La Francia nel loop delle 35 ore

– Tra il 1998 ed il 2000 il governo di Lionel Jospin varava in Francia la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, unico paese OCSE a muoversi in tale direzione.
Tale abbassamento evidentemente avrebbe comportato un peso molto significativo sulle imprese, in virtù del conseguente aumento del costo orario del lavoro e della necessità di un maggiore ricorso agli straordinari, ma l’impianto della legge elaborata dall’allora ministro Martine Aubry ha previsto che tale peso fosse compensato, almeno in parte, da un alleggerimento degli oneri complessivi a carico delle aziende.

In nome della filosofia del “lavorare meno lavorare tutti” la riforma mirava in primo luogo ad accrescere l’occupazione e le stime ottimistiche elaborate a suo tempo dal Partito Socialista prevedevano la creazione di 700 mila nuovi posti di lavoro.
Ci sono pochi dubbi che un obiettivo così ambizioso sia stato fallito, anche se gli studi sulle dinamiche innescate dalle 35 ore forniscono risultati disomogenei. Se  l’IRES, centro studi dei sindacati, sostiene che sono stati creati 500 mila posti di lavoro, molte altre ricerche ridimensionano sensibilmente questi numeri. Per la Fondation Concorde ad esempio i nuovi posti di lavoro non sono stati più di cinquanta mila, mentre per l’economista OCSE Christian Giannetta la rifoma avrebbe addirittura distrutto posti di lavoro, in virtù del costo finanziario degli “sconti” alle imprese e della dinamica dei livelli salariali minimi.

Con le 35 ore la Francia si è ritrovata ad avere il numero di ore settimanali e complessivamente annuali di lavoro più basso del mondo sviluppato, con conseguente riduzione della crescita economica.
Il paese ha ridotto la propria appetibilità per gli investimenti esteri e gli investitori francesi hanno accresciuto la propria esposizione all’estero.
Sono aumentati i fallimenti di imprese ed è diminuito il numero di nuove imprese con dipendenti.
Inoltre in alcuni settori – tra cui quello ospedaliero – la riorganizzazione delle attività lavorative in accordo al nuovo orario ha introdotto notevoli disefficienze.
Del resto la teoria dell’“equa ripartizione del lavoro” è profondamente fallace nel ritenere la massa totale di lavoro come una quantità statica ed invariante rispetto al numero di lavoratori.
Basti considerare che i costi di amministrazione, di formazione, di reclutamento aumentano all’aumentare della quantità dei dipendenti – e che per un’ impresa può convenire avere meno persone a libro paga ma più skillate e produttive che distribuire una parte delle attività che queste potrebbero svolgere ad altri lavoratori meno preparati.
Nel complesso sono in molti a ritenere che la riforma abbia nuociuto alla competitività del sistema Francia ed i governi di destra nell’ ultimo decennio sono intervenuti in senso correttivo, aumentando i casi di deroga e defiscalizzando il lavoro straordinario.

Il dibattito sulla revoca totale della riforma di tanto in tanto fa capolino e proprio nelle ultime settimane l’argomento è tornato sulle prime pagine.
La presa di posizione più clamorosa è stata quella di Manuel Valls, candidato alle primarie presidenziali socialiste e non nuovo a posizioni “fuori linea” rispetto al proprio partito.
L’esponente del PS ha affermato  apertamente che le 35 ore debbano essere rimesse in discussione, sostenendo che “con la concorrenza che conosciamo oggi, non sia più possibile permetterci di restare sulle idee degli anni ’70, ’80 e ’90”.
La sortita di Valls ha dato scandalo suonando a molti blasfema nei confronti della “conquista” simbolo degli anni di governo socialista e molti nel suo partito si sono affrettati ad esortarlo a tornare sulla “strada dritta”.

Pure la destra, dal canto suo, è abbastanza divisa sulla questione.
Negli ambienti dell’UMP è largamente presente il sentimento che l’introduzione delle 35 ore abbia gravato il paese di costi ben superiori ai benefici. Il segretario generale del partito di maggioranza Jean-François Copé si dice convinto che fuoriuscire dalle 35 ore rappresenti una priorità se si vuole restituire competività al sistema economico francese. Sulla stessa linea Hervé Novelli, leader della “corrente” dei Réformateurs e da sempre favorevole ad un ritorno ad un orario di lavoro più lungo.
Non la pensa allo stesso modo, però, il ministro del lavoro Xavier Betrand che sostiene che negli ultimi anni il governo abbia posto rimedio ai problemi più significativi legati al sistema delle 35 ore, ma che al tempo stesso non ci siano le condizioni per poterle eliminare del tutto. Non che abbia necessariamente tutti i torti; in effetti abolire le 35 ore è più facile a dirsi che a farsi.
Come infatti nota Bertrand Nouel dell’istituto IFRAP la cosa potrebbe avvenire fondamentalmente in due modi. O a parità di paga oraria, aumentando gli stipendi; oppure a parità di salario, diminuendo la paga oraria.
Nel primo caso ci rimetterebbero le imprese che dopo aver dovuto sostenere un aumento dei costi orari con l’introduzione delle 35 ore, adesso si troverebbero a fronteggiare un aumento delle paghe complessive, in virtù del numero delle ore in più lavorate. E’ vero che le imprese risparmierebbero sugli straordinari, ma questi per lo meno rappresentano un lavoro flessibile che le aziende possono richiedere solo quando effettivamente necessario. Per di più questa prima soluzione penalizzerebbe quei lavoratori che già oggi lavorano più di 35 ore e che beneficiano della defiscalizzazione delle ore supplementari in nome del “travailler plus pour gagner plus” sponsorizzato da Sarkozy.

L’abbassamento della paga oraria sarebbe senz’altro più ragionevole sul piano economico e potrebbe rivelarsi un importante volano di crescita della produttività delle imprese transalpine, ma quanti scommettono che possa trattarsi di una soluzione politicamente sostenibile in un paese sindacalizzato e così geloso dei “diritti acquisiti” come la Francia?
Insomma un bel problema – che tuttavia è necessario affrontare, anche se forse prevedendo un percorso progressivo che faccia leva anche sulla diminuzione dei congedi RTT (il recupero sotto forma di ferie delle ore lavorate in più) e sulla moderazione dei salari e del costo orario di lavoro minimo (o SMIC).


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “La Francia nel loop delle 35 ore”

  1. Andrea scrive:

    Interessante. Ci tengo solo far notare che SKILLATE è una parola terrificante…

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Juanm. Juanm said: RT: @Libertiamo: La Francia nel loop delle 35 ore: – Tra il 1998 ed il 2000 il governo di Lionel Jospin … http://bit.ly/fLJ0CE […]