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La politica è in formalina, il Paese in declino. Ecco l’eredità del berlusconismo

– La politica italiana sta vivendo una stagione particolarmente surreale. Dopo le turbolenze successive alla scissione di quella che è diventata Futuro e Libertà e la sopravvivenza al voto di sfiducia del 14 dicembre, il premier e le sue truppe sono entrati nell’ennesima “fase due” dell’ennesima legislatura dirimente le sorti del Belpaese.

Gli editorialisti si arrovellano sull’allargamento della maggioranza, e nullità politiche come Francesco Pionati ed il fuoriuscito tra i fuoriusciti Silvano Moffa ottengono il loro meritato quarto d’ora di popolarità, quello che ebbero tempo addietro la particella repubblicana Nucara o gli intellettuali Razzi e Scilipoti, provenienti da un partito padronale con pessima capacità di selezione del proprio personale politico, che non è il Pdl ma l’Idv.

Il tempo, più che fermato, si è pietrificato, proprio come la crescita del paese: in una congiuntura economica fortemente avversa ed una crisi fiscale ormai conclamata per tutti tranne che per gli editoriali di Francesco Forte, quanti tra noi riescono ancora a guardare un telegiornale (magari quello del “bravissimo” Mentana, che ogni sera produce un pastone politico di circa 20 minuti che nemmeno nella Prima Repubblica) vengono informati che si sta trattando con Casini per il leggendario quoziente familiare, di cui poche anime conoscono il meccanismo (e le profonde distorsioni).

Nel frattempo il costo del debito italiano cresce inesorabilmente, il rischio di un contagio che auto-avveri la profezia di una manovra correttiva in primavera è in ascesa verticale. Il governo delle tre tavolette si compiace delle forzature nella contrattazione collettiva introdotte dall’iniziativa di Sergio Marchionne (che fa solo il proprio mestiere, sia chiaro), ma non ritiene di lavorare per un “avviso comune” tra forze sociali che contemperi governabilità d’impresa e difesa della rappresentanza. Le riforme di struttura non sono mai avvenute, se non nella mente del premier, e si discute amabilmente di riforma della RC auto, come si è fatto e si fa da un decennio ed oltre.

Che dovrebbe fare il fantomatico “terzo polo”, in questo contesto? Domanda quasi surreale, date le premesse. Il terzo polo nasce per capitalizzare sui passi falsi del “peggior esecutivo degli ultimi 150 anni”, quanto ad immobilismo ed impotenza declamatoria. Si promette un futuro radioso con riforme che mai nasceranno, come quella federalista, che ogni settimana che passa appare sempre più una costruzione barocca che, ove mai vedesse la luce, contribuirebbe alla definitiva implosione del paese o, nella migliore delle ipotesi, lascerebbe invariato l’impianto di base della finanza pubblica locale.

Nessuna azione di contenimento della spesa pubblica è stata neppure tentata, mentre Tremonti istruisce l’Agenzia delle Entrate a pratiche che neppure Vincenzo Visco avrebbe ipotizzato. Il mercato del lavoro vive l’ennesima stagione di dualismo fatale, con la disoccupazione giovanile che tocca nuovi massimi storici mentre la cassa integrazione in deroga occulta situazioni di aziende in crisi irreversibile. Nessuna azione di ridisegno degli ammortizzatori sociali, che evidentemente non vanno toccati quando le cose vanno “bene” e neppure quando vanno male. Il ministro dell’Economia è diventato l’idolo degli editorialisti per aver solo fatto quello che è suo compito istituzionale, far quadrare i conti. Ma questo tremontismo è solo certificazione del declino, anche se il concetto continua a sfuggire. Meglio rifugiarsi, ad intervalli regolari, nelle oniriche riforme costituzionali, in assenza di un ministero della Semplificazione normativa che svolga la propria missione.

Nella più totale assenza di interventi di riforma strutturale sui mercati, si è alacremente lavorato a ridurre i margini di libertà d’intrapresa e di professione, con la controriforma dell’ordine forense, mentre si dibatte furiosamente sul nuovo logo del Pdl, partito nato morto e pronto a risorgere attraverso l’ennesima dozzinale operazione di marketing. Dal “piano casa” ai beni culturali, non esiste nulla in cui il governo possa affermare di aver agito proattivamente e con successo, ma solo la narrativa dell'”agente ostruente” che non lascia lavorare il demiurgo riformatore, si tratti della magistratura o di un’opposizione ancora più cadaverica della maggioranza. Oppure l’intestazione di meriti altrui, come il tasso elevato di risparmio (ancora per poco, di questo passo) delle famiglie italiane.

In questo quadro desolante, è fatale che il dibattito politico assuma connotazioni ancor più asfittiche dei già elevati standard, limitandosi a tatticismi esasperati ed esasperanti. Quanto a Fli, nulla è dato sapere sugli effettivi orientamenti di questa entità, a parte qualche scontato proclama sulla necessità di “tagliare la spesa pubblica improduttiva”, che è sempre e rigorosamente quella altrui, o altre solennità sulla necessità di avere una “destra europea” che non si sa esattamente cosa sia, se non forse (e riduttivamente) una destra non confessionale e teocratica. Sarebbe utile che Fli commissionasse non tanto dei sondaggi sulle intenzioni di voto, quanto sulla “mappa di percezioni” dell’elettorato: servirebbe per capire come viene visto dagli elettori il nuovo partito-movimento.

