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Ma siamo sicuri che liberali e cattolici possano convivere? – 3

– Libertiamo ospita una serie di riflessioni sul rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, a partire dall’articolo dal titolo “Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo – 1”,  di Claudia Biancotti, del 5 gennaio 2011

– Concordo con Osvaldo Ottaviani e Luca Favella su tantissime cose, in primo luogo sulla necessità di abbandonare l’idea di un liberalismo che rinuncia ad un fondamento assoluto.  Abbandonare una metaetica cognitivista significa solo aderire al pensiero liberale perchè ‘ci piace’ o peggio ‘ci conviene’ (se mai vi fosse distinzione tra le due espressioni), senza alcuna possibilità di fornire ulteriori giustificazioni sul valore intrinseco che la libertà possiede. Questo modo di pensare il liberalismo è paragonabile all’autoctisi gentiliana, concludendo che essere liberali perchè “ci piace” non è meno fascista dell’essere fascisti perchè ‘ci piace’. Sebbene la ricerca di un fondamento sia priva di definitività, una teoria della libertà non può rinunciarvi senza abdicare al proprio compito. Discorso diverso concerne quelle teorie filosofico-politiche che, non rinunciando ad una metaetica cognitivista, rinunciano però ad attribuire valore intrinseco alla libertà in senso negativo. Pensiamo ad una parte della tradizione utilitarista.
Molti utilitaristi ritenevano che la libertà fosse il migliore strumento per massimizzare funzioni di utilità sociale.

E nella massimizzazione dell’utilità sociale, nella somma del benessere degli individui risiedeva l’obiettivo da raggiungere. Il bene è rappresentato dallo stadio finale della massimizzazione, la libertà ne è strumento più o meno indispensabile. C’è anche chi, come Hayek, riteneva che libertà fosse l’unico strumento per permettere la soddisfazione del maggior numero di scopi individuali, pur non chiarendo se un ordine politico in cui tali scopi vengono soddisfatti sia anche un ordine buono, o soltanto un ordine possibile. Benchè, spesso e volentieri, la tradizione utilitarista si sia discostata da quella che Hayek definiva come una deriva ‘costruttivista’ aderendo spesso e volentieri all’utilitarismo ‘ristretto’ di J. J. C. Smart o al cosiddetto utilitarismo delle regole rendendo più simile un governo utilitarista ad un governo nomocratico, dobbiamo pur sempre ammettere che quando le norme sono orientate al raggiungimento di uno scopo (seppure questo scopo consista a sua volta nella soddisfazione del maggior numero di scopi), sempre di teleocrazia si tratta, volendo riprendere la distinzione di Oakeshott. Vi direte, che c’azzecca tutto questo con cattolicesimo e liberalismo? C’entra, nella misura in cui inizio a pensare che non sia possibile una teoria liberale non-nomocratica. Una difesa che non sia fondata sul fiat libertas (dove libertà=giustizia) pereat mundus. Non dico di aderire a questa idea, piuttosto credo che rinunciare a questo tipo di prospettiva sulla libertà significhi non essere liberali: possiamo essere utilitaristi o consequenzialisti (cognitivisti o meno) se crediamo che la libertà sia strumento della massimizzazione dell’utilità sociale o della realizzazione di un qualsivoglia scopo,  siamo solo scienziati sociali se riteniamo che per arrivare da una situazione x ad una y, la libertà sia lo strumento migliore o necessario.

In questo senso la distinzione tra cattolicesimo e liberalismo non è solo nel contenuto del nucleo duro di principi ma anche nella forma”

Il cattolicesimo ha ciò che noi chiamiamo teleologia. L’idea che i comportamenti umani siano guidati da uno scopo finale, la redenzione dal peccato, la vita dopo la morte. L’agire giusto nel mondo, il compiere il bene e rifuggire il male, sono orientati proprio al mondo che verrà. Il liberalismo, nella sua variante nomocratica, non ha una teleologia che non sia la difesa della libertà stessa. La libertà può essere strumento imprescindibile (lo è davvero?) nel cattolicesimo, ma è strumento e fine nella teoria liberale.

Sgombrato il campo da questa prima questione voglio chiedermi, così come hanno già fatto autorevolmente Flavio Felice e Carlo Lottieri, se un ordine liberale sia compatibile col cattolicesimo. Ovvero se le differenze nei principi di cui parlano Osvaldo Ottaviani e Luca Favella nell’altro articolo di oggi dedicato alla questione, siano differenze che per il cattolico pongono una questione rilevante tale da richiedere una scelta pubblica che per il liberale avrebbe natura coercitiva.

