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Un mondo di opportunità, anche andarsene da qui

 – Quando Bhagwati nel 2004 scriveva l’elogio alla globalizzazione, le testimonianze dell’economista di origini indiane servivano a smentire in modo inoppugnabile le argomentazioni retoriche del terzomondismo no-global.

Dati alla mano, dimostrava a chi considerava la fase globale del capitalismo una forma di sfruttamento dei popoli come in realtà le multinazionali portassero con sé il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, più ricchezza e diritti per le generazioni presenti future. Il tempo ha dato ragione al professore di Bombay, tanto che ai paesi emergenti che più hanno beneficiato dell’apertura ai mercati internazionali il participio presente sta ormai stretto.

Nel frattempo, almeno nel nostro paese, il noglobalismo ha trovato nuovo humus nelle sacche del conservatorismo più paranoico.

La tesi è che la globalizzazione, con l’annessa delocalizzazione nei paesi che meglio accolgono la libera impresa, rappresenti una minaccia per l’industria nazionale e i suoi lavoratori. C’è chi, come il nostro ministro dell’economia, abbandonate le teorie complottistiche e il misticismo catastrofista da campagna elettorale,  ha compreso con rassegnazione che la globalizzazione, buona o cattiva che sia, è un dato di fatto dal quale non si può prescindere. 

Altri hanno scoperto, come consumatori, la convenienza della maglieria d’importazione, ma anche, come imprenditori e liberi professionisti, l’efficienza data al proprio lavoro d’ufficio dai prodotti high tech e low cost fabbricati in Asia.

Quando però le imprese preferiscono investire in altri paesi europei o in America del Nord maledire la delocalizzazione non serve a nulla, se non a nascondere ai propri connazionali i problemi reali di un sistema paese che non funziona. L’Italia conosce da vent’anni tassi di crescita inferiori a quelli che si registrano nelle altre economie avanzate. Di fronte ad un sistema produttivo incapace di attrarre investimenti, la politica deve rimanere inerte? La peggior strada che un governo può percorrere è quella dell’aiuto di stato alle singole imprese (o singoli stabilimenti) in crisi. Le risorse così spese vengono sottratte al resto del tessuto imprenditoriale; un danno capace di contaminare e sgretolare la parte sana del sistema produttivo. Illudersi di poter attrarre i capitali con programmi pubblici a carico dell’erario è sbagliato e cela un vizio sottostante: quello di voler frapporre la mediazione politica tra il mercato e lo sviluppo del territorio. Meglio a quel punto una politica del non fare.

Piuttosto, un governo responsabile dovrebbe sforzarsi a rimuovere quegli ostacoli alla crescita che allontanano gli investitori. Si tratta quindi di trovare il coraggio per le tanto decantate e sempre procrastinate riforme strutturali di cui ha bisogno il nostro paese. Due sono i nodi che la globalizzazione e il terrore della delocalizzazione premono affinché siano sciolti: la riforma della contrattazione collettiva e la questione fiscale. I sussidi non toccano il primo punto e aggravano il secondo problema. La garanzia più forte che i lavoratori italiani possono ottenere dal Governo è, invece, la riduzione della pressione fiscale.

La globalizzazione e la delocalizzazione sono semplici dinamiche con cui il mercato ricerca la più efficiente allocazione dei fattori produttivi. Crea, tutto sommato, più opportunità che minacce ed è senz’altro un gioco a somma positiva. Positiva, ben s’intende, per i paesi capaci di sanare le proprie carenze strutturali, di cui non possono incolpare nessuna cricca di illuminati se non la propria classe di governo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Un mondo di opportunità, anche andarsene da qui”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Detto che Tremonti se si rassegna a che la globalizzazione sia un fatto, continua a professare il mito infondato del “bene comune”, rima il fatto che negare l’evidenza è lo sport nazionale. <Intendo dire che replicare in Italia relazioni e prassi analoghe a quelle in uso nel resto dell'Europa occidentale viene inteso come globalizzazione selvaggia. La politica, tutta, latita affogata nella sua inutilità incapace e l'opinione pubblica fa sogni irreali.

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