– Libertiamo ospita una serie di riflessioni sul rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, a partire dall’articolo dal titolo “Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo”,  di Claudia Biancotti, del 5 gennaio 2011

– Davvero bello l’articolo di Claudia Biancotti sul possibile punto di incontro tra liberalismo e cattolicesimo. Soprattutto, l’autrice ha perfettamente ragione nell’individuare un (possibile) punto di conflitto nelle questioni relative alla libertà di coscienza. Il che invita ad una discussione sulla natura e i fondamenti dello stesso liberalismo, inteso come dottrina che ha di mira la distinzione tra pubblico e privato, con particolare riguardo nei confronti degli (indebiti) allargamenti del primo a scapito del secondo.

Ha ragione la Biancotti a dire che la questione è mal posta se tutto si riduce a una discussione sulla laicità dello stato. La laicità, infatti, dovrebbe essere un concetto puramente negativo: “laici” sono tutti e soli coloro che non appartengono a un ordine religioso, ivi compresi gli stessi cattolici. Allo stesso modo, dunque, con “stato laico” si dovrebbe intendere esclusivamente la negazione della teocrazia, cioè di una forma di governo che riunisce in sé il potere politico e quello religioso. Motivo per cui tutte le forme di laicità “positiva” (che, per assonanza, ricorda la “libertà positiva”) costituiscono,  in maniera più o meno esplicita, una forma di statolatria.

Ben più complesso è il tema della distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, specie per quanto riguarda la relegazione della religione nella seconda.  Chi scrive, nutre profondi dubbi sulla legittimità di una qualunque concezione ‘liberale’ che tenda  ridurre la religione a questione puramente privata (a un “problema di coscienza”), se non altro perché la dimensione pubblica appartiene per sua natura alle confessioni religiose.  Il problema non è tanto discutere se le convinzioni religiose (cattoliche) possano avere influenza sulle scelte pubbliche (che ce l’abbiano mi pare un dato di fatto), il che comporterebbe una rinuncia alla distinzione tra sfera pubblica e privata.

Il problema vero è, piuttosto, se, ferma restando la distinzione pubblico-privato,  sia possibile separare nettamente due aree di competenza esclusiva e, così, segnare dei confini invalicabili tra le due.

Nemmeno ha molto senso, a ben vedere, richiamare la classica distinzione tra diritto e morale, perché anche in una prospettiva laica, il diritto, distinto dalla morale, trova il suo fondamento nell’essenza stessa dell’uomo in quanto uomo (soggetto morale) . L’idea di un fondamento “relativistico” del liberalismo, oltre che un ossimoro, si rivela difficilmente praticabile, qualora se ne vogliano approfondire i presupposti. Una proposta come quella di D. Antiseri, per cui “relativismo” significa fallibilismo e, quindi, accettazione della tolleranza, è solo una confusione concettuale: senza un fondamento in qualche modo ‘assoluto’, non è possibile giustificare l’opzione per la libertà (contro le pretese di chi intende limitare o sopprimere la libertà in nome di scopi più alti). Un liberalismo relativista, insomma,  è un liberalismo che non riesce a rendere ragione di sé.

Paradossalmente, invece, il pensiero contemporaneo sembra aver accolto indistintamente la tesi centrale di Marx: la negazione dell’essenza (natura) dell’uomo, perché essa non è “l’astrazione immanente al singolo”, ma nella sua realtà si risolve nell’ “insieme dei rapporti sociali”. Oggi  si tende sempre più a fare dell’individuo solo un portatore di diritti e, al tempo stesso, a scambiare i “desideri” con i “diritti”, che qualcuno (lo stato) ha poi il dovere di realizzare.

