La rivoluzione in Tunisia è un esperimento importantissimo, per tutto il Medio Oriente. Fino all’11 settembre 2001 le democrazie occidentali sono sempre state convinte che tutto il mondo arabo-islamico fosse sospeso fra la dittatura secolare e quella islamica. L’appoggio a un dittatore secolare è sempre stato visto come unico antidoto al ben peggiore regime islamico.

Lo schema si è consolidato con l’involuzione della rivoluzione in Iran del 1978-’79: dalla richiesta di libertà dal regime modernizzatore dello Shah si arrivò in pochi mesi all’instaurazione della Repubblica Islamica di Khomeini. L’allora presidente americano Jimmy Carter, che aveva scaricato lo Shah, dovette cambiare idea dopo il sequestro del personale diplomatico statunitense da parte del nuovo regime. E da allora nessuno ha parlato più di democrazia in Medio Oriente, rendendo la Turchia e Israele delle eccezioni non imitabili.

Il caso dell’Algeria, negli anni ‘90, ha ulteriormente confermato la giustezza di questo schema: libere elezioni hanno portato liberamente al potere un partito totalitario islamico. Solo un golpe militare ha impedito che lo Stato nordafricano finisse come un nuovo Iran, ma al prezzo di anni di sanguinosa guerra civile e di circa 200mila morti.

Il presidente George W. Bush è stato il primo a violare il dogma della democrazia in Medio Oriente. In un primo momento pareva aver creato un movimento democratico: richieste di riforme parlamentari dal Kuwait alla stessa Arabia Saudita e la Rivoluzione dei Cedri in Libano del 2005 parevano le risposte locali alla nuova politica americana. Ma il caos (che dura tuttora) nell’Afghanistan e nell’Iraq post-dittatura non ha dato il buon esempio. Inoltre, la martellante propaganda contro Bush scatenata da tutti i movimenti progressisti negli Usa e in Europa ha finito per creare nella mente di tutti (anche dei dissidenti democratici mediorientali) l’equazione: democratizzazione = imperialismo.

E’ per questo che la rivoluzione tunisina è doppiamente importante: è il primo caso di ribellione democratica a un regime secolare, scoppiata per cause sicuramente interne. Sarà un esperimento di successo se porterà alla nascita di una democrazia secolare. Sarà un fallimento se porterà al potere una nuova dittatura. Si tramuterà in tragedia se farà scoppiare una guerra civile o causerà l’instaurazione di un regime islamico.

Prima di tutto è importante capire perché è scoppiata una rivoluzione contro il regime di Zine el Abidine Ben Alì. Il problema principale e più evidente è la mancanza di lavoro e di sviluppo in intere aree del Paese, nel centro e nel Sud, desertici e poveri. La popolazione è istruita, anche grazie alle politiche educative del regime di Ben Alì. Perciò è consapevole dei limiti di una dittatura che promette progresso, ma consuma risorse, anche sotto forma di corruzione. Erano numerose le strettoie imposte dal governo allo sviluppo di un florido mercato. Le regole sul settore finanziario e sugli investimenti stranieri erano paragonabili a quelle di un regime totalitario, stando alla valutazione data dall’Indice della Libertà Economica 2010, che registrava anche una situazione di forte regolamentazione statale nel mercato del lavoro, ingessato da leggi che impongono alti costi alle aziende e rendono difficili le assunzioni. La magistratura, secondo i rapporti sia dell’Indice che di Freedom House, non è indipendente dall’esecutivo. Dunque non ha mai tutelato i diritti di proprietà.

Questa situazione di illegalità/repressione è all’origine del rapporto statunitense svelato da Wikileaks, pubblicato su Le Monde, che è considerato una delle scintille della rivolta. La corruzione era considerata “pervasiva”, a tutti i livelli, ma soprattutto ai piani alti del potere, dove “nepotismo, espropri, furti ed estorsioni” sarebbero stati all’ordine del giorno. Il regime di Ben Alì, negli ultimi anni, aveva avviato un vasto programma di riforme economiche, all’insegna delle privatizzazioni. Ma molti monopoli pubblici si sono trasformati in monopoli privati, a vantaggio della famiglia e dell’entourage del presidente.

