di SIMONA BONFANTE – È andata. Fiat resterà a Mirafiori. Gli investimenti che Marchionne ha pianificato resteranno in Italia. E questa è una vittoria del paese. Tutto.
Però. Però la vicenda ha diviso, troppo. È stata caricata di valenze conflittuali, più simboliche che sistemiche, più ideologiche che effettive.
Divisi i lavoratori dai sindacati, i sindacati tra di loro, i sindacati dagli industriali e gli industriali dagli industriali, le opposizioni dalla maggioranza, l’ opposizione dall’opposizione. E poi il governo, separato come non mai dal paese, dai suoi turbamenti, dai suoi dubbi  – talora legittimi, talaltra regressivi. Ma tant’è. Il paese è stato lasciato a sé stesso. Le ragioni degli uni e i timori degli altri. Lo smarrimento di fronte alle implicazioni di questo ‘tornante’ per il sistema dell’industria e del lavoro nazionale. O quanto meno, per una sua non irrilevante componente.

Il fatto è che Marchionne ha posto con brutale realismo questioni che non riguardano solo Fiat e Fiom, ma la capacità del paese di farsi attrattore di investimenti, dunque di lavoro e ricchezza. Questioni che il governo ha completamente eluso
. Non basta – se si ha responsabilità di governo – dichiarare io sto con Marchionne. Marchionne ha risolto il ‘nodo’ Fiat, non quello che tiene lontane le tante altre aziende, non solo nazionali, dal nostro paese, dove non si investe per la burocrazia, la vetustà infrastrutturale, l’inefficienza della giustizia, la corrosività della mediazione politica, per il carico fiscale, per il costo del lavoro. Ecco, questi nodi, il governo non li ha risolti. Non li ha, in verità, neanche affrontati.
Ed è questo l’aspetto meno edificante della vicenda.

Attrarre investimenti in Italia non può essere oggetto di controversie. Deve essere obiettivo comune, trasversale, tangente ai corpi organizzati. Deve essere oggetto di discussione, certo, ma non di conflitto, non di antagonismo, mai di violenza.
Al nostro paese, alle sue conservatrici corporazioni, Marchionne ha imposto un ‘momento della verità’. E sarebbe stato bene se quest’opportunità di riflettere su di noi, sul nostro futuro, sulle nostre ‘possibilità’ fosse stata colta e capitalizzata per resettare e ripartire.
Il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha invece cavalcato – con non insolita spudoratezza – le divisioni e gli affanni della svolta in corsa per attribuire a sé ed al governo uno scatto innovatore di cui fa francamente specie riconoscere il merito alle attività del di lui dicastero.

L’occupabilità del lavoratore e non la difesa del posto di lavoro. Era questo Biagi, no? Era questa la frontiera che avrebbe riconciliato il conflitto, e ricomposto, anzi alleato, il ‘capitale’ ed il ‘lavoro’. La cassa integrazione straordinaria – lo strumento che il Ministro ha impiegato per affrontare le crisi sistemiche del nostro apparato industriale – mette al centro il posto, non chi lo occupa. Non l’individuo, delle cui sorti – quanto meno di quelle nella sua fase embrionale – il Ministro si preoccupa invece con intransigente determinazione.

Respiriamo, contiamo fino a tre. E riprendiamo a ragionare. Lavoratori della catena, politica, sindacati, imprese, partite iva, precari, giovani e meno giovani espulsi o preclusi da una prospettiva di vita dove le opportunità, non è che non si sappiano cogliere, è che proprio non ci sono. Ebbene, tutti noi non rassegniamoci a subire gli eventi. Immaginiamoci piuttosto come poter contribuire a determinarli.