Dal puttanaio alle puttanate: il finto federalismo municipale

– Prendere un certo concetto, stropicciarlo, metterselo sotto i piedi, farne cibo per porci. Il destino del federalismo italiano è questo, se si presta attenzione all’iter di attuazione delle legge delega del 2009, l’insieme di decreti legislativi che avrebbe dovuto dare all’Italia un assetto di finanza pubblica di natura federale.

Lo scriveva Carmelo Palma qualche giorno fa: tutto è divenuto un grande gioco pre-elettorale per la Lega Nord. A Bossi e compagnia padana interessa indifferentemente una delle due cose: sventolare – chiamandolo “federalismo” – un accrocchio normativo pur che sia (per dire di avercela fatta) o denunciare il tradimento della promessa federalista. In un caso o nell’altro, l’obiettivo è arrivare alle elezioni potendo rivendicare meriti e scaricare sugli altri le responsabilità.

Oggi le pagine dei giornali (non le prime, dove si parla di puttane e puttanieri) sono occupate dalla “puttanata” del decreto legislativo sul cosiddetto federalismo fiscale municipale. I lettori scuseranno all’autore il gioco di parole e il turpiloquio, ma definizione migliore non c’è. Gli estensori del testo dovrebbero avere il coraggio di modificare il titolo del decreto: non di “federalismo municipale” si tratta, ma di “accentramento statale” della finanza locale.

La fonte di finanziamento chiave dei comuni, nelle intenzioni di Calderoli, diventerebbe la compartecipazione Irpef al 2 per cento, insieme alla cedolare secca sugli affitti al 23 per cento e alla tassazione immobiliare della seconda casa (oggi l’ICI, dal 2014 l’IMU). Il resto – dalla tassa di soggiorno (per i soli capoluoghi di provincia, peraltro) alle tasse aeroportuali – è fuffa. La compartecipazione al gettito dell’imposta statale sul reddito ha molto poco di federale, essendo essenzialmente l’attribuzione ai comuni di una porzione di gettito statale. Lo Stato tassa, insomma, e i comuni spendono.

Sia la cedolare che la tassazione della seconda casa determinano uno squilibrio tra comuni poco desiderabile. E la dicotomia Nord-Sud non c’entra molto. I comuni con un “parco-locazioni” più ampio potranno avvantaggiarsi della riforma, tanto più che gli immobili locati sono pure seconde case; i comuni a più bassa mobilità, con molte prime case e pochi affitti, sopravvivranno solo grazie al fondo perequativo. I cui termini, peraltro, sono ancora molto confusi: il decreto legislativo demanda alla Conferenza unificata la responsabilità di definire i meccanismi di alimentazione e di riparto (la scelta puzza, dal punto di vista giuridico, di violazione della delega).

Per la cedolare secca, inoltre, si fa il gioco delle tre carte: oggi per i canoni di locazione si paga l’Irpef sull’85 per cento del reddito (per i contratti agevolati sul 59,5): il Governo propone l’introduzione di un’aliquota al 23 per cento, sufficientemente elevata perché la fascia di locatori con reddito medio-basso ne abbia un aggravio fiscale, non uno sconto.  C’è bisogno di fermarsi un attimo, onestamente. Il federalismo fiscale è una riforma troppo seria perché essa sia strumentalizzata e distorta ad usum Carrocci.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

10 Responses to “Dal puttanaio alle puttanate: il finto federalismo municipale”

  1. Pietro M. scrive:

    Se il 23% è troppo, è troppo anche il 20% che proponeva Libertiamo. L’aliquota minore è il 19%, e se si paga sull’80% del reddito in pratica è il 16%.

    Sul piano delle tasse io farei una distinzione tra due casi. Supponiamo per semplicità che esista solo l’IRPEF al 25%, e che il 20% della spesa è comunale.

    Prima della riforma il sistema funzionava così: il 25% del reddito va allo Stato, che gira il 20% di quanto incassa ai comuni.

    Dopo la riforma il sistema funziona così: il 20% del reddito va allo Stato, e il 5% rimane ai comuni.

    Ora bisogna chiedersi: questo sistema incentiva i comuni a minimizzare le spese? Dipende tutto da un dettaglio: i comuni possono scegliere l’aliquota?

    Se è possibile scegliere, allora un comune sceglierà se spendere e tassare il 5%, spende o tassare il 4%, spendere o tassare il 3%, etc.

    Non serve avere una tassa specifica per i comuni per avere responsabilità fiscale, basta coprire le spese con le tasse e poter modulare le aliquote locali volontariamente.

    I comuni che votano politici responsabili potranno avere addizionali locali basse.

  2. Baron scrive:

    No, Falasca non disquisisca piu’ sul federalismo……! La mentalita’ centralista, veterostatalista e la necessita’ di riprendere voti al Sud (sopratutto) traspare sempre in maniera cosi’ evidente, che qualsiasi cosa dica il Fli sull’argomento non e’ piu’ credibile. Non e’ un argomento sul quale siete in grado di fare un discorso serio. Lasciate perdere che e’ meglio……

  3. luigi zoppoli scrive:

    Parlare del merito, del testo, delle tecnicalità che inducono correttamente l’autore ad esprimere le tesi che illustra no, vero? paròiamo sempre d’altro e possibilmente in maniera generica e con slogan.

  4. Pietro M. scrive:

    Baron: mi rendo conto che se lei ha sentito il bisogno di scrivere un commento del tutto privo di contenuti è perché non è in grado di scriverne uno argomentato. Però ci provo: ne scriva per favore uno che valga la pena leggere, che contenga argomenti, e che dia un contributo, invece di blaterare ingiurie e dietrologie. Chi ha qualcosa da dire non ne ha bisogno.

  5. Piercamillo Falasca scrive:

    @Baron: per fortuna le critiche a questo disegno finto-federale le esprimevo già nel 2008, quando FLI non esisteva. Ed erano critiche da un punto di vista autenticamente pro-federale. Se non si fida di me, si fidi almeno del co-autore, più autorevole del sottoscritto, di questo libro:

    http://www.amazon.it/federalismo-fiscale-salvare-mezzogiorno-Problemi/dp/8849822774

  6. creonte scrive:

    forse magari basta dire a certi “padani doc” di ceto medio-alto, che le tasse al comune della loro prima casa (in Padania) sono minori di quelle che riceveranno i comuni della seconda casa, nella terronia Sardegna, isole Eolie…

    francamente è tutto l’impianto che non può funzionare, per le differenze fra i vari comuni (e non solo Nord- Sud)

    non è troppo OT neanche ricordare la medievale tassa di euro per i soggiorni turistici appena inserita a Roma e che potrebbe trovare sponda altrove. E’ solo un modo per i comuni per pigliar soldi senza render conto allo stato. E’ come più razionale non aver un simile “pedaggio”. Per i servizi necessari già ci sono le normali tassazioni: gli albergatori già pagano le tasse sui rifiuti; per i mezzi pubblici invece è pur vero che il prezzo del biglietto è sottocosto, ma in genere se il turista occasionale fa quegli abbonamenti da 3-7 giorni, diciamo che paga abbastanza.

    Oltre al fatto che mi chiedo se la tassa valga pure per chi soggiorna in Vaticano, ma “sporca” a Roma.

  7. Fabrizio scrive:

    Tutto é perfettibile.
    La prima automobile era ben diversa da quelle odierne, ma sono occorsi oltre 100 anni.
    Da qualcosa bisogna pur cominciare, ma cominciamo!
    Se perdiamo il treno che sta passando, chissà quanto dovremo ancora aspettare in termini non più di mesi ma di anni.

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