Lo Stato è un Idra, il nostro mostro

– La crisi europea – è noto a tutti ormai – è disseminata da mostri molto pericolosi, da abbattere al più presto, per prepararsi al mostro successivo. Ciascuno ha il suo mostro più o meno temibile da sbaragliare. Il nostro si chiama statalismo onnivoro e spendaccione, che ha seminato panico e distruzione nella nostra democrazia, portando la pressione fiscale a livelli incompatibili con la sopravvivenza di una società liberale.  

La democrazia moderna, in definitiva, nasce dall’esigenza di limitare i poteri di chi governa, non ultimo quello impositivo.

Ma in Italia cosa è accaduto negli ultimi cinquanta anni?

Nel 2009 il settore pubblico ha speso circa 801 miliardi di euro su un prodotto interno lordo di oltre 1.500 miliardi di euro: il 52,5%. In parole povere, oltre il 52% di quello che gli italiani hanno prodotto nell’anno è stato utilizzato secondo criteri politico-burocratici e meno del 48% è stato messo a disposizione dei privati, delle famiglie e delle imprese. Nel 1960 l’incidenza della spesa pubblica sul Pil era del 28,1%; è gradualmente aumentata fino a sfiorare il 60% negli anni novanta. Questo è avvenuto un po’ ovunque in Europa, ma in gran parte dei paesi dell’euro zona la tendenza all’aumento della spesa pubblica ha registrato un’importante battuta d’arresto fra gli anni ottanta e gli anni novanta, grazie a efficaci azioni di contenimento. In Italia questo è avvenuto solo in minima parte e molto più tardi, principalmente per effetto della riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico legata all’ingresso nell’Unione monetaria.

Laddove il settore pubblico spende oltre 800 miliardi di euro, deve prelevarli dalle tasche dei contribuenti. Il che equivale a dire che nel 2009 l’amministrazione pubblica è costata, in media, oltre 13 mila euro per ogni italiano – benestante o povero, anziano o neonato, pensionato o disoccupato – e 53 mila euro per ogni famiglia di quattro persone. Quindi ognuno di noi ha dovuto lavorare, in media, circa 200 giorni per finanziare la macchina pubblica.

E’ nota ai più la relazione inversa tra fiscalità e libertà personale. La peggiore delle illusioni sarebbe quella di credere che qualsiasi livello di fiscalità sia compatibile con una società liberale, con una democrazia moderna.

Per dirla alla Robert Nozick, “la tassazione del reddito configura una sorta di lavoro forzato”: ciascuno lavora gratis per un numero di ore. E la democrazia si riduce a farsa della democrazia.

Tenendo a mente queste premesse andrà valutato l’impatto del federalismo fiscale prossimo venturo. Riuscirà a ridurre l’intermediazione pubblica delle risorse private nel nostro Paese? O introdurrà soltanto una nuova alchimia istituzionale per trattenere gettito e spesa sul territorio, senza diminuirle affatto?

Quel che oggi si sa al riguardo è che i decreti attuativi del federalismo fiscale dicono poco e male come cambierà il complesso sistema di relazioni finanziarie tra istituzioni, il che rende consequenzialmente non circostanziabile la valutazione dell’impatto del nuovo sistema nella relazione tra cittadini e apparato pubblico.

Tanto più che alcuni di essi, i più importanti, hanno ancora molta strada da fare prima dell’approvazione definitiva.

Per esempio, il federalismo municipale dovrebbe poggiarsi prima sulla devoluzione ai Comuni di alcuni tributi erariali (sul possesso e sul trasferimento di immobili), per un ammontare di quasi 16 miliardi di euro e successivamente, a regime, sull’esistenza di un tributo proprio, l’IMU, che congloberà l’Ici sulla seconda casa e, appunto, i tributi erariali devoluti. Vista la dislocazione della base imponibile, a guadagnarci saranno i Comuni turistici (dove si concentrano le seconde abitazioni) e quelli più ricchi (dove il possesso e il trasferimento di immobili è maggiore), per i quali il gettito Imu più che compenserà il taglio dei trasferimenti erariali. Come funzionerà a quel punto il fondo di riequilibrio (cioè il fondo perequativo)? Non è dato sapersi, son dettagli che cedono il passo di fronte all’esigenza di capitalizzazione del consenso politico da parte della Lega Nord.

Come che sia, immaginare un meccanismo che accresca la spesa pubblica al Nord e l’imposizione tributaria al Sud potrebbe rivelarsi non lontano dal vero.

Il federalismo fiscale italiano manca dei due requisiti principe del federalismo: l’autonomia e la competizione tra territori. Senza di essi il Sud del Paese continuerà a non vedere l’occasione e l’opportunità di affrancarsi dal ciclo del sottosviluppo da ipertrofia pubblica in cui vive da sempre; mentre il Nord si lascerà “corrompere” da una spesa pubblica locale accresciuta, condannando se stesso, e il Paese, al declino.


Autore: Pierpaolo Renella e Lucio Scudiero

Pierpaolo Renella - Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Lucio Scudiero - Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia l'intersezione tra economia e diritto, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura.

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