Quel genio di Alemanno tassa il turismo già depresso

– La politica romana vive ore frenetiche, tra l’azzeramento della giunta comunale, un complicato rimpasto in arrivo e le ripercussioni nazionali della vicenda. Ma per chi visita la (fu) Caput Mundi sono ben altre le preoccupazioni provocate dalle scelte di Gianni Alemanno. La tassa di soggiorno a Roma produce i primi effetti. La notizia ha fatto il giro del mondo e i media internazionali hanno allertato i potenziali turisti segnalando la gabella capace di guastare le feste natalizie.

L’impatto mediatico degli ultimi giorni già mina alcune certezze. Gli incassi previsti dal comune di Roma sono pari a 82 milioni di euro; sempre che il balzello non incida sui flussi turistici che vedono ogni anno circa 30 milioni di visitatori fare il loro ingresso nella capitale.

L’argomento secondo il quale una spesa aggiuntiva di 3 euro al giorno non modifica le preferenze del turista è totalmente errata. Il viaggio di piacere rappresenta una spesa non necessaria; in tempo di crisi è la prima voce del bilancio familiare ad essere tagliata. Per questo il comparto ha risentito in modo significativo del ciclo economico negativo e gli albergatori hanno dovuto ridurre i prezzi dell’8,8% per tamponare le perdite. In più, il turismo di massa sviluppatosi negli ultimi anni, anche grazie alla liberalizzazione del trasporto aereo e alla diffusione dei voli low cost, ha creato molte opportunità di crescita ma ha anche reso estremamente elastica la domanda, specie nelle città d’arte. Insomma, le opportunità create dal turismo di massa sono molte, specie se si fa leva sul low cost, ma la competizione è serrata: basta un lieve aumento dei costi per dirottare i turisti da una città all’altra.

Un secondo argomento impiegato a giustificazione della tassa di soggiorno è l’esempio di molte altre città estere. Ma proprio l’esperienza maturata altrove può servire a comprendere gli effetti deleteri dell’imposta. Negli Stati Uniti la tassa di soggiorno è applicata in percentuale al prezzo della camera. Si segue quindi la stessa logica dell’IVA, che già tutti i clienti dei nostri alberghi, italiani e stranieri, pagano nella misura del 10%. Nel 1991, a New York, il tentativo di aumentare questa specie di IVA sugli alberghi ha dirottato l’industria del turismo su altre destinazioni; nel 2007, quando l’impatto negativo dell’imposta è risultato evidente e conclamato, la tassa è stata ridotta. A Toledo, Ohio, l’aumento della tassa di soggiorno (ma, ribadiamo, potremmo chiamarla IVA sui servizi di pernottamento) ha portato alla chiusura di 731 alberghi, in parte compensata dall’apertura di 445 hotel a Perrysbourgh, a pochi minuti da Toledo, dove la pressione fiscale era inferiore.

In Europa la tassa di soggiorno è applicata a Parigi dal 1910, ma non è pagata dai turisti di Barcellona e Londra, dove, anzi, a voler far paragoni, beneficiano di un ingresso gratuito nei musei, mentre a Roma i prezzi del biglietto sono elevati in generale e ancor più salati per i discriminatissimi non residenti.

Nel 2010 il settore alberghiero italiano ha condotto ogni sforzo possibile, attraverso una riduzione dei prezzi del 7,5%, per tamponare gli effetti della crisi. A fine anno le prenotazioni risultano diminuite del 2,5%.

La crisi, insomma, non è passata e il settore mantiene quindi una buona dose di vulnerabilità. A Roma l’applicazione della tassa di soggiorno potrebbe tradursi o in un aumento dei prezzi di circa il 3-4%, oppure, se gli albergatori decideranno di accollarsi di fatto l’onere riducendo le tariffe di un pari corrispettivo, in un inasprimento della pressione fiscale sui loro ricavi della medesima percentuale.

Non è un caso che le proteste più furiose provengano dalle fila degli albergatori. Hanno ben compreso che la tassa di soggiorno è una tassa sulla loro attività. All’estero la chiamano hotel tax o room tax. In altri termini: in Italia è spacciata per un contributo versato dal turista alla città; nella realtà è una misura che penalizza e rende meno competitivo il settore alberghiero e i comparti a questo contigui (ristorazione e industria culturale in primis). Certo, a voler proseguire il confronto con l’estero, il settore turistico italiano sarebbe competitivo, se la pressione fiscale non incidesse per il 43,5% sul PIL, se il reddito degli albergatori, tra IRAP, IRES, IVA, IRAP e quant’altro non fosse dimezzato dall’agenzia delle entrate, se i visitatori potessero fruire di un servizio taxi liberalizzato, se si potesse scegliere tra più operatori del trasporto ferroviario, se si riducessero le accise sui carburanti, che pesano per quasi la metà sul prezzo finale. Ma l’idea di operare questi confronti non trova molto favore in Campidoglio né tanto meno al Ministero dell’economia.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

4 Responses to “Quel genio di Alemanno tassa il turismo già depresso”

  1. Andrea Benetton scrive:

    Poco dopo la pubblicazione dell’articolo di Menegon, ecco un’altra buona notizia, Roma ha fatto scuola …
    http://www.corriere.it/economia/11_gennaio_12/comuni-tassa-soggiorno-turisti_1d3db428-1e82-11e0-8f93-00144f02aabc.shtml

  2. Franco scrive:

    Il problema della tassa di soggiorno colpisce chi in realtà crea più giro d’affari rispetto a chi visita la città in poche ore spesso con il pranzo al sacco solo con escursioni giornaliere da crociere o dormendo in altre località.
    Franco
    http://www.adagiotours.net

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