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È la liberalizzazione dei mercati la soluzione delle crisi alimentari

– Come nel 2008, anche oggi la tentazione più diffusa di fronte agli aumenti dei prezzi delle materie prime agricole e al conseguente aumento dei prezzi di molti generi alimentari è prendersela con la speculazione e con il mercato. Le immagini delle rivolte in Tunisia ed Algeria per il caro-vita suggeriscono l’idea di un mondo ricco che affama, per pura bramosia di ricchezza, i popoli stremati che rimangono senza risorse primarie. L’immagine è suggestiva, ma non corrisponde al vero.

I prezzi delle materie prime agricole, così come di quelle industriali, crescono perché cresce la domanda, ma paradossalmente la domanda di cibo aumenta in maniera significativa ovunque tranne che in Occidente. Aumenta soprattutto in quei paesi la cui popolazione, oltre ad aver bisogno di mangiare, dispone finalmente molto più che in passato delle risorse per poterselo permettere, come la Cina, l’India e l’America Latina. Se l’export agroalimentare di un paese come il Brasile è cresciuto negli ultimi 10 anni del 300%, così come nello stesso periodo sono addirittura quadruplicate le esportazioni di pasta dall’Italia alla Cina, la colpa (o il merito) non è certo della speculazione. O vogliamo credere che a mangiarsi tutta questa pasta siano stati i brokers di Wall Street?

Gli scambi di futures non influiscono sulla quantità di prodotto disponibile sul mercato, essendo scommesse sull’andamento dei prezzi delle varie materie prime, e non scambi fisici di beni in natura. Investire in futures è come scommettere su una corsa di cavalli: si può guadagnare o rimettere, ma non si può influire sul risultato della gara. E oggi, di fronte alla crescita esponenziale di interi continenti, scommettere sul fatto che le loro popolazioni vogliano adeguare la loro dieta alle loro possibilità, e quindi sull’aumento del prezzo dei cereali e di tutte le commodities agricole, è come puntare sull’unico cavallo sano in una corsa di somari.

Per questo, seppure è vero che gli scambi di futures sulle materie prime è aumentato significativamente (secondo una già citata analisi di Barclays Capital a 6 a 320 miliardi di dollari in 10 anni), il rinnovato interesse da parte degli investitori per il mercato delle materie prime è stato provocato dalla previsione che i loro prezzi sarebbero aumentati, cosa che puntualmente è avvenuta, in primo luogo per le più banali regole del mercato, mentre a beneficiare di questa situazione sono prima di tutto quei paesi in via di sviluppo che hanno deciso di assecondare il fabbisogno alimentare globale liberalizzando e non comprimendo il settore primario.

Ma se è vero che scommettere non determina il risultato della corsa, è legittimo chiedersi se questa corsa non sia in qualche modo truccata, e se dai benefici dell’aumento della domanda di materie prime, che di norma è foriero di sviluppo e benessere, qualcuno non resti giocoforza escluso. In genere ne resta escluso chi decide di non partecipare, e di orientare le proprie produzioni al consumo interno, per salvaguardare un sistema produttivo inefficiente dalla concorrenza dei mercati emergenti, così come ne restano escluse, e qui il discorso si fa più ampio, le popolazioni di quei paesi in cui è lo stato ad appropriarsi della ricchezza prodotta per alimentare clientele, corruzione e spesa pubblica fuori controllo.

In casi come questi – ed oltre alla Tunisia e all’Algeria mi viene in mente qualche altro paese bagnato dalle acque dello stesso mare – gli unici effetti registrabili sono un aumento dei prezzi provocato da fattori esterni (inflazione importata) e una conseguente ulteriore stagnazione delle attività produttive.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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