– Fa specie vedere una banca salvata con i soldi del taxpayer riconoscere al suo boss un bonus milionario. Succede in Gran Bretagna.
Bob Diamond è chief executive della Barclays da appena qualche giorno. Promosso al top job per il rimarchevole lavoro compiuto negli ultimi 14 anni alla guida di Barclays Capital, il ramo investment della banca.  Quel lavoro che due annetti or sono ha portato il sistema finanziario britannico, di cui la banca che lo stipendia è parte, alla morte cerebrale, ed il governo, accorso al suo capezzale, a compiere il miracolo del ritorno in vita. Pagano i sudditi, signor banchiere. Si serva pure. Ed il banchiere non si tira certo indietro.

Audito dal Treasury select committee in merito al bonus di 8 milioni di sterline che si accinge ad incassare per il 2010, Diamond ha detto che col cavolo che ci avrebbe rinunciato. Il tempo delle scuse, ha aggiunto, è finito.
Al generoso contribuente – al quale sostanzialmente si deve la benzina che ha permesso al motore bancario la performance milionaria dello scorso anno – un anno finanziariamente certo non proprio spumeggiante per i più – Mr Diamond manda un messaggio che un tantino beffardo, effettivamente, appare. Ti sei fatto spennare, pollo, adesso non ti lamentare.

Cosa non va nei bonus ai banchieri? L’importo stratosferico, l’inopportunità storica? La ratio del sistema, in realtà. Il manager è stimolato a spingere su le performance sul breve, incassare il bonus, ignorare le ricadute economiche delle strategie manageriali sull’azienda e, nel caso delle banche britanniche ricapitalizzate dallo Stato, del taxpayer. Irrazionale, più che immorale.

Bene fa la politica british ad interrogarsi – non certo su quale sia il tetto giusto ai bonus elargiti da privati shareholders ai manager di loro fiducia, quanto sul come evitare che il meccanismo s’incarti, impattando negativamente le economie, pubblica e privata. Tassare i bonus, come ha fatto a dicembre 2009 l’allora Cancelliere, il laburista Alistair Darling, ha portato nelle casse dello Stato un po’ di ossigeno liquido, ma non ha certo prodotto benefici di sistema.
“I bonus gonfiati – scrive il Financial Times – sono solo il sintomo. La causa è un modello universale che permette ai banchieri di truccare il dado e generare super-profitti”. Appunto.

La coalizione Lib-Con – il Cancelliere tory, George Osborne, più che il suo sottosegretario Libdem, Vince Cable – la tassa emergenziale dei laburisti l’hanno abolita, sostituendola con un’imposta patrimoniale sul manager – ancorata al tetto di 2 miliardi e mezzo di sterline di introito annuo. È un regalo pazzesco alle banche – grida l’opposizione. Quelle banche che non hanno invero ancora neppure abbozzato segni di riconoscenza verso il contribuente, e che hanno al contrario continuato a mostrarsi inguaribilmente stitiche nell’elargizione di credito. Il governo però muove da considerazioni più articolate. L’obiettivo vuole essere l’efficientamento, la responsabilizzazione del sistema, non la sua punizione. Question Time infuocato sull’argomento, ieri a Whitehall.

L’idea di David Cameron è trattare con la City sul fronte sistemico: trasparenza, responsabilità e apertura al credito. Ritrovare un nuovo equilibrio, funzionale all’economia nazionale com’era stato quello ricamato, un’era finanziaria fa, da Tony Blair. Cosa otterrà il Premier tory lo si vedrà. Cosa vuole ottenere, invece, è chiaro: una maggiore collaborazione degli istituti di credito nel rilancio strutturale del sistema economico. È su questo che ha investito la coalizione.

Le banche non sono i nemici da abbattere. Da abbattere, con costrutto, sono le regole (o le non-regole) che incentivano comportamenti finanziariamente insostenibili ed economicamente masochistici. Se il problema però è – come pare – sistemico, suona francamente un po’ velleitario immaginare di poterlo risolvere fissando un tetto ‘etico’ ai bonus per i manager, o con un prelievo fiscale ad hoc. Anche perché, se i governi agiscono su base nazionale, le banche invece no.

Ed ora, giochino. Mettiamo la Fiat al posto della Barclays, e Marchionne in quello di Diamond. Il discorso pare filare lo stesso. O no?  Beh, no. Nel caso italiano, il Premier non partecipa al gioco. È un imprenditore nel ramo media, lui. Mica gli interessa quello che di sistemico sta facendo la Fiat. E poi, se le aziende lasciano l’Italia, fanno stra-bene. Con il governo imbelle che si ritrovano!