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Il Sud va via dal Sudan del criminale Omar Bashir

– Nel Sud del Sudan la secessione è legittima, anzi: premiata dalla diplomazia internazionale. I sudisti sudanesi sono andati a votare negli ultimi tre giorni a un referendum che dovrebbe sancire la loro indipendenza dal regime di Khartoum. L’affluenza è del 60%, dunque è stato raggiunto il quorum. Il risultato è ancora ignoto, ma prevedibile: secessione. Gli Usa premono in questo senso: se il Sud viene lasciato secedere pacificamente, come ha promesso il presidente/dittatore Omar Bashir (su cui è stato spiccato un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità), il Sudan verrà cancellato dall’infamante lista nera degli Stati sponsor del terrorismo internazionale. In cui era finito, negli anni ’90, per aver ospitato nientemeno che Bin Laden e la prima rete di Al Qaeda. L’Onu e le Ong, di cui è testimonial l’attore George Clooney, si ripromettono di monitorare la situazione sul campo, con i satelliti, per verificare che non vi siano violenze su scala massiccia dopo il voto.

Come mai tutti, dagli Usa all’Onu passando per George Clooney, sono dalla parte di una nazione secessionista? Prima di tutto perché il Sud del Sudan ha pagato, nell’ultimo mezzo secolo, il prezzo peggiore di ben due guerre genocide. Il Sud è una regione prevalentemente cristiana e animista, il Nord è musulmano. Fino al 1946, gli anglo-egiziani (padroni dell’area) li amministrarono come due colonie separate. Il problema si pose quando si iniziò a preparare quella regione africana orientale all’indipendenza. La classe dirigente era militare e musulmana. Promise alla Gran Bretagna di edificare uno Stato federale, ma già dal 1953 iniziò a dimostrare la sua volontà accentratrice.

Dal 1955 (anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna) il regime militare di Khartoum soppresse con la forza l’autonomismo del Sud. Nel 1957 la Costituzione stabilì che l’Islam dovesse essere la religione di Stato e l’arabo la lingua nazionale. I rappresentanti del Sud non ottennero alcun diritto di autonomia e abbandonarono i lavori costituenti. Nel Sud si sviluppò una resistenza armata, chiamata Anya Nya. E la guerra civile andò avanti fino al 1972. Ad Addis Abeba, un nuovo regime di Khartoum, guidato dal colonnello nazionalista Jafar Nimeyri, firmò un accordo di pace con il nuovo leader della ribellione del Sud, Josef  Lagu. Ma fu proprio Nimeyri, undici anni dopo, nel 1983, a far scoppiare la seconda guerra fra Nord e Sud, frammentando amministrativamente quest’ultimo e introducendo la Shariah (legge coranica) nel codice penale. Lo fece sotto la pressione degli oppositori islamisti, i Fratelli Musulmani, lo stesso movimento che, appena due anni prima, aveva ucciso il presidente egiziano Anwar Sadat. E che in quel periodo già iniziava a incutere timore in tutti i leader musulmani più moderati. Nel 1985, un Nimeyri sempre più jihadista firmò la condanna a morte dell’intellettuale musulmano riformatore Mohammed Taha, dichiarato colpevole di apostasia. Quella sentenza, plateale e di risonanza mondiale, non salvò comunque Nimeyri dal colpo di Stato del suo ex ministro della Difesa, che spianò la strada all’elezione di un governo ancora più islamico, guidato da Sadiq al Mahadi. Questi, a suo volta, nel 1989 fu rovesciato da un golpe militare guidato dall’estremista islamico Omar al Bashir. Che tuttora è al potere a Khartoum.

E’ in questo clima di intolleranza religiosa che va letta la seconda guerra civile sudanese, durata dal 1983 al 2005, uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti del XX Secolo. Il Sud resistette con la sua milizia irregolare, formata da ex reparti ammutinati dell’esercito, chiamata Spla, appoggiata e armata da Uganda, Etiopia ed Eritrea. Non di un fronte compatto si trattava, bensì una pletora di movimenti armati, in alcuni casi in guerra fra loro. Nel 1991, ad esempio, vi fu un tentativo di colpo di Stato contro il leader dei sudisti, John Garang, che causò duri combattimenti fra fazioni.

