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La sinistra liberalizza e stupisce. Tempi di saldi e vecchie polemiche

– da Il Secolo d’Italia del 12 gennaio 2010 La stagione dei saldi invernali si è aperta tra le consuete polemiche, con le organizzazioni di categoria impegnate a ritardarne l’inizio – almeno al terzo sabato di gennaio, per “dare giusta dignità alla vendita di fine stagione”, recitava stentoreo un comunicato della Confesercenti di Roma. Ma alla fine anche la Regione Lazio – che appariva inizialmente disposta a raccogliere l’appello – si è adeguata alla data del 6 gennaio, per non incentivare un “turismo commerciale” nelle regioni confinanti, che è già entrato – ed a ragione – tra le abitudini dei consumatori più informati.

Nondimeno, i saldi rimangono, dal punto di vista politico e simbolico, una delle frontiere della resistenza alla piena liberalizzazione del commercio, malgrado le riforme introdotte nel settore dalla fine degli anni ’90 abbiano dimostrato, come ha scritto Maria Luisa Agnese sul Corriere della Sera dello scorso 6 gennaio, quanto sia meglio (per tutti) “arrendersi ad un po’ di buon senso libertario e lasciare libero il consumatore e il mercato di auto-regolarsi, tanto più che il cittadino sta sempre più diventando consum-attore, secondo la definizione del sociologo Giampaolo Fabris, capace di scelte consapevoli e di creare un suo percorso individuale tra le offerte”.

La “politica del commercio”, di per sé, è un ossimoro. L’idea che le decisioni pubbliche, oltre a garantire la legalità degli scambi, possano “migliorare” i prezzi, intervenendo direttamente sulle condizioni di offerta e di acquisto, ha persuaso per anni gli elettori che gli interessi organizzati degli esercenti sindacalizzati coincidessero con quelli “generali”. Quando nel 1995 il referendum dei radicali sulla liberalizzazione delle licenze e degli orari degli esercizi commerciali giunse al voto, a prevalere fu infatti il fronte contrario.

L’opposizione delle associazioni di categoria, a partire da Confcommercio e Confesercenti, e la dichiarata ostilità dell’intero sistema politico e sindacale sfruttarono, insieme ad un diffuso pregiudizio, l’effetto di trascinamento del no ai referendum anti-Mediaset, che aveva persuaso il Cavaliere ad una campagna, per così dire, semplificata: “Votate no su tutto, così non vi sbagliate”. Con oltre il sessanta per cento dei voti, l’elettorato italiano bocciò una riforma che, nel giro di pochi anni, avrebbe, almeno in parte, battezzato l’impegno liberalizzatore del Ministro Bersani, il cui seguito, nel 2006, fu poi tanto celebrato, quanto sfortunato.

Da allora, sono passati quindici anni, ma sembra un secolo. E nessuno rimpiange il tempo in cui comprare il pane la domenica era impossibile e l’orario dei negozi coincideva, pressoché perfettamente, con quello degli uffici. Quella che, con tre anni di ritardo, nel 1998, aprì – per così dire – il commercio alle regole del libero commercio, affrancandolo, almeno in parte, da una pianificazione sovietica, fu una riforma “di sinistra”. E quindi vittima di una cultura per cui la liberalizzazione non coincide, semplicemente, con la deregolamentazione, ma con una sorta di ri-regolamentazione ispirata ad un’idea “perfetta” (e quindi sbagliata) del mercato e alla tutela “sindacale” del cliente, come se il rapporto tra chi vende e chi acquista fosse sempre sbilanciato a favore del primo.

Il risultato fu che, pur smantellando una parte della regolamentazione vincolistica e corporativa, il cosiddetto Decreto Bersani affidò alle regioni il compito di disciplinare il settore e, in particolare, di vigilare sulle sue manifestazioni più “mercatistiche”. Con il che, come l’esperienza ha dimostrato, la guerra dei divieti si spostò dal piano nazionale a quello regionale. E al centro della guerra, insieme alla grande distribuzione, intralciata e governata impropriamente per mezzo della disciplina urbanistica (ma non solo),  finirono i saldi, cioè, per stare alla lettera della norma (art. 15, comma 3 del Dlgs 114/1998) le “vendite straordinarie di fine stagione”, che “riguardano i prodotti, di carattere stagionale o di moda, suscettibili di notevole deprezzamento se non vengono venduti entro un certo periodo di tempo” .

