Bossi non va sfidato sul tricolore, ma sulla questione settentrionale

di CARMELO PALMA – Il Carroccio non si unirà al coro tricolore, per celebrare il centocinquantesimo compleanno dell’unità nazionale. E’ del tutto inutile inseguire il capo della Lega per costringerlo a posare nella foto di gruppo e ricavarne reazioni beffarde.  L’insistenza del Capo dello Stato è comprensibile e in qualche misura obbligata, ma crea più imbarazzi a Napolitano che a Bossi.

Perché la Lega dovrebbe far pace con l’Italia, quando chiaramente la guerra a “Roma ladrona” le rende enormemente di più e le consegna, ormai da un decennio, le chiavi della politica italiana? Ritenere che un giocatore puro come Bossi sia interessato o sensibile a questioni di storiografia politica – e a discutere su questo piano le ragioni proprie e quelle altrui – è un’illusione auto-consolatoria.  Meglio non illudersi, né consolarsi e prendere atto che per contendergli la rappresentanza del nord bisogna smontare la narrazione leghista, non rispolverare, con un sovrappiù di retorica, quella nazionale.

Del “sacco del nord” la Lega – che governa Veneto e Lombardia da quindici anni e l’Italia, quasi ininterrottamente, da dieci – non è stata vendicatrice, ma partecipe. Ha riscritto spudoratamente la questione settentrionale rimasticando il repertorio della destra e della sinistra peggiore e rimuovendo il nodo da cui il nord è invece strangolato, che è lo sfruttamento fiscale, cioè il livello abnorme di imposizione e di spesa, da cui le regioni italiane più competitive sono irrimediabilmente appesantite e quelle meridionali incentivate ad un “economia di rapina”.

Il “federalismo” che Calderoli sta frettolosamente varando, per poi andare al voto prima che sia chiaro chi perde e guadagna –  e cosa – dalla riforma, rischia, allo stato, di aumentare la spesa pubblica locale al nord e la pressione fiscale al sud. Le amministrazioni leghiste hanno fretta di incassare i dividendi della “localizzazione” del gettito, ma non ne hanno nessuna di frenare le dinamiche dell’imposizione e della spesa, che proprio sul piano locale è stata nell’ultimo decennio più rovinosa.

Al nord che voleva meno tasse, meno vincoli, meno spesa pubblica e meno intermediazione politica la Lega promette meno immigrati e meno competizione. La sfida riformista è stata soppiantata dalla retorica vittimista. E’ il travisamento della questione settentrionale il veleno che intossica la discussione e “droga” il mercato politico, non i risibili “miti delle origini” che galvanizzano la truppa e alimentano il merchandising di Pontida, ma lasciano del tutto indifferenti gli elettori.

La Padania è una patacca storica da bancarella, quello di un nord “liberato” dal mercato e dal mondo globale è invece un falso mito assai più persuasivo e pericoloso.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

6 Responses to “Bossi non va sfidato sul tricolore, ma sulla questione settentrionale”

  1. adolfo enrique scrive:

    Ottimo e chiarissimo Carmelo.

  2. daniele burzichelli scrive:

    Se 25 anni fa, invece della Lega, Bossi avesse creato un partito liberale (e, quindi, antidemocristiano) nessuno si sarebbe scandalizzato. Anzi.
    Ma Bossi non avrebbe portato a casa niente, perchè è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che in Italia si faccia qualcosa di liberale.
    Quando 25 anni Bossi ha creato la (democristiana) Lega, il resto d’Italia si è profondamente scandalizzato.
    Ma Bossi sapeva che era molto più facile che l’Italia e il Nord accettassero il pur scandaloso discorso “ognuno fa il democristiano a casa sua”, piuttosto che quello “facciamo qualcosa di liberale, anche poco, ma tutti insieme”.
    In questo modo ha ottenuto qualcosa, invece di restare con un pugno di mosche in mano.
    Il Nord resterà democristiano, ma almeno sarà un po’ più ricco di prima.
    Bossi ha vinto la sua scommessa e non è escluso che questo sia solo il primo passo.
    Non è escluso che, a seguito del prevedibile collasso del Sud, la Lega non riesca a portare a casa la secessione.
    Non è nemmeno escluso che il Nord, una volta da solo, possa convertirsi al liberalesimo.
    Un miracolo l’hanno fatto, può anche essere che gliene riescano altri due.

  3. luigi zoppoli scrive:

    Eppure la Lega degli inizi degli empiti di partito liberale pure era capace di averli. Condivisibile le argomentazioni dell’articolo ma rimane il fatto che per fare il ministro, si giura sulla Costituzione fedeltà al paese che ha la sua bandiera e la sua storia. La sensibilità istituzionale a mio modo di vedere è una connotazione liberale. §Ed infatti questi la calpestano

  4. Andrea B. scrive:

    Il nord rimarrà democristiano in salsa verde leghista, ma siamo sicurì che diventerà più ricco ?
    Perchè ho l’impressione che in questo paese, dalla burocrazia asfissiante ( e prossimante duplicata a livello locale dal federalismo), tassazione a livelli svedesi con in cambio servizi da terzo mondo e -buon ultimo – un grande fratello fiscale ormai vessatorio, se si continua così parecchi se andranno a lavorare ed a produrre ricchezza altrove…
    Perchè l’ imprenditoria del c.d. “nord produttivo” mica può redigere il bilancio d’azienda con i raduni sul prato di Pontida o sul Canal Grande …

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