Khodorkovsky, il mercato dietro le sbarre

– I colpevoli devono rimanere in prigione e i buoni ricevere i meritati regali, dopo un anno di onorevole condotta. Il 31 dicembre, staryj novyj god, è stato il giorno in cui  Ded Moroz (il Babbo Natale russo) e sua nipote Snegurochka hanno portato cotechino e lenticchie ai più ed estensione della pena all’uomo che ha osato improntare la mission della propria impresa al libero mercato e imitato con successo la gestione delle grandi firms occidentali.

E’ quanto accaduto al povero Mikhail Khodorkovsky, reo di non aver rispettato i precetti del Cremlino, che quest’ anno ha trovato sotto l’albero un bel biglietto che lo onora con un’estensione della pena di otto anni inflittagli in un primo processo nel 2005. Lo ha  deciso il  giudice Viktor Danilki, che lo accusa, con il suo socio Platon Lebedev  dell’appropriazione indebita di 218 milioni di tonnellate di petrolio, per un valore di 97.5 miliardi di dollari, usati per arricchirsi ed investirli in compagnie petrolifere, e di aver siglato “finti accordi” con le sussidiarie “Yuganskneftegas, Samaraneftegas e Tomskneft per l’acquisto e la vendita di petrolio alla metà del prezzo di mercato”.

Il giudice ha aumentato la pena di ulteriori sei anni, che costringono Khodorkovsky a dover scontare 14 anni di carcere complessivi invece degli otto previsti nella sentenza di primo grado, in base alla quale avrebbe ottenuto la libertà a breve, nel 2011. I legali dell’ex patron di Yukos hanno ovviamente presentato ricorso in fretta e furia visto che le festività russe sono da poco iniziate e termineranno a metà gennaio (si tratta in realtà di un appello preventivo, di valore procedurale, con lo scopo di scongiurare un’eventuale inappellabilità sopraggiunta per scadenza dei termini)

Risulta quantomeno bizzarro il fatto che il nuovo giudizio sia stato istruito poco prima della scadenza dei termini per la presentazione della richiesta di libertà vigilata. Il primo processo si era infatti concluso nel 2005 con una condanna a otto anni di carcere per frode ed evasione fiscale. Per la legge russa, la libertà vigilata può essere richiesta una volta scontata la metà della pena: il termine nel caso di Khodorkovski e Lebedev sarebbe scattato solo otto mesi dopo la seconda incriminazione, formulata al marzo 2009. 

Quello che più stupisce la sottoscritta, non è tanto il fatto in sé, che chissà quanti Khodorkovsky ci sono in giro e quante ingerenze politiche nel sistema giudiziario (anche a casa nostra, certo), ma è l’accanimento dell’Esecutivo russo nei confronti di un ormai ex magnate del petrolio, che se rilasciato non potrebbe fare un granché.

Yukos è stata smantellata nel 2003, dopo che Khodorkovsky e Lebedev furono arrestati L’impresa è stata frantumata per essere venduta ad aste chiaramente pilotate, che hanno fatto sì che Rosneft, tramite una società creata ad hoc, Balkalfinancegroup, si accaparrasse il 76.8% di Yuganskneftegas per 9.35 miliardi di dollari (valore stimato della società tra i 18 e i 30 miliardi di dollari)  e rappresentante più del 60% del valore della holding.

Un Khodorkovsky libero quindi non sarebbe pericoloso nei fatti. La reazione scomposta del potere politico russo è dettata dal valore paradigmatico della sua ascesa economica, che aveva affrancato la Yukos dall’autoreferenzialità dei Palazzi di Mosca avviandola all’autonomia nel mercato.

Durante l’era Yeltsin esisteva in Russia un gruppo, la Semyia (che fu co-artefice delle privatizzazioni e della crescita della classe degli oligarchi)  che controllava gli affari di Palazzo e alla quale era legato Khodorkovsky. Con l’epoca Putin, invece, a partire dal 2000, le cose sono cambiate. La Semya non era facile da gestire, così è stato creato un nuovo gruppo, quello dei Siloviki, formato da ex membri del FSB (Federal Security Service of the Russian Federation) e dell’amministrazione di San Pietroburgo che sono stati strategicamente posti da Putin alla guida dei settori trainanti l’economia e impiegati in politica. Ebbene Khodorkovsky, pur non avendo mai parteggiato ufficialmente per uno dei due gruppi, era supportato nei suoi progetti dalla Semyia e ciò, unito al fatto che la sua impresa era diventata il modello da seguire, con bilancio approvato da Price Waterhouse Coopers  e votata a partire dalla fine degli anni novanta (dopo un inizio alquanto torbido) ai criteri della trasparenza, l’ha trasformato nel nemico e bersaglio perfetto del potere di Mosca.

Non va dimenticato che per Putin combattere gli oligarchi ha assunto fin da subito un connotato strategico e demagogico, tendente ad assecondare gli umori del popolo russo che non li amava, ritenendoli colpevoli di avere sottratto risorse comuni. ma il cambio di rotta putiniano affonda le radici addirittura nella sua tesi di Dottorato presso l’Istituto Minerario di San Pietroburgo, nella quale il futuro presidente russo già delineava la politica energetica che il suo governo avrebbe poi concretamente seguito.

Nel suo scritto, il Primo Ministro sosteneva l’importanza cruciale delle risorse energetiche, tanto abbondanti nel  Paese, e la necessita del controllo delle stesse da parte dello Stato, unico garante e promotore del benessere nazionale. Grazie ad una gestione statale di petrolio e gas e della loro rete di trasporto, sarebbe stato possibile potenziare il settore economico e, di più, promuovere lo sviluppo dello Stato, incrementare la quota destinata all’export, permettendo così alla Federazione Russa di tornare ad essere un soggetto di primo rango sullo scacchiere internazionale. In questo senso, successivo alla tesi di dottorato, va menzionato un altro punto fondamentale, la pubblicazione di un report del Consiglio per la Strategia Nazionale scritto da Stanislav Belkovsky e Josif Diskin che accusava gli oligarchi per i danni causati alla nazione. In questo scritto si consigliava a Putin di guardarsi dagli oligarchi, Yukos era additata come uno spauracchio e Khodorkovsky come un soggetto pericoloso, capace di compromettere il benessere nazionale dato l’immenso potere economico che possedeva.

Quale sarà ora la prossima mossa dell’ex magnate? Chiederà la grazia come ultima chance?O attenderà le prossime elezioni sperando che Putin e i Siloviki abbandonino la scena?


Autore: Stefania Pesavento

Nata il 19 febbraio 1986 ad Asiago (VI) ha conseguito nel 2005 la maturità scientifica. Si è laureata nel 2010 in Scienze Internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova, con una tesi di laurea specialistica relativa all’uso delle risorse energetiche strategiche come strumenti di politica estera. Si occupa di energia e di monopoli energetici oltre ad interessarsi alla diffusione dell'uso delle energie rinnovabili e al cambio climatico.

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