di CARMELO PALMA – La Corte Costituzionale doveva valutare se la legge sul legittimo impedimento contemperasse in modo costituzionalmente coerente il diritto di difesa dell’imputato “impedito” a comparire in udienza e l’esercizio della giurisdizione, che, anche in base alle precedenti sentenze della Corte, non poteva considerarsi a sua volta “impedita” riconoscendo, in senso assoluto, al Presidente del Consiglio e ai ministri una prerogativa funzionale di non-processabilità, che non trova riscontro nella nostra Costituzione.

Chi difendeva la legittimità della legge insisteva sul fatto che la tipizzazione dell’impedimento istituzionale –  anche continuativo –  e la sua, diciamo così,  “autocertificazione” da parte della Presidenza del Consiglio non escludesse l’apprezzamento da parte del giudice della sussistenza, in concreto, dell’impedimento.

Chi contestava l’illegittimità della legge insisteva sul carattere “automatico” dell’impedimento, di cui non era dato al giudice alcun apprezzamento – in particolare sulla “consistenza del fatto e dell’evento o anche sulla sua concomitanza”, per usare le parole del relatore, Sabino Cassese – ma era al contrario imposta una mera presa d’atto.

La Corte Costituzionale, a grande maggioranza, ha dato nella sostanza ragione ai secondi e ha riscritto la legge in modo tale da restituire, per così dire, l’ultima parola al giudice, non obbligandolo ad adeguarsi alla “certificazione” della Presidenza del Consiglio.

La sentenza non stabilisce l’inciviltà di un principio – quello della tutela processuale delle alte cariche dello Stato, che trova applicazione in altre democrazie europee –  ma punisce, forse meritatamente, l’ennesimo e di certo ultimo tentativo di aggirarne la “costituzionalizzazione” e di procedere per le vie più brevi e servibili della legge ordinaria.

La modifica costituzionale avrebbe comportato una questione istituzionale (era davvero la prima da farsi, questa riforma, indipendentemente dalle altre che avrebbero, o no, potuto seguire nella legislatura?) e soprattutto un rischio politico. Il referendum confermativo – senza quorum – poteva diventare una trappola mortale e Berlusconi ha fatto di tutto per sottrarsene e per non spostare il gioco su di un terreno che sarebbe stato congeniale ai suoi avversari.

Una – e forse la principale –  delle ragioni per sperare in un esito favorevole del giudizio della Corte era legata a ragioni di contesto politico. Il “no” avrebbe consentito ai peggiori di dare il peggio –  ed è puntualmente avvenuto – mentre un giudizio di costituzionalità avrebbe consentito ai migliori di pensare al meglio o, perlomeno, al necessario, senza farlo, per l’ennesima volta, coincidere con lo “scandalo” dei processi al premier.

Non pensiamo, sinceramente, che il giudizio della Corte abbia “ripristinato la legalità”, come pensano i berlusconidipendenti del Popolo viola, né che abbia “sovvertito “l’ordine democratico”, come invece pensa il ministro Bondi, che nel suo spericolato sincretismo ideologico pare avere dimenticato che la limitazione dell’onnipotenza democratica del legislatore da parte del giudice delle leggi risponde ad un principio del costituzionalismo (e del conservatorismo) liberale.

Le elezioni sono più vicine e le riforme ancora più lontane. E anche la negligente sicurezza che Berlusconi ha scelto di ostentare non promette quiete, ma tempesta.