Su alcuni dei temi che riguardano più da vicino la coscienza, le prospettive del cattolico e del liberale possono, se non coincidere, perlomeno trovare un punto di incontro. Il riconoscimento di diritti inalienabili , ad es., dovrebbe stare a cuore tanto al primo (che li ritiene “inscritti nella natura stessa della persona” dal Creatore) quanto al secondo (da qualunque parte egli li faccia derivare). Entrambi, inoltre, dovrebbero essere preoccupati al solo pensiero che questioni etiche, riguardanti la natura stessa dell’uomo, possano essere fatte oggetto di deliberazione politica. Prendiamo il caso del riconoscimento delle unioni omosessuali: per il cattolico si tratta, indubbiamente, della mortificazione non solo di un sacramento, ma soprattutto della famiglia come unione naturale. Ma, per un liberale, dovrebbe trattarsi di una indebita intrusione dello stato negli affari privati delle persone.

È vero, però, che se i temi eticamente sensibili sono spesso al centro della discussione politica, ciò avviene perché ci sono implicazioni per “soggetti terzi”. Non si tratta sempre  e solo di (eventuali) diritti da riconoscere, ma anche di veri e propri conflitti tra doveri (o tra diritti e doveri), come nel caso dell’aborto o del fine-vita.

Naturalmente, la possibilità di un conflitto tra liberalismo e cattolicesimo emerge quando si tenta di dare dei contenuti a quei principi generali che vogliono ancorare diritti e doveri ad una certa “natura” dell’uomo.

Bisogna però ricordare che per il cattolico esistono due distinzioni fondamentali. Primo, la distinzione tra “natura” e “sopranatura” (grazia) e, quindi, tra la legge naturale e la legge evangelica. Secondo, la distinzione tra “legge naturale” (che contiene quei precetti che consentono all’uomo di vivere bene e di raggiungere la propria realizzazione, morale e intellettuale) e “legge positiva” (il cui obiettivo fondamentale è il bene comune, inteso come pace all’interno della società).

Con la prima distinzione, si sottraggono all’ambito della natura tutta una serie di precetti che certamente vincolano il cattolico in coscienza, ma questi in nessun modo si sognerebbe di imporre ope legis (andare a messa la domenica, professare i dogmi impartiti dalla Chiesa, ecc.). Se la Chiesa pretendesse di estendere tali precetti anche al diritto positivo statale, non vorrebbe altro che la teocrazia. Ma la Chiesa, distinguendo tra grazia e natura, ha sempre lottato contro il rischio della teocrazia (la condanna dell’ dell’Action française da parte di Pio XI può essere letta in questa linea).

Con la seconda distinzione (tra legge naturale e positiva) si salva, invece, quel principio di tolleranza che è al cuore anche della dottrina sociale della Chiesa.  Per teologi come Tommaso d’Aquino, il diritto positivo deve sì recepire alcune istanze della legge naturale , ma non tutte; se le recepisse tutte, infatti, verrebbe meno la pace sociale e la concordia dello stato, e si avrebbe con ciò un male maggiore. Lo stato, infatti, per il cattolico come per il liberale, non è mai un fine in sé, ma un mezzo per garantire al cittadino di realizzare se stesso.

Se la Chiesa condannò nel 1800 il liberalismo (e, su questo punto, il “Sillabo” di Pio IX, su cui la Biancotti non si sofferma,  fu del liberalismo la condanna più recisa), lo fece per condannare qualcosa di alquanto diverso da ciò che oggi intendiamo per ‘liberalismo’. Ad es., il cardinale Newman dedicò alla discussione del liberalism, la prima appendice della Apologia pro vita sua, ed è lì che possiamo capire che, per lui, “liberalismo” era sinonimo di ciò che oggi diremmo piuttosto “relativismo”: la dottrina che, tolti diritti e doveri, lascia all’arbitrio e, in definitiva, al potere, la determinazione di ciò che è vero e di ciò che è giusto.

Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo – 1 di Claudia Biancotti

Ma siamo sicuri che liberali e cattolici possano convivere? – 3 di Carlo Ludovico Cordasco