La contesa circa le date di inizio e fine dei saldi – con lunghi e estenuanti bracci di ferro tra assessorati regionali e associazioni di categoria – portano inevitabilmente alla ricerca di una istanza di garanzia “superiore”, in grado di organizzare il naturale disordine del mercato.  E a farsi alfiere oggi di una regolamentazione più stringente è – non causalmente – la coalizione nominalisticamente liberale. La stessa che aveva avversato nel ’98, e avrebbe contestato in futuro, le liberalizzazioni di Bersani.

La deputata europea del PdL Laura Comi – non certo tenendo all’oscuro il “suo” governatore Formigoni – ha pochi giorni fa proposto un’armonizzazione delle regole dei saldi a livello europeo e una stretta sulle vendite promozionali, con un obiettivo manifestamente anticoncorrenziale. Tutto ciò avveniva mentre l’Antritrust esprimeva un parere di segno opposto, secondo cui, per non compromettere “la libertà di iniziativa economica dei negozianti” e non incentivare “fenomeni di elusione a danno dei consumatori”, sarebbe necessario abolire i residui vincoli sulle offerte promozionali, cancellandone il divieto “nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti”.

Come ha giustamente notato Serena Sileoni su Chicago-Blog, se da una parte la segnalazione dell’Antritrust non comporta “la legittimazione a ulteriori regole che irrigidiscono ancora di più il calendario dei saldi”, ma va “piuttosto letta come occasione per l’avvio, per troppo tempo ritardato dalle regioni, della reale liberalizzazione delle vendite straordinarie, dall’altra parte “l’appello all’Europa, specie in questioni così poco ‘internazionali’ e, sussidiariamente, così tanto risolvibili a livello locale, persino comunale, è in genere la maschera del nulla, il lancio di un amo troppo lontano perché qualcuno si ricordi di raccoglierlo o sappia dove può essere finito.”

Il settore commerciale è nel complesso liberalizzato. Grazie proprio a Bersani, che nel 2006, per rintuzzare le reazioni delle regioni “catturate” dagli interessi del settore regolato, completò la riforma, fissando limiti più stringenti alla fantasia vincolistica del legislatore locale. Con la legge 248 del 2006 – la prima delle “lenzuolate” – venne così interdetta la possibilità di stabilire “l’iscrizione a registri abilitanti ovvero il possesso di requisiti professionali soggettivi per l’esercizio di attività commerciali”, di fissare “il rispetto di distanze minime obbligatorie tra attività commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio” di definire “le limitazioni quantitative all’assortimento merceologico offerto negli esercizi commerciali” e di determinare “il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale”.

Proprio per questo, i residui di un’impostazione rigidamente corporativa non hanno più alcun senso politico, né alcuna razionalità normativa. E ad essere liberalizzati dovrebbero essere infine proprio i saldi, ed in generale tutte le vendite straordinarie – non necessariamente di fine stagione – che comportano uno sconto o un ribasso sul prezzo normale di vendita.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “La sinistra liberalizza e stupisce. Tempi di saldi e vecchie polemiche”

  1. Paolo scrive:

    Eh eh eh….

    Le uniche, minime, misere, insufficienti, liberalizzazioni le ha fatte Bersani (PD).

    Il PdL (Siliquini et al.) si è invece distinto per:
    – riforma dell’ordine degli Ingegneri (in base alla quale un ingegnere edile laureato 30 anni fa è diventato ex lege anche ingegnere informatico, mentre ad un informatico laureato nel 2000 è invece preclusa l’iscrizione all’ordine)
    – salvataggio di stato di Alitalia (a carico di Pantalone, e senza salvare gran che)
    – iperprotezionismo delle farmacie
    – proposta di riforma medievale dell’avvocatura, il cui iter parlamentare ha visto il VOTO FAVOREVOLE DI FLI…

    Di questo passo, i prossimi minimi passi in tema di liberalizzazioni è lecito aspettarseli da Nichi Vendola…

  2. Carmelo Palma scrive:

    No, da Nichi Vendola è lecito attendersi una frase del tipo: “Nei vecchi negozianti proletarizzati dalla capitalisticizzazione del commercio, occorre combattere la tentazione demoniaca dell’auto-sfuttamento e della dissipazione del tempo liberato e quindi della fantasia…. E al popolo trasformato in cliente dall’economicistica deriva consumistica della buona vita, occorre reinsegnare il gusto non al di più, ma al meglio, non al troppo, ma al giusto…”

  3. Paolo scrive:

    ;-)

  4. confesso che stamani a omnibus bdv ha detto molte cose da condividere soprattutto sull’azione del governo e della maggioranza per le riforme da fare; intanto che mi domando che cosa ci stia a fare con bocchino, consiglio benedetto di evitare ironie sul premier, ma non per fare un piacere a me o al premier, ma per essere più credibili bdv.
    mn

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