Caro Tremonti, primum gubernare, deinde philosophari

di PIERCAMILLO FALASCA – A leggere la Costituzione Italiana un liberale ha più di un prurito. Dall’articolo 1 in poi, la Carta è impregnata del compromesso cattosocialista da cui essa nacque e senza il quale probabilmente non sarebbe stato possibile averla, una Costituzione. Quell’articolo 41 che Giulio Tremonti – già nel giugno scorso e poi ieri dalle pagine del Corsera – propone di modificare, abolendone il secondo ed il terzo comma, era evidentemente il frutto di un equilibrio precario: la volontà di riconoscere ad un tempo solo la libertà dell’iniziativa economica privata e la necessità di affermare (in ossequio alle richieste comuniste e socialiste) la subalternità di questa libertà ad una non meglio identificata “utilità sociale”, affidando al legislatore il compito di programmazione e di indirizzo dell’attività economica. Non a caso, in questo articolo o in un altro, non trovò spazio la richiesta di Luigi Einaudi di costituzionalizzare il principio di tutela della concorrenza: sarebbe stato anche e soprattutto un vincolo all’azione del legislatore e ai monopoli pubblici, inaccettabile in un’epoca in cui si voleva e si teorizzava lo Stato manovriero in economia.

E’ tempo di emendare l’articolo 41? Sì, tra gli altri. Ogni generazione – sosteneva Thomas Jefferson, padre fondatore degli Stati Uniti – dovrebbe scriversi la propria Costituzione. Ogni 30 anni dovrebbe poter essere esercitato un diritto generazionale alla ri-costituzione dello Stato, perché “il Creatore ha fatto la Terra per i vivi, non per i morti”. L’Italia del 2011 è così diversa da quella del 1948, le istanze personali e sociali che oggi meriterebbero un riconoscimento ed una tutela costituzionale (anzitutto dalle grinfie dello Stato e della politica) sono molte e variegate, spaziano dalla bioetica alla libertà della Rete, dall’identità sessuale alla proprietà intellettuale. Parlando di libertà economica, è forse venuto il momento di inserire in Costituzione, come ha fatto la Germania, un severo vincolo di bilancio, a tutela del patrimonio privato presente e futuro degli italiani. Insomma, ammodernare la prima parte della Costituzione è l’utile esercizio cui un sistema politico spesso distratto e impreparato dovrebbe costringersi per ridurre la distanza tra i palazzi ed il paese e per evitare che, in un’epoca che per fortuna ha salutato le ideologie, finiscano per andar via anche le idee.

Ciò detto, il discorso e la proposta di Giulio Tremonti sollevano più d’una perplessità. Così come l’articolo 41 non ha impedito il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, così non si può addebitare solo al suo dettato la bulimìa regolatoria e l’invadenza burocratica cui è soggetta da decenni la società italiana. Forse che il ministro vuol dire che, vigente l’articolo 41 o in attesa di una sua modifica, non sia comunque possibile iniettare nell’economia una dose robusta di libertà? Dalle pagine del Secolo, oggi Gianfranco Fini replica a Tremonti sfidandolo sul piano dei fatti concreti, proponendo al ministro di porre anzitutto mano alle tante possibili riforme a costo zero, stanti le difficoltà di bilancio: un piano di alienazione del patrimonio pubblico, a partire dalla Rai e dalle aziende municipalizzate, e la presentazione alle Camere da parte del governo dell’attesa legge annuale sulla concorrenza. Ha ragione, il presidente della Camera: non c’è bisogno di alcun passaggio costituzionale per liberare risorse ed energie. E Tremonti lo sa.

Così come sa, lui che è persona accorta, che le sue parole sull’articolo 41 verranno decodificate secondo diverse chiavi di lettura, in primis quella politica. Paradossalmente, se nel giugno scorso parlò della modifica costituzionale sedendo in conferenza stampa al fianco di Silvio Berlusconi, oggi ogni sua parola o proposta appare una presa di distanza dal premier. Che sia così o meno, non sfugge a Tremonti che le principali resistenze all’apertura di una stagione di riforme economiche non stanno nella Costituzione, ma nella maggioranza di governo. Dal 2008 ad oggi, il governo Berlusconi ha assunto a propria strategia – e per la verità con il contributo non secondario di Tremonti – la formula dell’immobilismo, accompagnato da una narrazione irreale degli eventi, dal mantra “sulla crisi, siamo messi meglio degli altri” ai tanti annunci campati in aria. Contando sulla prevalenza della retorica sull’azione, del detto sul fatto, si è cercata una navigazione al riparo dalle asperità. Ma l’Italia, ad un passo dal declino, ha bisogno di una politica che sappia rischiare sé stessa e la propria sopravvivenza sull’altare delle riforme concrete e dolorose che servono al paese.

Alla modifica dell’articolo 41 è bene lavorare, anzitutto nell’ottica jeffersoniana. Ma intanto si facciano cose. Caro Tremonti, primum gubernare, deinde philosophari.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “Caro Tremonti, primum gubernare, deinde philosophari”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Tremonti tra l’altro compie la grava confusione di ritenere che la forma del contenitore sporchi l’acqua mentre l’acqua è sporca qualunque sia il contenitore. Immobilismo, colbertismo e statalismo sono la cifra di Tremonti ed aberrazioni come quella della Banca del Sud e l’utilizzo della CC.DD.PP lo dimostrtano ad iosa.

  2. Parnaso scrive:

    La costituzione fu un compromesso cattocomunista: ma visto che la storia ha sconfitto il comunismo, dovrebbero essere eliminate dalla costituzione tutte quei principi introdotti da questa parte sconfitta. Ma in questo paese se dicono che vuoi cambiare i primi 52 articoli (12 + 40)della costituzione sei un reazionario. anche se, per esempio, poi è bastata una semplice legge del parlamento a sospendere quello che era l’obbligo costituzionale della leva militare!

  3. Paolo scrive:

    @parnaso:

    la costituzione, nell’enunciare diritti che molti interpretano come “assoluti e illimitati”, in realtà spesso rimanda alla legge ordinaria la definizione delle modalità di esercizio di tali diritti.

    Per inciso, ciò vale anche per i doveri: è logico che sia “bastata una semplice legge” per sospendere la leva militare, dato che la costituzione ha affidato al legislatore la definizione di limiti e modi della sua obbligatorietà.

    Vedasi anche il diritto di sciopero: con legge ordinaria, al personale sanitario pubblico e privato è praticamente (quasi) vietato scioperare: per ovvi motivi di tutela del servizio, possono farlo solo dando congruo preavviso, senza bloccare interamente il servizio e sempre che il datore di lavoro non imponga il rinvio dello sciopero.

    Diciamoglielo alla FIOM di Mirafiori.

    Chiudo l’OT.

  4. lucio scrive:

    Il pezzo di Tremonti sul Corriere oltre a essere filosoficamente ben supportato, mi e’ sembrato molto interessante, soprattutto per le considerazioni sui controlli ex-post e ex-ante. Bisogna per forza sprecarlo per una l’ennesima polemica politica che non porta da nessuna parte o cogliere la discontinuita’ in senso liberale? C’e’ un grande bisogno di riforme, anche costituzionali, in questa direzione: poco importa chi le propone.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] This post was mentioned on Twitter by GenerazioneItalia CT and Camelot. Camelot said: RT @Libertiamo: Caro Tremonti, primum gubernare, deinde philosophari: http://bit.ly/hUYnpd […]