L’esempio proposto dai due autori non esaurisce minimamente la questione. E’ senz’altro vero che reato e peccato sono due cose ben distinte, e soprattutto che l’individuo non può essere costretto a non peccare; tuttavia l’esempio proposto è insufficiente perchè non configura una situazione tipica in cui vi sia un terzo ‘danneggiato’. Immaginiamo di trovare un individuo che ha l’urgente necessità di essere nutrito e l’unica nostra possibilità è quella di invadere la proprietà altrui per procurarci il cibo necessario. A prescindere dalla profonda verità per cui noi liberali siamo infinitamente più caritatevoli di ogni statalista (è una battuta scherzosa, ma non troppo), e prescindendo dal fatto che quasi nessuno sulla faccia della terra negherebbe del cibo a chi ne ha realmente bisogno, il cattolico che volesse agire correttamente dovrebbe violare la libertà di un altro individuo. E’ un caso estremo, ma vale più in generale per far comprendere come, in realtà, la redistribuzione, e dunque la coercizione, possa non solo essere giustificata, ma persino considerata ‘giusta’. In definitiva non sono così convinto che il cattolico dovrebbe esimersi dal promuovere ope legis quei provvedimenti che pur usando coercizione nei confronti degli individui possano garantire una esistenza migliore ad altri. Vorrei che qualche credente mi spiegasse se nell’esempio che ho posto un cattolico non dovrebbe promuovere attraverso la legge positiva un provvedimento coercitivo. Osvaldo Ottaviani e Luca Favella hanno certamente ragione quando sostengono che il cattolico non può usare la legge positiva per impedire all’individuo di peccare. E può darsi anche che neppure in questo caso il cattolico possa ricorrere all’uso della legge positiva. Ciò che è certo, tuttavia, è che, di fronte all’esempio proposto, libertà e legge positiva non sono più rilevanti nel determinare la scelta corretta (il rapporto tra cattolicesimo e legge positiva meriterebbe, a dire il vero, una più attenta disamina).

Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo – 1 di Claudia Biancotti

Liberali e cattolici si può, nel nome della libertà – 2 di Luca Favella e Osvaldo Ottaviani


Autore: Carlo Ludovico Cordasco

PhD student in Political Theory all'università di Sheffield. Fondatore di European Students For Liberty, autore di articoli scientifici su diritto e ordine spontaneo. Ha in corso di pubblicazione un libro dal titolo "Hayek: ordine, istituzioni e regole".

3 Responses to “Ma siamo sicuri che liberali e cattolici possano convivere? – 3”

  1. Lorenzo scrive:

    Articolo 1: bellissimo articolo.
    Articoli 2 e 3: la penso come Giovannone il Sottococo.

  2. Pietro M. scrive:

    La mia risposta arriverà a giorni e quindi inutile che dico di cosa parlerò.

    Un punto che non tocco nell’articolo che sta per essere pubblicato è però la mia diffidenza verso considerazioni formalistiche di formulazione rothbardiana. Capisco che non sei rothbardiano, ma l’impostazione è spesso evidente nel modo di porre le questioni.

    L’ordinamento giuridico liberale deve punire colui che rompe un cancello altrui per salvare la vita di una persona? Se esistesse una norma del genere in un tale ordinamento giuridico mi impegnerei ad eliminarla in quanto terribilmente stupida. Al massimo il proprietario del terreno ha diritto al risarcimento del cancello, ma parlare di trespassing come un reato in questi casi è feticismo dei diritti.

    Qual è il contributo marginale di una norma del genere all’ideale liberale? Aumenta la sicurezza dei diritti nei confronti dei criminali o del Potere politico? Favorisce il decentramento dei poteri? Garantisce maggiormente l’autonomia individuale? Finché in giurisprudenza la finzione della causa di forza maggiore non venisse spinta fino a ledere diritti di proprietà rilevanti, e non come in questo caso, questo pericolo non sussisterebbe.

    Caso diverso è ovviamente “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, che salvo casi come lo sceriffo di Nottingham è da considerarsi a tutti gli effetti un reato. Chiunque rubi per aiutare un terzo dovrebbe essere condannato ad aiutare il terzo con i suoi fondi per il reato di ipocrisia morale di cui la nostra società è terribilmente colpevole. :)

    Nella common law inglese sono esistite per secoli le equity courts che si occupavano di liberare la parte debole da contratti considerati eccessivamente onerosi, pur legittimi dal punto di vista della contract law. Erano una mina vagante per il diritto di proprietà o una semplice correzione di buonsenso?

  3. Carlo Cordasco scrive:

    Pietro, sono d’accordo con te. E, infatti, non capisco dove stia l’approccio rothbardiano. Io ho solo detto che il fondamento è importante, non che le norme non sono storicizzabili o sono preenunciate e sempre valide. Ecco perchè la figura del giurista è fondamentale anche in un ordine libertario. Per pesare le aspettative in gioco, e decidere, tenendo bene a mente che la libertà è il fine primario, ma che anche altro possiede rilevanza. Mi sa che c’è stata una grande incomprensione sul tema. Io parlo di un diritto molto spontaneo, dinamico, che tiene conto delle preferenze e delle aspettative, fermo restando che la libertà è il fine più importante.

    “Finché in giurisprudenza la finzione della causa di forza maggiore non venisse spinta fino a ledere diritti di proprietà rilevanti, e non come in questo caso, questo pericolo non sussisterebbe.”

    Sono perfettamente d’accordo. Il punto è che il pericolo non sussiste finchè la libertà è un fine. Per il resto, un’altra cosa che vorrei specificare riguarda sempre i diritti. Non solo non sono feticista, ma sono il primo a ritenere corretta l’idea per cui se le conseguenze che una norma produce sono antitetiche alla ratio della norma allora è evidente che la norma va cancellata. Questo non equivale affatto a negare fiat iustitia pereat mundus.

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