L’esercito governativo (del Nord) raramente fece prigionieri. I maschi armati, il più delle volte venivano uccisi. I “fortunati” erano deportati e venduti come schiavi, sorte che toccava regolarmente a donne e bambini. Omar Bashir, una volta preso il potere, diede una svolta di ulteriore violenza al conflitto facendo morire di fame intere regioni e lanciando una violenta campagna di arabizzazione e islamizzazione forzata. La scoperta di nuovi giacimenti di petrolio, soprattutto nella regione di Abyei, ebbe l’effetto di prolungare il conflitto. Alla pace si arrivò solo nel 2005, ma il mondo era cambiato. Perché nel frattempo Al Qaeda (che fino al 1996 era ospite di Bashir) nel 1998 aveva attaccato le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, divenendo, assieme a tutti i regimi che l’avevano sponsorizzata, il nemico numero 1 degli Stati Uniti. Quello del Sudan non era più un problema interno, né solo africano, ma internazionale. Nell’agosto del 1998, il Sudan subì un primo bombardamento americano. I missili mancarono completamente i loro bersagli, ma il messaggio fu raccolto. Un anno dopo, con un golpe interno incruento, Bashir si sbarazzò dello scomodo alleato Hassan al Turabi, allora presidente del parlamento, nonché leader dell’ala “internazionalista”, quella cioè che voleva esportare la rivoluzione islamica nel mondo. Con gli attentati a New York e Washington nel 2001, crebbe la pressione internazionale sul regime di Khartoum. Che fu spinto a prendere ancor più le distanze dall’appoggio esplicito al movimento jihadista internazionale.

Dal 2001 al 2005 il conflitto proseguì, parallelamente ne scoppiò un altro, nel Darfur (l’Ovest del Sudan), ma progressivamente perse il suo carattere di guerra religiosa, fra l’Islam e i suoi nemici cristiani e animisti. Il Darfur è uno dei più plateali esempi di guerra fra musulmani, scoppiata per motivi etnici e di possesso territoriale. Il conflitto nel Sud divenne gradualmente una lotta per il possesso delle risorse. E su queste basi fu possibile firmare un accordo di pace nel 2005, che prevedeva, dopo sei anni, una possibilità per il Sud di votare per la secessione. Quel che è avvenuto ieri. La guerra era costata alla popolazione locale (soprattutto sudista) 2 milioni di morti.

Questi dati impressionanti spiegano perché la comunità internazionale accetti di buon cuore l’idea di una secessione, solitamente rigettata di istinto. Dal punto di vista umanitario, solo una separazione del Sud può coprire la sua popolazione dal rischio di un’altra guerra genocida. Dal punto di vista dell’immagine, Omar Bashir è noto ormai solo per il mandato di cattura spiccato nei suoi confronti. Protetto dai leader africani e islamici (fra cui Muhammar Gheddafi, presidente dell’Unione Africana), difeso dalla Cina (che acquista il petrolio dalle sue riserve), in Europa e negli Usa, Bashir è legalmente un ricercato. Prima che un mandato di cattura fosse spiccato, nel 2007 era stato ricevuto dall’allora premier Romano Prodi. Oggi non potrebbe nemmeno mettere piede nel Vecchio Continente. Nessuno vede come un pericoloso precedente la secessione di un pezzo di uno Stato governato da un criminale. Infine, da un punto di vista strategico, rientra nell’interesse degli Usa, e di tutti i Paesi coinvolti nella guerra al terrorismo, indebolire un regime che fu culla di Al Qaeda e della rivoluzione islamica internazionale.

Tuttavia la mancanza di dibattito, culturale soprattutto, sulla secessione del Sud Sudan, lascia un vuoto e rischia di lasciare un precedente incompreso. E’ sempre legittima l’autodeterminazione? Se no, in che casi è legittima? A che condizioni si può proclamare l’indipendenza da uno Stato sovrano? Il Sud del Sudan, come abbiamo visto, è un caso chiaro: la secessione è legittimata da ragioni umanitarie, l’alternativa è il rischio di una nuova guerra genocida. Però ad altre regioni del mondo, come la Cecenia, non viene riconosciuto lo stesso diritto. Perché Khartoum non vale quanto Mosca.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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