di BENEDETTO DELLA VEDOVA da Il Secolo d’Italia del 21 gennaio 2010 –

Silvio Berlusconi è innocente e spetta alla Procura di Milano dimostrare le accuse di concussione e induzione alla prostituzione minorile. Ad oggi questa è la situazione. Io mi auguro che i pm non riescano a dimostrare la colpevolezza del premier. Sarebbe meglio per lui e per tutti noi. Il premier può difendersi disponendo di uno stuolo di avvocati ben pagati e di una falange parlamentare all’uopo convertibile, nei delicati passaggi sulle autorizzazioni o sui conflitti di attribuzione.

Non solo: l’apparato mediatico del suo gruppo – convocato in pompa magna ad Arcore, alla faccia del conflitto di interessi – sta architettando una potente risposta propagandistica. Il protagonismo delle procure e l’uso dei media, di proprietà o controllati per legittima via parlamentare, come diretto strumento di difesa e di lotta politica alle procure “nemiche” sono due anomalie in un paese liberale. Nessuna delle due mi piace: la prima l’ho combattuta con i referendum radicali per una riforma liberale della giustizia, che Berlusconi non ha appoggiato, perché ci avrebbe pensato lui (sic!), della seconda ho sempre preso atto come di un’anomalia “conseguente”, che nella prima trovava origine e spiegazione. Osservo che queste anomalie si sostengono a vicenda e dubito che spariranno nei prossimi mesi. E con questo, per quel che mi riguarda, finisce la discussione sulla vicenda giudiziaria.

Oltre i reati presunti, però, ci sono i fatti con i loro evocativi nomi: Noemi Letizia, Patrizia D’Addario, Karima El Mahrohug, detta Ruby.  Capita di ascoltare imprenditori italiani lamentarsi di un particolare svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, con cui si trovano a fare i conti sui mercati esteri: prima di poter illustrare le qualità dei prodotti, devono sottostare ad un interrogatorio imbarazzante su quanto accade nell’Italia del bunga-bunga. Gli affari sono affari e chi offre prodotti migliori a prezzi competitivi alla fine vince; venire da un paese che sempre più assume, nell’immaginario degli operatori internazionali, una imbarazzante caratura da “repubblica delle banane” di certo però non aiuta. La responsabilità di tutto questo, si dice, è della magistratura politicizzata e della stampa che amplifica le inchieste.

Mettiamola così: se la cancelliera Angela Merkel fosse raggiunta a Parigi dalla telefonata di un prostituto brasiliano, e a seguito di quell’input chiamasse la questura di Monaco ottenendo di rilasciare un aitante minorenne marocchino “nipote di Mubarak” e di affidarlo ad un neoeletto deputato regionale bavarese della CSU di bella presenza, che poi lo riconsegnasse immediatamente al prostituto brasiliano; se poi a partire da questa notizia ne emergessero altre, con la Merkel al centro di festini con baldi giovani seminudi, anche minorenni, scritturati da un agente chiacchierato e ricompensati con case e denaro; se tutto questo avvenisse, non ne scriverebbero la FAZ e Der Spiegel? Non ne parlerebbe il mondo? Non sarebbero gli imprenditori tedeschi costretti a giustificarsi con le controparti indiane o cinesi? Io credo di sì.

Forse gli orfani del marco non se la prenderebbero però con la magistratura o i giornali, ma direttamente con la cancelliera, che avrebbe qualche difficoltà, diciamo così, a mantenere l’incarico. Parlo della Germania che non è certo un paese bigotto, dove leader “donnaioli” come Shroeder e Fischer si sono sposati e hanno divorziato quattro o cinque volte per uno, dove il vice-Cancelliere Guido Westerweller è un gay dichiarato che si presenta con il suo compagno, legalmente riconosciuto come tale, ai pranzi ufficiali e dove le prostitute pagano l’Iva: una società pragmaticamente e serenamente libera anche nei costumi familiari e sessuali, non cessa di essere una società ordinata e dotata di una rispettabile etica pubblica e civile.

Conosco l’obiezione: se non ci fosse in mezzo la magistratura nulla si saprebbe e il problema sarebbe risolto in partenza secondo il vecchio detto “vizi privati, pubbliche virtù”. Nel tempo di Wikileaks le cose non stanno così: credo che la differenza rispetto al caso italiano stia nel fatto che gli altri capi di Stato o di Governo sono semplicemente più prudenti e conoscano il senso della misura proprio dei rispettivi ruoli. E quando sono stati imprudenti l’hanno subito pagata. Si pensi a Clinton – l’America intera e l’informazione di tutto il mondo si sono fermate a scavare in una vicenda così “privata” e disquisire delle piccole bugie sessuali del Presidente.

La vita privata di un personaggio pubblico non è esattamente protetta dalla “privacy” (come lo era certamente nell’Unione Sovietica): oggi dei politici tutti vogliamo sapere se credono in Dio, se sono sani o malati, se sono fidanzati, sposati o singles…: tutti dati “sensibili” ed extrapolitici, in apparenza, ma rilevanti per il giudizio degli elettori. Del resto, proprio Berlusconi – che di questo è ben conscio –  ha catapultato nella politica italiana il suo “privato”, facendone una vera e propria epopea.

Chi oggi chiama Berlusconi a rispondere delle sue contraddizioni – non i magistrati, ma i cittadini – fa una cosa normale e perfino scontata. Da parte del leader di un partito sedicente “moderato” che ha fatto del “tradizionalismo” sessuale e familiare –  no ai pacs, no al riconoscimento delle coppie gay, no all’educazione sessuale nelle scuole –  un proprio connotato costitutivo ci si aspetta un’adesione anche personale ai valori professati. Non c’entra nulla il moralismo, c’entra la coerenza.

Tutto questo passerà e Berlusconi resisterà? Può essere, ma se, come accade, dall’interno del PdL non si leverà altro che uno stonato coro di plauso, senza una sola voce non dico dissonante, ma nemmeno dubbiosa, sarà passato invano. E Futuro e Libertà avrà una ragione in più per sfidare nelle urne il PdL con la proposta di una destra europea, liberale, autorevole e riformatrice.