– Perché la campagna per l’acqua ‘pubblica’ ha avuto un sì debordante successo? La mistificazione della questione in gioco, certo. Il fatto, ad esempio, di aver indotto la gente a credere che la messa a gara della gestione del servizio idrico, e dunque la possibilità di affidarne il management (anche, ma non necessariamente) a soggetti privati, equivalesse alla perdita di proprietà del bene, esponesse dunque il cittadino, anche il meno abbiente, all’attitudine predatoria dell’impresa che, va da sé, c’è per fare profitti. A poco sono valsi i tentativi – tra gli altri quelli di AcquaLiberAtutti, il comitato pro-choice sulla gestione delle reti idriche – di ripristinare un barlume di verità.

Il Decreto Ronchi non privatizza alcunché: si limita a mettere i proprietari delle reti pubbliche nella condizione di assegnarne la gestione, attraverso gara, al soggetto meglio attrezzato per offrire ai cittadini il servizio più economico ed efficiente.
Non è affatto detto che il privato sia meglio del pubblico. È vero però che il monopolio – di proprietà e gestione – è sempre peggio della libera concorrenza. Il monopolio pubblico nella gestione delle reti idriche deresponsabilizza l’erogatore, lo immunizza sostanzialmente dal dover pagare pegno per le eventuali inefficienze gestionali. Come fa infatti il cittadino a ricostruire la catena delle responsabilità rispetto alle inadempienze di una struttura manageriale, non eletta, ma politicamente designata?

La gara pubblica introduce invece elementi di trasparenza e controllo incrociato – il competitor non vincente, ad esempio, avrà interesse a controllare, ed eventualmente denunciare, le mancanze del soggetto vincitore, così come lo avrà, quell’interesse, il cittadino. Il Decreto Ronchi insomma non privatizza il bene, ma rende possibile la concorrenza virtuosa della sua gestione. Punto. L’amministratore dovrà scegliere, in trasparenza, il gestore migliore. Potrà, in caso di inadempienze contrattuali, sanzionarlo o chiedere eventuali risarcimenti, cosa che al momento non può fare essendo esso stesso il gestore. A pagarne le inadempienze dunque è solo il cittadino, sul quale gravano tariffe gonfiate da sprechi e varie altre amenità. L’Amministratore pubblico che affida a gara la gestione del servizio sarà invece direttamente ed inequivocabilmente responsabile delle scelte compiute e, cosa ancor più importante, il cittadino avrà la possibilità autentica di giudicarne l’operato.

Sarebbe auspicabile, in previsione dei due referendum ammessi dalla consulta, che si discutesse del merito della questione. Che si spiegasse ai cittadini che l’acqua resta pubblica, ma diventerà anche libera. Libera, in particolare, dall’arbitrio – dall’abuso, sovente – dei poteri politici che, più che della qualità ed economicità del servizio, sono spinti a preoccuparsi di esigenze politicamente sensibili – come mettere i propri contigui nella società di gestione idrica – che, con il bene pubblico, hanno davvero poco a che fare.

Pubblico fa spesso rima con ‘irresponsabile’. Ed è proprio l’irresponsabilità – ai limiti dell’illegalità – del potere pubblico alla base dei mali endemici del nostro paese.  Angelo Panebianco ha denunciato la rassegnazione compiaciuta del nostro paese per lo statalismo, distruttivo e mortificante, che impera un po’ a tutte le italiche latitudini. E come dargli torto. Anche di fronte alle più plateali storture, ed alle più intollerabili intromissioni del pubblico nelle libere attività sociali di ciascuno; anche a cospetto delle più spregevoli inefficienze, degli sprechi, delle arroganze del potere pubblico, il cittadino italiano la parola ‘privato’ ha la tendenza ad avvertirla come un dispregiativo.

Su Acqualiberatutti, il comitato ‘liberatorio’ presieduto da Oscar Giannino, pende un compito gravoso, di qui ai referendum: far venire agli elettori il desiderio di pretendere che almeno l’acqua, già bene pubblico, possa finalmente diventare anche un bene libero. Facciamocene carico tutti – amici di Libertiamo.