante: la grave commistione tra sfera pubblica e privata. In verità, non è un elemento di novità. Questo aspetto è congenito con il c.d. berlusconismo, come dimostrava il frequente ricorso  – con ruoli di primaria importanza nel partito ma anche nelle istituzioni –  ai suoi più fedeli collaboratori/dipendenti (Previti, Dell’Utri ecc.), i suoi legali e altri ancora.

La vicenda in argomento, che per inciso richiama l’urgenza di riqualificare la rappresentanza politica, ne è una ulteriore riprova, con un consigliere regionale – imposto da Berlusconi – occupato nel disbrigo di faccende personali che è obiettivamente difficile ricondurre all’esercizio di funzioni inerenti all’ufficio ricoperto. Si ha, pertanto, la sgradevole sensazione che, malgrado la straordinaria ricchezza privata, le prestazioni personali e professionali in suo favore – o anche il riconoscimento per i servigi resi – siano poste a carico della collettività e dei contribuenti mediante il “conferimento” di incarichi elettivi.

Ma ancora più sorprendente risulta essere la scoperta che gli uffici della società che gestisce l’immenso patrimonio dell’universo berlusconiano sia una estensione della segreteria politica dell’on. Berlusconi. E perché? Quali sono le ragioni di interesse pubblico che giustificano tale scelta? O si è voluto porre sotto il riparo delle guarentigie parlamentari il cuore delle proprie attività finanziarie? D’altronde, l’abuso delle menzionate prerogative come scudo per i propri interessi ben si lega all’abuso della funzione legislativa in funzione difensiva compiuta in tutti questi anni. E ciò, a prescindere dalla identità culturale che opportunisticamente si attribuisce (liberale, socialista, popolare ecc.), rivela la faccia profondamente illiberale del personaggio.

Infine, dal punto di vista morale. Forse può soprendere questo angolo visuale o provocare istintivi rigetti, per timore di deriva moralistica. Ma il tema morale non è estraneo alle società democratiche, malgrado il loro naturale pluralismo valoriale (il relativismo etico non è sinonimo né di amoralità, né, tantomeno, di immoralità). E se si volesse andare alla ricerca del comune senso morale della nostra comunità non si potrebbe che ricercarlo nella sua Carta fondativa. D’altronde, è noto che le costituzioni “sanciscono l’esistenza stessa della comunità politica statuale, esprimendone l’essenza, traducendone l’ethos in scrittura” (Groppi).

Con riferimento alla nostra specifica esperienza costituzionale è innegabile che l’elemento che la permea integralmente è il cosiddetto principio personalista, ossia la priorità assiologica della persona umana e la tutela della sua dignità. E a prescindere dalla qualificazione penalistica dei fatti in discussione, emerge un contesto di squallore, di relazioni umane degradate e degradanti, in cui prevale, in una sorta di gioco di tutti contro tutti, l’inganno, la mortificazione, il disprezzo e la compravendita – se non del sesso – dell’amicizia e della compagnia.

Proprio alla luce delle ultime considerazioni, auspico sinceramente una reazione forte di tutte le italiane e gli italiani, che costringa Berlusconi ad una obiettiva e serena assunzione di responsabilità. Altrimenti dovremmo concludere che la più grave responsabilità di Berlusconi è proprio quella di avere “confermato nel popolo l’abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal Leader, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza” (Gobetti). In definitiva, oggi come ieri, il principale problema italiano non è di autorità, ma di autonomia e quindi di libertà, anche morale.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Amiche, avvocati, ragionieri, segretari… La corte del Cav. è tutta ‘in politica’”

  1. Caro Giacomo,
    le Tue riflessioni sono corrette e del tutto condivisibili.
    Ve n’è una, ulteriore, con carattere di sviluppo di ciò che hai scritto: il modello satrapico di esercizio del potere istituzionalizzato dal signor B. al vertice dello Stato, è replicato e diffuso alla base da innumerevoli suoi epigoni.
    Le amministrazioni locali sono pervase dal clientelismo e dal familismo; qualsiasi carica, pubblica e semipubblica, elettorale o di nomina, è conquistata con il criterio della scelta scambistica, amicale, clientelare, parentale, ma mai meritocratica.
    E, soprattutto, mai pluralistica.
    Al nord, aggiungo, questo sistema è applicato dalla Lega Nord non solo in funzione di obbiettivi di arricchimento personale e benessere di clan, ma con una precisa strategia di occupazione che ha per obbiettivo il monopolio del potere, a scapito di tutti, alleati compresi, e, dunque, della stessa libertà.

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