Se il malessere è scoppiato per motivi economici, la mancanza di democrazia lo ha incanalato non nell’opposizione parlamentare, ma nella rivoluzione. Nonostante la formalità delle elezioni, il partito Costituzionale Democratico di Ben Alì ha sempre vinto oltre i due terzi dei seggi parlamentari e il presidente è stato riconfermato, per ben cinque volte, con maggioranze bulgare. L’ultima volta, nel 2009, aveva vinto con il 90% dei voti. Alcuni partiti dell’opposizione, come il Partito Democratico del Progresso (Pdp) o l’Ettajdid, erano legali, ma molto vincolati da regole ferree. Altri movimenti, come l’islamico Ennahda e il comunista Poct, erano fuori legge. I media, inoltre, sono sempre stati sotto stretto controllo. La Tunisia di Ben Alì era considerata, dall’unanimità delle associazioni per la libertà di espressione, come una delle più repressive per i giornalisti in tutto il mondo arabo. Solo una manciata di radio e televisioni private erano dotate di regolare licenza governativa per trasmettere. Le autorità avevano la possibilità di sequestrare, in ogni momento, le pubblicazioni. Circa 100 giornalisti tunisini sono stati costretti alla fuga e all’esilio, numerosi altri sono stati incarcerati o intimiditi. L’attività online era molto pericolosa: il Comitato per la Protezione dei Giornalisti aveva classificato la Tunisia come uno dei 10 peggiori Paesi al mondo in cui essere blogger.

La ribellione a Ben Alì, comunque, ha avuto successo in tempi relativamente brevi (una settimana) e con un costo umano relativamente basso rispetto agli standard mediorientali: le vittime si contano a decine e non a centinaia o migliaia. E questo è “merito” del regime: Ben Alì, fallita la mediazione con l’opposizione, ha prima creato le premesse per un governo di unità nazionale e poi ha abbandonato il Paese. Ora il nuovo governo è un compromesso fra ancien régime e rivoluzione, con lo stesso premier nominato da Ben Alì, Mohammed Ghannouchi, che deve guidare una coalizione di maggioranza e opposizione, cercando di traghettare il Paese verso le prossime elezioni.

Qui si misurerà il successo o l’insuccesso di questa nuova esperienza rivoluzionaria. Sono ancora basse le possibilità che vada tutto male e che in Tunisia prendano il sopravvento gli jihadisti. Dal suo esilio a Londra, il leader islamico Rached Ghannouchi (non il già citato Mohammed) prende le distanze dal fondamentalismo, affermando che è solo propaganda di Ben Alì per screditare lui e il suo partito Ennahda. A scanso d’equivoci il nuovo governo provvisorio ha cooptato i partiti laici d’opposizione, ma non Ennahda, che resta fuorilegge (almeno per ora) ed escluso dal processo di transizione alla democrazia.

I leader del Partito Democratico del Progresso, fra cui il neoministro Issam Chebbi, affermano con certezza che non vi sia alcun rischio di controrivoluzione islamica: la piazza è laica. C’è da dire che, anche in questo caso, è merito di decenni di politica secolare dei regimi di Bourghiba prima (dal 1956 al 1987) e di Ben Alì poi (dal 1987 ad oggi): le moschee controllate, gli imam nominati dal governo, i testi delle preghiere monitorati, i “costumi settari”, come il velo integrale, proibiti.

Da nessun’altra parte nel mondo arabo i diritti delle donne sono garantiti così bene come in Tunisia: nel 2008 il Paese ha ratificato il Protocollo Onu per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione della donna, il regime ha sempre riconosciuto pari diritti a uomini e donne sul divorzio, ai figli delle coppie miste (in cui è la donna la cittadina tunisina) viene garantita la cittadinanza. Queste leggi secolari non sono state vissute come imposizioni, né sono alla base della ribellione. Parrebbero proprio accettate dalla società come parte del suo costume, ormai. Ed è per questo che è lecito essere ottimisti. La Tunisia potrebbe diventare la prima vera democrazia secolare araba.