– La crisi in Tunisia è un pericoloso campanello d’allarme, che pone alla ribalta la storica questione del rapporto col mondo arabo nel suo insieme. Un rapporto da sempre difficile, in cui per anni l’Italia ha anche giocato un importante ruolo di mediazione, i cui equilibri, però, rischiano ora di scricchiolare anche perché la globalizzazione non sembra avere aiutato più di tanto il loro miglioramento, col fondamentalismo che cova sempre sotto la cenere.

Il mondo arabo (i 22 paesi che compongono la Lega araba) conta 340 milioni di abitanti con un Pil complessivo di circa 1.900.000 USD, ma scarso è lo sviluppo sociale, come dimostrano i 65 milioni di adulti, dei quali due terzi donne, che non sanno né leggere né scrivere e i 10 milioni di bambini non scolarizzati. Solo lo 0,14 del Pil viene dedicato alla ricerca, ben al di sotto della media mondiale (1,4%).

Un mondo la cui lontananza dal nostro avrebbe dovuto indurre a forte cautela, verso il quale, invece, per effetto del petrolio da decenni è attivo un vaso comunicante che ha generato un enorme trasferimento di denaro e di risorse, senza che nessuno si sia mai interrogato su quali sarebbero potute essere le conseguenze, senza né una riflessione su chi traeva profitto da tale commercio, né un controllo su come i capitali venissero investiti. E’ stato un errore, aggravato dalla consapevolezza che in quei paesi è fragile la ripartizione e l’equilibrio tra i poteri dello stato e manca completamente qualunque meccanismo di ricambio della classe dirigente, perché il potere è espressione di rapporti tra clan.

Certo, è più comodo acquistare petrolio da chi ne ha oceani piuttosto che investire nel cercarlo altrove, ma non si ha memoria di qualcuno che abbia mai riflettuto sulle conseguenze di un commercio che pian piano ha trasferito fiumi di ricchezze a paesi il cui tenore e modello di vita, in alcuni casi, era pressappoco medioevale, così consentendo solo a pochi privilegiati di accumulare fortune a dismisura, mentre il resto della popolazione, a confronto, non traeva alcun beneficio o poche briciole. Non ci si è mai preoccupati di verificare quali fossero i vantaggi in termini sociali che questi paesi avrebbero dovuto trarre dalla fortuna che improvvisamente gli pioveva addosso: era un problema loro, perché occuparsene?

Invece non era e non è un problema loro, ma di tutti noi. Così, quando ci si è accorti che qualcuno di quei governi aveva intrapreso un reimpiego non troppo tranquillo dei capitali o quando l’integralismo religioso ha alzato la testa si è commesso un secondo errore; da una parte si è scelta la politica delle alleanze all’interno dei conflitti che contrapponevano ora l’uno ora l’altro di quei paesi, come in Iraq, dove Saddam prima fu grande amico contro gli iraniani e poi liquidato come nemico col sospetto, mai provato, di armare anche i terroristi. D’altra parte si è chiuso un occhio sulla brutalità con la quale certi regimi hanno represso e tengono sotto tacco l’integralismo, Algeria e Libia per primi. In fondo, se il prezzo da pagare per contrastare il fanatismo religioso è l’uso del pugno duro, poco importa.

La globalizzazione, però, lungi dall’allontanare o dal risolvere questi problemi li avvicina e li acuisce, portandoli direttamente a casa nostra, in un rapporto molto asimmetrico, dove, nel bene e nel male, è il mondo arabo a venire verso di noi piuttosto che i nostri modelli verso il loro.