Categorized | Diritto e giustizia

Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo

È possibile nell’Italia del 2011 essere allo stesso tempo cattolici e liberali? La risposta è positiva, pur in presenza di qualche difficoltà. In punto teorico, nulla quaestio.  Esiste un’ampia varietà di opinioni teologiche tra i padri del liberalismo: alcuni furono deisti,  altri atei, altri ancora cristiani afferenti a varie denominazioni. Lo scettico Hume sosteneva la possibilità di un’etica secolare del tutto autonoma dalla fede, e descriveva le religioni come il precipitato dell’incapacità umana di affrontare l’ignoto e l’apparentemente inspiegabile. Il cattolico Tocqueville riteneva invece che l’orizzonte metafisico dei singoli individui contribuisse a salvaguardare l’uomo dal potere, poiché rendeva ciascuno meno influenzabile dalle autorità terrene: “[La distruzione della religione] non può che snervare l’anima, indebolire la volontà, e preparare un popolo per la servitù. In questi casi gli uomini non solo permettono che la libertà sia loro sottratta; spesso vi rinunciano per primi”. Pur con queste notevoli differenze, i due filosofi concordavano – e con loro molti altri, contemporanei e successivi – sulla cruciale importanza delle spinte morali personali, nonchè sulla natura inviolabile della libertà di coscienza, di culto, di associazione per fini spirituali. Il pensiero liberale non impone né di essere credenti, né di non esserlo; richiede solo che sia garantita l’autonomia dei singoli nella professione religiosa.

Anche sul piano della riflessione economica e giuridica, non c’è motivo per ritenere che esista un conflitto tra liberalismo e cattolicesimo: sono anzi molteplici i punti di contatto, a partire dalla reiterata affermazione del principio di sussidiarietà nella dottrina sociale della Chiesa. Soprattutto dal pontificato di Giovanni Paolo II in poi, la proprietà privata e la creatività imprenditoriale emergono nei testi del magistero come strumenti per la realizzazione di un’umanità piena ed autentica. Le pretese delle ideologie totalitarie, intente a imporre valori con la forza della coercizione statale, sono aspramente avversate. Su un piano ancora più fondamentale, l’imperfettismo di Popper può dialogare con l’idea cristiana di umanità caduta molto più che con le visioni palingenetiche del comunismo e dei vari fascismi, secondo cui può esistere in Terra l’uomo nuovo e virtuoso, e qualsiasi limitazione della libertà è lecita pur di facilitarne la nascita.

A fronte di una sostanziale compatibilità su molte idee di fondo, emergono punti di rottura importanti nella pratica politica. Essi rimandano a faglie tanto isolate quanto profonde in materia di definizione dei diritti umani essenziali, non negoziabili. I terreni di conflitto sono noti: alcuni cattolici, gerarchie ecclesiastiche in testa, ritengono che le leggi su temi quali il fine vita e la fecondazione assistita debbano ispirarsi ai valori del cristianesimo. Per molti liberali non è accettabile che i comportamenti dell’intera cittadinanza vengano regolati sulla base di una fede religiosa non condivisa da tutti.

Si parla talvolta a questo proposito di opposte posizioni circa la laicità dello Stato, ma la questione è mal posta. Qui non si tratta di decidere se sia desiderabile una teocrazia, idea abbandonata dal Vaticano già tempo fa, bensì di valutare se una eventuale maggioranza democratica credente abbia diritto di imporre principi afferenti direttamente ed esclusivamente alla religione e sui quali, di conseguenza, può esistere un forte disaccordo con chi non crede. La Chiesa dice di sì, e anzi suggerisce che un politico cristiano ha il dovere di perseguire questa finalità, altrimenti si rende colpevole di cooperazione materiale con il male. Il liberalismo dice di no. Un cattolico che si senta anche liberale deve quindi per forza scegliere un’identità a scapito dell’altra, magari con la preoccupazione della dannazione eterna o più modestamente dell’emarginazione all’interno della Chiesa?