In questo bagno di formalina, l’intero paese è rassegnato e distratto, convinto (come è stato convinto da un sistema mediatico profondamente incolto ed asservito) che questa sia “normalità”. Anche l’eventuale sparizione della scena politica di Silvio Berlusconi risolverebbe assai poco, tanto sono dominanti i tic ed i riflessi condizionati di una classe politica che ha ormai perso ogni capacità di comprendere il presente e disegnare un futuro, e che ha drammaticamente accorciato il proprio orizzonte temporale di riferimento, schiacciandolo sull’unidimensionalità degli slogan.

E’ questa la vera ed unica eredità del berlusconismo, che volle narrare il futuro ed inchiodò il paese al passato.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

3 Responses to “La politica è in formalina, il Paese in declino. Ecco l’eredità del berlusconismo”

  1. vittorio scrive:

    Il quadro descritto è abbastanza condivisibile. Il problema è che in Italia non ci sono partiti autenticamente liberisti. Sono tutti più o meno affetti dal demone del socialismo.
    E quindi nessuno ha il coraggio di tagliare la spesa pubblica: anzi al contrario si decide in Sicilia di assumere decine di migliaia di nuovi pubblici dipendenti per questioni del tutto ignobili.
    La giustizia italiana è aberrante. Le leggi pure. I processi dalla durata biblica. Interpretazioni e sentenze che costruiscono labirinti legali. E nuove forme di abuso sui cittadini. Quando per esempio si comincia a considerare l’elusione fiscale un crimine, si capisce che la degenerazione è totale. I processi alle intenzioni non sono più figurati ma diventano previsti dalla legge. In questo contesto dire che i magistrati sono malati di mente non pare cosa troppo lontana dal vero. L’apparato burocratico e statale appare come quella casa dei folli visitata da Asterix e Obelix.
    Bisognerebbe poi dire che il contesto europeo è da incubo. L’Europa è diventata una prigione gestita dalla Germania. La decisione di abbandonare la lira e la sovranità monetaria è stata una rovina. La situazione attuale è figlia anche e soprattutto di questo.
    Detto questo una politica liberista può nascere solo all’interno del centro destra. E’ il ceto medio che dovrebbe essere la spinta propulsiva di queste istanze liberali.
    Per favorire questo processo sarebbe necessaria empatia e la capacità di convincere i vari soggetti (PdL, Lega e altri) che questa è l’unica via capace di portare vantaggi per tutti.
    Quando invece si agisce “per capitalizzare sui passi falsi” di Berlusconi e Bossi, si finisce miseramente con un Fini pagliaccio che si prostra a Casini e mette il tapetto rosso ai piedi di Lombardo.
    E quindi tutto sommato alla fine Berlusconi finisce per essere il meno peggio. Meno peggio della sinistra che non fa altro che proporre tasse patrimoniali e non solo. Meno peggio del cattosocialista Casini che più o meno recita la stessa poesia di Bersani. E meno peggio del Fini ipocrita che non offre alcuna credibilità.
    Chi voglia realizzare riforme liberiste deve in primo luogo avere rispetto degli altri, dialogare, comprendere, convincere e unire. Nel centro destra e a favore del ceto medio. Per ridurre le tasse e la spesa pubblica. E per rifomare uno stato da buttare.
    Invece a fare i grilli parlanti, a pestare i calli e a non concludere nulla sono capaci tutti. Anche quelli di libertiamo.

  2. caro Seminerio,
    a leggerLa nella impietosa ed esattissima foto che Ella ha dettagliato del Bel Paese in mano alla pochezza – e che condivido nella sua integralità – mi viene in mente quel Leopardi minore “…Musa la lima ov’è? Hassi a rifar ma’l tempo manca…” Intanto però, Musa o non Musa, lima o non lima, il tempo dei mercati internazionali corre a velocità impensata (come l’accumulo di debito italiano) e ci travolgerà come ha già travolto altre realtà. Quando andremo in default come l’Argentina o quando metteranno le mani non solo nelle tasche dei c/correnti ma anche e soprattutto nelle stanze delle nostre case, sarà questa la giustificazione lunare del nostro ineffabile presidentissimo? Quale altro coniglio tirerà fuori dal suo immarcescibile cilindro? Quale altra funambolica piroetta gli consentirà di sopravvivere quasi come aghi, siringhe e fluidi vari fecero sopravvivere il simulacro morto ma vivente di Franco? E l’ “itala gente dalle molte vite” farà come in Ucraina con le auto in piazza a Kiev o come a Tunisi? O, non piuttosto andrà…a prendersi un cappuccino al bar?
    L’alternativa? Ero assolutamente freddo con la persona Fini ed i fatti mi hanno dato ragione, dato che il tutto si è risolto in un precipitare in una palude immota in cui sguazza bene solo il democristiano di turno e che piace tanto, ma tanto, a chi si lecca i baffi in preparazione dell’assalto alla diligenza che verrà dalla speculazione internazionale ed anche, non poco, Oltretevere che si ritrova ad essere ancora una volta arbitro delle cose nostre. E Bossi ed accoliti se la ridono pensando ad arroccarsi nelle loro ridotte veneto-lombarde a disporre di un pò di soldi in più in quelle entità locali in nulla e per nulla adatte ed attrezzate a gestire con cogenza, efficacia ed efficienza il territorio amministrato ai fini di sviluppo proattivo, proiettivo e durevole.
    L’alternativa? L’alternativa ov’è? Hassi a rifar ma’l tempo manca….

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