– C’è uno smartphone low cost. È uscito poco prima di Natale, al prezzo di 99 euro. Perché costa così poco? Perche a) usa Android, un sistema operativo open source, b) è prodotto in Cina e, c) è distribuito da Vodafone, dunque su buona parte della superficie non acquatica del pianeta. Ideos si chiama. Non compete con IPhone – né con la di lui status-simbologia. Fa di più. Fa quello che a suo tempo fece Ryanair: portare alle masse il prodotto di nicchia. Anche sul fronte tablet, le cose si mettono – liberisticamente parlando – per la meglio: offensiva sinergica concept/produzione/distribuzione in agguato anche qui. Della serie IPad è IPad ma le sue funzioni sono anche altri prodotti, a prezzi accessibili alle tasche dei più.

Il prodotto (o il servizio) ad alto valore aggiunto tecnologico sono resi di massa grazie ad una serie di cambiamenti nei processi di produzione (la manodopera a basso costo, le produzioni in scala, la pervasività della distribuzione). E questo avviene perché ci sono le ‘Cine’, che producono a basso costo e bene, c’è l’open sourcing, che ridefinisce il perimetro di ‘profittabilità’ della proprietà intellettuale, e ci sono le multinazionali che mettono insieme il tutto connettendosi a quel bacino esponenzialmente crescente di utenti con portafoglio e/o filosofia low-cost.
Risultato: il mercato si espande, il gap digital-economico si riduce, si diffondono (nelle regioni del pianeta e trasversalmente tra le fasce reddituali) le opportunità, prima limitate alla nicchia dei soliti gatekeeper geo-economici, di trasferire e generare benessere e conoscenza.
Tutto questo si chiama globalizzazione.

Globale vuol dire una serie di opportunità – molto più incisive e molto più universali di quelle offerte dalla riserva novecentesca dei ‘diritti acquisiti’. E tutta una serie di paletti, certo. La globalizzazione, ad esempio, non è compatibile con le formule, le regole, le prospettive dell’era pre-globale.
Vista da occidente, globalizzazione è l’accesso diffuso – di massa, appunto – alle molteplici articolazioni economico-culturali del mondo sviluppato, ma è anche lo smarrimento di fronte alle nuove coordinate sulle quali tarare il vissuto di ciascuno – dal lavoro alla mobilità ai consumi. Vista da oriente, mah: è la storia in fieri, c’è poco da fare. Comunque sia, più che una teoria, la globalizzazione è un fatto, anzi un processo che ha già prodotto fatti e shock culturali e che molti altri ancora ne innescherà. È la Cina che va al capezzale degli indebitatissimi paesi occidentali, tra cui l’Italia, a fare shopping di titoli e bond. E non certo per compassione. È  perché, nel sistema globale, tutto si tiene, come in un puzzle: l’impari competizione del produttore asiatico low cost, ad esempio, con il mercato nuovo che quel medesimo paese ex emergente rappresenta già oggi, ed in futuro ancor di più, per l’ex primo mondo che siamo noi.

E globalizzazione, per noi, non deve significare solo portare in Asia le automobili che gli europei non comprano più, ma creare nuove ‘cose’, soddisfare nuovi ‘bisogni’, determinare nuove opportunità. Ed in questo non si vede proprio cosa possa esserci di male. Ecco, allora, ma perché i nativi globali, come gli attuali studenti universitari che contestano il mercato, il privato, la non sicurezza del futuro, dovrebbero così qualunquemente ostinarsi a professare fede no global senza nemmeno avvertire l’urgenza di interrogarsi su cosa la globalizzazione abbia in realtà già fatto e sul quel molto altro che ancora potrà fare per la di loro libertà?