È possibile nell’Italia del 2011 essere allo stesso tempo cattolici e liberali? La risposta è positiva, pur in presenza di qualche difficoltà. In punto teorico, nulla quaestio.  Esiste un’ampia varietà di opinioni teologiche tra i padri del liberalismo: alcuni furono deisti,  altri atei, altri ancora cristiani afferenti a varie denominazioni. Lo scettico Hume sosteneva la possibilità di un’etica secolare del tutto autonoma dalla fede, e descriveva le religioni come il precipitato dell’incapacità umana di affrontare l’ignoto e l’apparentemente inspiegabile. Il cattolico Tocqueville riteneva invece che l’orizzonte metafisico dei singoli individui contribuisse a salvaguardare l’uomo dal potere, poiché rendeva ciascuno meno influenzabile dalle autorità terrene: “[La distruzione della religione] non può che snervare l’anima, indebolire la volontà, e preparare un popolo per la servitù. In questi casi gli uomini non solo permettono che la libertà sia loro sottratta; spesso vi rinunciano per primi”. Pur con queste notevoli differenze, i due filosofi concordavano – e con loro molti altri, contemporanei e successivi – sulla cruciale importanza delle spinte morali personali, nonchè sulla natura inviolabile della libertà di coscienza, di culto, di associazione per fini spirituali. Il pensiero liberale non impone né di essere credenti, né di non esserlo; richiede solo che sia garantita l’autonomia dei singoli nella professione religiosa.

Anche sul piano della riflessione economica e giuridica, non c’è motivo per ritenere che esista un conflitto tra liberalismo e cattolicesimo: sono anzi molteplici i punti di contatto, a partire dalla reiterata affermazione del principio di sussidiarietà nella dottrina sociale della Chiesa. Soprattutto dal pontificato di Giovanni Paolo II in poi, la proprietà privata e la creatività imprenditoriale emergono nei testi del magistero come strumenti per la realizzazione di un’umanità piena ed autentica. Le pretese delle ideologie totalitarie, intente a imporre valori con la forza della coercizione statale, sono aspramente avversate. Su un piano ancora più fondamentale, l’imperfettismo di Popper può dialogare con l’idea cristiana di umanità caduta molto più che con le visioni palingenetiche del comunismo e dei vari fascismi, secondo cui può esistere in Terra l’uomo nuovo e virtuoso, e qualsiasi limitazione della libertà è lecita pur di facilitarne la nascita.

A fronte di una sostanziale compatibilità su molte idee di fondo, emergono punti di rottura importanti nella pratica politica. Essi rimandano a faglie tanto isolate quanto profonde in materia di definizione dei diritti umani essenziali, non negoziabili. I terreni di conflitto sono noti: alcuni cattolici, gerarchie ecclesiastiche in testa, ritengono che le leggi su temi quali il fine vita e la fecondazione assistita debbano ispirarsi ai valori del cristianesimo. Per molti liberali non è accettabile che i comportamenti dell’intera cittadinanza vengano regolati sulla base di una fede religiosa non condivisa da tutti.

Si parla talvolta a questo proposito di opposte posizioni circa la laicità dello Stato, ma la questione è mal posta. Qui non si tratta di decidere se sia desiderabile una teocrazia, idea abbandonata dal Vaticano già tempo fa, bensì di valutare se una eventuale maggioranza democratica credente abbia diritto di imporre principi afferenti direttamente ed esclusivamente alla religione e sui quali, di conseguenza, può esistere un forte disaccordo con chi non crede. La Chiesa dice di sì, e anzi suggerisce che un politico cristiano ha il dovere di perseguire questa finalità, altrimenti si rende colpevole di cooperazione materiale con il male. Il liberalismo dice di no. Un cattolico che si senta anche liberale deve quindi per forza scegliere un’identità a scapito dell’altra, magari con la preoccupazione della dannazione eterna o più modestamente dell’emarginazione all’interno della Chiesa?

Il problema è delicato e non nuovo; spesso deriva da una questione, con le parole che Giovanni Guareschi fece dire a Peppone, di “preti clericali”. Già nel 1832 Gregorio XVI, con l’enciclica Mirari Vos, condannava i principi del liberalismo ed il tentativo del teologo francese Lamennais di introdurli tra i cattolici. All’epoca il campo di battaglia era diverso: non si discuteva di testamento biologico ma di libertà di coscienza, pensiero e stampa, nonché di separazione tra Stato e Chiesa. La curia romana vedeva con diffidenza le tesi liberali, maturate per lo più in ambito anglosassone e quindi non cattolico, condivise in parte anche nella Francia rivoluzionaria da pensatori fortemente contrari al potere temporale. Nel 1864 Pio IX promulgava il “Sillabo dei principali errori della nostra epoca”, un elenco di mancanze morali che doveva fungere da monito e riorientamento per i cattolici di fronte alle nuove idee e ai cambiamenti politici. L’ottantesimo e ultimo errore: ritenere che “il Romano Pontefice [possa] e [debba] riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà”. E ancora nel 1891, Leone XIII nella Rerum Novarum fondava il pensiero sociale cattolico su una esplicita condanna del socialismo e su una implicita critica dell’economia liberale, ritenuta in contrasto con le esigenze dei poveri.

Oggi la Chiesa non si riconosce più nelle posizioni espresse da questi papi del diciannovesimo secolo; e sono celebrati pensatori come Antonio Rosmini, che pure all’epoca vide due sue opere messe all’indice dei libri proibiti proprio perchè più vicino al minoritario cattolicesimo liberale che a quello intransigente e tradizionalista. Il credente contemporaneo potrebbe pensare che è solo questione di tempo, di ritardo culturale delle gerarchie nell’apprezzare quanto anche negli ambiti di cui si dibatte oggi l’azione veramente morale sia possibile solo in condizioni di libertà. In questo senso si troverebbe in un’inconsueta ma forse feconda alleanza con molti cattolici di simpatie socialdemocratiche, che da tempo e sulla scorta dello “spirito del Concilio” militano a favore di leggi non restrittive in ambiti eticamente sensibili.

Il Catechismo recita, rispettivamente ai paragrafi 1782 e 1789: “L’uomo ha il diritto di agire in coscienza e libertà, per prendere personalmente le decisioni morali”; “[l]a carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza. Il liberalismo, dal canto suo, non è relativista: si fonda piuttosto sul riconoscimento in capo ad ogni uomo di diritti assoluti (forse addirittura “naturali”) alla vita, alla libertà, alla proprietà. Questioni relative al bilanciamento tra il diritto alla libertà e il diritto alla vita si pongono, anche tra i non credenti, fin dai tempi del dibattito sull’aborto. Il cattolico liberale deve operare una distinzione attenta, in coscienza, su quali spazi di decisione morale siano diritto di ciascuno, a prescindere dalle sue convinzioni, e con l’unico limite della tutela degli altri diritti del decisore stesso e degli altri. La fede religiosa può legittimamente ispirare e condurre il ragionamento, ma non deve essere condizione perchè esso sia compreso e accettato da altri. L’operazione è complessa, ha e avrà esiti che cambiano a seconda delle persone e dei temi, ma in linea di principio è assolutamente possibile.