– Dichiarando inammissibile il quesito referendario che eliminava la possibilità per i comuni di scegliere in autonomia la forma di gestione dei servizi idrici, e quindi di procedere all’affidamento a soggetti privati, la Consulta ha escluso la “statalizzazione” dell’acqua. Neppure la Costituzione, nonostante rifletta sui temi della libertà economica un’impostazione compromissoria, vincola così tanto gli enti locali. Nel merito, è una buona notizia: imporre gli acquedotti comunali come forma unica di gestione avrebbe decretato un salto all’indietro di decenni, un ritorno a baracconi pubblici inefficienti e spreconi.

Rispetto ai due quesiti ammessi è purtroppo in corso una vera campagna di disinformazione da parte dei sostenitori del sì al referendum. Parlano di “acqua pubblica”, ma non dicono che la conseguenza di una vittoria referendaria sul primo quesito sarebbe l’abolizione di quella norma del decreto Ronchi che, adempiendo ad un obbligo comunitario, individua nella gara pubblica il criterio-base per l’assegnazione del servizio. Si tornerebbe ad affidamenti diretti poco trasparenti e a volte politicamente orientati.

L’altro quesito, chiedendo sostanzialmente il divieto di remunerazione del capitale investito nel servizio, vanificherebbe la possibilità che la rete idrica italiana attragga gli investimenti necessari al suo ammodernamento, scaricando gli oneri di gestione sulla fiscalità generale. Spero che gli elettori italiani, anche grazie all’impegno del comitato Acqualiberatutti presieduto da Oscar Giannino, dica no a queste mistificazioni.