Il problema è delicato e non nuovo; spesso deriva da una questione, con le parole che Giovanni Guareschi fece dire a Peppone, di “preti clericali”. Già nel 1832 Gregorio XVI, con l’enciclica Mirari Vos, condannava i principi del liberalismo ed il tentativo del teologo francese Lamennais di introdurli tra i cattolici. All’epoca il campo di battaglia era diverso: non si discuteva di testamento biologico ma di libertà di coscienza, pensiero e stampa, nonché di separazione tra Stato e Chiesa. La curia romana vedeva con diffidenza le tesi liberali, maturate per lo più in ambito anglosassone e quindi non cattolico, condivise in parte anche nella Francia rivoluzionaria da pensatori fortemente contrari al potere temporale. Nel 1864 Pio IX promulgava il “Sillabo dei principali errori della nostra epoca”, un elenco di mancanze morali che doveva fungere da monito e riorientamento per i cattolici di fronte alle nuove idee e ai cambiamenti politici. L’ottantesimo e ultimo errore: ritenere che “il Romano Pontefice [possa] e [debba] riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà”. E ancora nel 1891, Leone XIII nella Rerum Novarum fondava il pensiero sociale cattolico su una esplicita condanna del socialismo e su una implicita critica dell’economia liberale, ritenuta in contrasto con le esigenze dei poveri.

Oggi la Chiesa non si riconosce più nelle posizioni espresse da questi papi del diciannovesimo secolo; e sono celebrati pensatori come Antonio Rosmini, che pure all’epoca vide due sue opere messe all’indice dei libri proibiti proprio perchè più vicino al minoritario cattolicesimo liberale che a quello intransigente e tradizionalista. Il credente contemporaneo potrebbe pensare che è solo questione di tempo, di ritardo culturale delle gerarchie nell’apprezzare quanto anche negli ambiti di cui si dibatte oggi l’azione veramente morale sia possibile solo in condizioni di libertà. In questo senso si troverebbe in un’inconsueta ma forse feconda alleanza con molti cattolici di simpatie socialdemocratiche, che da tempo e sulla scorta dello “spirito del Concilio” militano a favore di leggi non restrittive in ambiti eticamente sensibili.

Il Catechismo recita, rispettivamente ai paragrafi 1782 e 1789: “L’uomo ha il diritto di agire in coscienza e libertà, per prendere personalmente le decisioni morali”; “[l]a carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza. Il liberalismo, dal canto suo, non è relativista: si fonda piuttosto sul riconoscimento in capo ad ogni uomo di diritti assoluti (forse addirittura “naturali”) alla vita, alla libertà, alla proprietà. Questioni relative al bilanciamento tra il diritto alla libertà e il diritto alla vita si pongono, anche tra i non credenti, fin dai tempi del dibattito sull’aborto. Il cattolico liberale deve operare una distinzione attenta, in coscienza, su quali spazi di decisione morale siano diritto di ciascuno, a prescindere dalle sue convinzioni, e con l’unico limite della tutela degli altri diritti del decisore stesso e degli altri. La fede religiosa può legittimamente ispirare e condurre il ragionamento, ma non deve essere condizione perchè esso sia compreso e accettato da altri. L’operazione è complessa, ha e avrà esiti che cambiano a seconda delle persone e dei temi, ma in linea di principio è assolutamente possibile.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

17 Responses to “Coscienza e libertà: il punto d’incontro tra liberalismo e cattolicesimo”

  1. fabrizio scrive:

    Cara Dottoressa Biancotti, non concordo.
    Ritengo che, non solo il cattolicesimo, ma qualsiasi religione, sia, per definizione, incompatibile col liberalismo. Le religioni, infatti, nonostante quanto affermino, sono l’opposto della tolleranza che sta alla base del liberalismo. Il fatto stesso che il Vaticano pretenda di imporre i principi di una maggioranza “credente” a tutta la popolazione (inclusi non credenti e differentemente credenti) dimostra che la chiesa non é liberale. La religione deve restare un fatto intimo, privato, che non puó e non deve interferire con la gestione dello Stato.
    ..anche sul fatto che il Vaticano abbia rinunciato ad una teocrazia….avrei da ridire, ma me ne astengo per brevitá.
    Cordialmente

  2. Pietro M. scrive:

    Fabrizio: esiste un motivo logico per cui è possibile distinguere il tentativo di imporre ad esempio la regolamentazione dell’eutanasia da parte del Papa e il tentativo di imporre ad esempio una riforma restrittiva degli ordini professionali da parte dell’Ordine degli Avvocati? C’è qualcosa che rende i giudizi di valore impliciti o espliciti nei fenomeni religiosi ontologicamente diversi dai giudizi di valore dei fenomeni non religiosi? C’è qualcosa, cioè, che rende la Chiesa un gruppo di pressione strutturalmente diverso da Confindustria o la CGIL? Perché “io credo che l’aborto sia ingiusto” è un fatto privato e “io credo che tu debba essere costretto a pagarmi la pensione” no?

