Vogliamo una destra (est-) europea

– Con l’inizio di quest’anno sono diventati diciassette i paesi che aderiscono alla moneta unica. L’Estonia è infatti diventata un membro a tutti gli effetti dell’eurosistema, risultando il terzo paese ex-comunista ed il primo ex-sovietico ad accedere al “club”.
Una scelta azzeccata? Difficile dirlo con certezza in una fase storica che rivaluta la sensatezza dei timori degli euroscettici, ed in cui i potenziali candidati all’Euro sembrano determinati a tenersi la propria divisa nazionale. Ma, a parte questo, è significativo notare come l’Estonia non abbia certo dovuto fare carte false per ottenere il suo biglietto di ingresso. Al contrario, il piccolo paese dispone di parametri fondamentali invidiabili, a cominciare da un debito pubblico bassissimo (appena l’8% del PIL).
Insomma, l’ultimo arrivato è in grado persino di dare lezioni di finanza pubblica ai soci fondatori dell’unità europea.

L’Estonia è senz’altro una delle più interessanti success story della transizione dei paesi dell’Europa dell’Est verso l’economia di mercato. Grazie alle radicali riforme liberiste intraprese dopo la fine dell’URSS, il paese baltico ha conosciuto negli ultimi quindici anni una crescita economica spettacolare.
Come ricorda Mart Laar, ex primo ministro ed architetto delle riforme, alla caduta del comunismo “i negozi erano completamente vuoti ed il rublo russo non aveva più alcun valore. Nel 1992 la produzione industriale era scesa del 30%, le paghe reali del 45%, mentre i prezzi correvano al mille per cento annuo di inflazione ed il prezzo del carburante al dieci mila per cento.
 La gente stava in fila per ore per comprare il cibo. Il pane ed il latte erano razionati. Per la mancanza di gas, il governo stava pensando addirittura di evacuare la maggior parte degli abitanti della capitale Tallin in campagna.
L’Estonia era totalmente dipendente dalla Russia, che pesava per il 92% del commercio estero. La guida sovietica aveva rovinato l’ambiente e le infrastrutture erano in condizioni catastrofiche. Per molti esperti stranieri, l’Estonia era solo una delle tante repubbliche ex-sovietiche senza grandi speranze per il futuro.”

Nel giro di pochi anni tuttavia lo scenario del paese è radicalmente cambiato. Liberalizzazioni, privatizzazioni, flat-tax hanno fatto il miracolo, liberando enormi energie per decenni represse. Dall’inizio delle riforme l’economia estone è cresciuta ad un ritmo medio del 6% l’anno con punte a due cifre durante l’ultimo decennio. I risultati sono tangibili. L’Estonia ha bassa disoccupazione ed un’inflazione contenuta, gli standard di vita in rapido miglioramento, un bilancio in pareggio e sovente in attivo.
La crisi, certo, ha colpito molto duro, ma non ha condotto gli estoni ad invertire la rotta delle loro scelte economiche liberali. Non si sono aumentate le tasse e si è scelto invece di continuare le riforme e di tagliare pesantemente la spesa pubblica – anche a costo di accettare una contrazione del PIL di breve periodo.

Va detto che l’Estonia non è stata l’unico stato dell’Europa orientale che ha affrontato il difficile momento economico con questo spirito, ma anzi un po’ ovunque ad Est hanno preferito continuare a puntare su Friedman e su Hayek piuttosto che su Keynes.
Come rileva l’economista svedese Anders Åslund “benché con la recessione le entrate statali abbiano registrato un calo, costringendo alcuni paesi ad alzare le imposte sul valore aggiunto, nessun paese [dell’Europa dell’Est] ha incrementato le tasse sui redditi, e nessuno dei sette paesi che applicano un’imposta sul reddito ad aliquota fissa ha rinunciato a questo modello. Il risultato è che tali paesi escono dalla crisi in modo più produttivo”.
In altre parole, la strategia intrapresa non è stata quella di intervenire in modo assistenziale per ammortizzare gli effetti della crisi e per salvare posti di lavoro, bensì quella di tagliare il più possibile i rami secchi per poter poi intraprendere nuovamente una fase espansiva con un’economia strutturalmente sana.
Capofila delle sforbiciate il governo conservatore lettone che ha ridotto del 35% i salari del settore pubblico, ridimensionato le pensioni, dimezzato il numero di agenzie statali e di ospedali e licenziato i docenti in esubero. E che – dulcis in fundo – ha subito dopo rivinto le elezioni.
Eh sì, perché in Europa orientale si vota a destra. In occasione delle elezioni europee del 2009 i partiti conservatori hanno prevalso in tutti e dieci i paesi dell’Est ed oggi il centro-destra governa in tutti gli stati ex-comunisti dell’Unione ad eccezione della Slovenia.

La destra dell’Europa dell’Est è “l’altra destra europea”, una destra che governa quasi cento milioni di cittadini comunitari e che tuttavia è snobbata, ed in gran parte sconosciuta.
 Eppure è una destra che ha saputo presiedere negli ultimi due decenni a radicali processi di liberalizzazione economica che hanno cambiato i connotati dei relativi paesi, conseguendo risultati a priori tutt’altro che scontati – una destra coraggiosa e riformatrice, così diversa da quella “gestionale” dell’Europa occidentale che invece troppo spesso consideriamo l’unico approdo ideologico possibile.
Per carità, non tutto luccica. La recente legislazione ungherese sui mezzi di comunicazione rappresenta, ad esempio, un legittimo elemento di preoccupazione – e forse non è un caso che una legge così dirigista sia stata emanata proprio nello Stato dell’area che è anche il meno virtuoso dal punto di vista degli equilibri finanziari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, a rivolgere lo sguardo ad Est dell’Oder Neisse ci sarebbe parecchio da imparare e si scoprirebbero personalità come Laar, come Vaclav Klaus, come Donald Tusk o come Mikuláš Dzurinda che hanno saputo far crescere i loro paesi per il mezzo di politiche economiche liberiste.
Fa un certo effetto leggere che le regioni di Praga e di Bratislava sono ormai più ricche di qualsiasi provincia italiana, inclusa Bolzano. E dà ancor più la misura del fallimento di decenni di politiche stataliste “a favore” delle nostre aree depresse del Sud.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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