– da Secolo d’Italia dell’11 gennaio 2010 – Se in Italia gli statalisti sono prevalenti a destra come a sinistra (e al centro) e la “statofilia” è la vera cultura politica nazionale, la causa liberale è perduta? Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di ieri, nel rilevare la maggioranza trasversale degli “statofili” sugli “statofobi”, non lasciava speranze ai nostalgici della rivoluzione liberale tradita e neppure scampo ad un Paese che, rifiutando le “medicine” liberali, è destinato a morire delle malattie – un deficit di crescita, competitività e dinamismo economico – che non possono trovare altro rimedio. Per dirla in modo ancora più brutale, l’Italia si sarebbe rassegnata ad una eutanasia statalista negando, come un paziente stupidamente riottoso, il consenso ad una cura che potrebbe salvarla.

Ma lo statalismo italiano è erede di un’ideale assistenzialistico, i cui mezzi – a partire dalla spesa pubblica –  si sono fatti troppo costosi e incompatibili con la realtà del mercato globale, oppure, proprio sul piano dei fini, esprime un’idea malata ed “opportunistica” del rapporto tra cittadino e Stato? Propendiamo per la seconda e meno nobile spiegazione. Questa “cultura popolare” non ha sul piano teorico molte parentele con le solide (e vetuste) tradizioni welfariste nord-europee, ma rimonta ad un’idea “assolutistica” del potere politico, come qualcosa da cui – per il suo carattere discrezionale – non si può che trarre beneficio o ricevere danno.

Lo stallo del sistema politico e della sua capacità di riforma non riflette, in Italia, una troppo lunga consuetudine con i modelli socialdemocratici, ma la lunghissima abitudine a contendere i favori del “sovrano”. La crisi italiana non è insomma una variante mediterranea della crisi del socialismo. La scarsa cultura della libertà – vista come un rischio da scongiurarsi a spese degli altri – è l’altra faccia della scarsa cultura delle Stato. Lo Stato degli “statofili” italiani non è “l’ordinamento giuridico a fini generali” (Mortati), ma il gerente di un mercato di interessi particolari, in cui al massimo di tutela politica corrisponde il massimo di disuguaglianza giuridica e quindi ai cittadini non resta che “far torto o patirlo”.

Che lo statalismo tricolore non sia, in senso stretto, socialista, ma più propriamente particolaristico e vetero-corporativo, è dimostrato dal fatto che la forma politica “democratica” di questa cultura nazionale è stata partitocratica e il suo ideale sociale spartitorio, più che redistributivo. Se il rapporto deficit Pil italiano è a livelli scandinavi e il welfare assai più povero e inefficiente è perché l’eccesso di spesa non ha finanziato lo “stato sociale” classicamente inteso, ma la socializzazione di interessi privati. Lo stato assistenziale del dopoguerra ha “pagato” indifferentemente poveri e ricchi, privati e imprese, secondo un modello che Antonio Martino ha definito di “democrazia acquisitiva”, e che consiste nella completa inversione e perversione del potere democratico: si usa il potere di governo per comprare il consenso, non il consenso per legittimare (e limitare) il potere di governo.

Il vero fallimento del berlusconismo, dunque, non è stato quello di non avere saputo ribaltare la cultura socialista di un Paese che socialista, in senso stretto, non è mai stato neppure a sinistra, ma di non avere smantellato il fondamento partitocratico dello statalismo italiano, il cui interprete politicamente più efficiente – cioè la Lega Nord –  rivendica oggi, non a caso, il “primato della politica” (cioè del partito) come fondamento dell’ordine sociale.  Così statalistico finirà per essere lo stesso federalismo fiscale, che, fondato com’è sul principio della “localizzazione” del gettito, comporterà un aumento della spesa pubblica al Nord e dell’imposizione fiscale al Sud, cioè un complessivo aggravio dell’interposizione pubblica.