    Dietro *tutte* le prese di posizione politiche ci sono principi etici, o molto più spesso la mancanza di principi etici, non c’è differenza rilevante tra principi religiosi e non.

  3. fabrizio scrive:

    Pietro, é certamente come dici tu….anche se sei un pochino fuori tema…..la questione originale riguardava cattolicesimo e liberalismo.
    Non ci sono dubbi che qualsiasi gruppo di pressione sia antiliberale; tutti i gruppi di pressione o le lobbies perseguono interessi “di settore”, di parte se preferisci. Se vogliamo trovare una differenza, forse, potremmo dire che le religioni perseguono obiettivi che hanno un impatto piú “universale”, se vogliamo dirla cosí, sulla vita della popolazione, proprio perché vanno a toccare principi “etici” che, invece, debbono restare nella sfera “personale” degli individui e nella loro disponibilitá (aborto, accanimento terapeutico, diritti delle coppie di fatto, ecc…).
    Le altre imposizioni “lobbistiche”, che pure esistono (a proposito, hai dimenticato le Banche…) sono meno percepite come invasive della nostra sfera privata..
    Con cordialitá.

  4. Michele Dubini scrive:

    Io mi colloco a metà fra l’articolo e il commento di Fabrizio.

    E’ ovviamente possibile essere liberali E al contempo essere seguaci di una qualsiasi religione (tra cui il cristianesimo cattolico), ma ciò è possibile solo con un GROSSO sforzo di volontà da parte del religioso. Cosa intendo con “grosso sforzo di volontà”?

    Intendo la capacità del credente di “relativizzare” i propri dogmi, accettandoli nella propria sfera personale (come l’intangibilità della vita, per i cattolici) ma svuotandoli della loro portata universale e lasciando ad ognuno la libertà di decidere secondo la propria moralità.

    I risvolti della cosa sono enormi: ciò che è Assoluto, diviene Relativo. Questa cosa è inaccettabile per ogni tipo di religione (per quanto una religione – infatti – possa essere aperta, moderna, disponibile all’apertura, tollerante, avrà sempre dei paletti inamovibili). Il Religioso continuerà a servire la propria Religione, ma in pratica ne adorerà un’altra, tutta sua e personale.

    Il problema dunque, dopo essere stato sbattuto fuori dalla porta (io ci credo, tu fai quello che vuoi), rientra dalla finestra (non puoi assumere questo problema a fatto privato; è un dogma ed è tuo dovere di credente seguirlo e FAVORIRLO sempre).

    Sia chiaro, il mio intero discorso è contro le religioni, non contro i religiosi (ci tengo a distinguerli); ho una pessima idea del cristianesimo (basta leggere passi in cui Cristo avverte che – chi non lo seguirà – sarà avvolto tra le fiamme come un pezzo di legno secco, per farmi aborrire una religione del genere), ma sono fan di molti cristiani.

  5. Biagio Muscatello scrive:

    Se affermare che “qualsiasi gruppo di pressione sia illiberale” significa escludere che qualcuno possa definirsi liberale, per il fatto che partecipi – pur nel rispetto della legge – all’attività di gruppi, partiti, associazioni, religiose o laiche, non gradite, allora l’affermazione non mi pare molto liberale. Anche un circolo di intellettuali, comunque ‘illuminati’, è un gruppo di pressione: il proselitismo alberga anche nell’ambito della ricerca scientifica.
    Giustamente Claudia Biancotti ha ricordato la profonda ispirazione liberale di personaggi che erano agli antipodi nei loro atteggiamenti verso la religione (ad es. Hume e Tocqueville); ed ha ricordato Rosmini, esempio di fede e indipendenza di pensiero nelle sue scelte liberali.
    Tra i moderni, si potrebbe citare Hayek, laico, eppure convinto assertore del ruolo svolto dalla religione cattolica nello sviluppo della nostra civiltà. Sul versante religioso, basti pensare a Giovanni Paolo II (Laborem Exercens e Centesimus Annus), e al suo deciso recupero del principio della libera impresa – ricordato anche da Claudia.
    Certo, non sono tutte rose e fiori. Un laico ha molto da ridire sulle ‘pretese’ avanzate dalla Chiesa su questioni che egli ritenga afferenti al campo delle libere scelte individuali. D’altronde, non si può impedire ai cattolici di professare pubblicamente le proprie idee, senza essere tacciati di illiberalismo.
    Importante sarebbe, invece, che la politica facesse dei passi indietro; anche perché, nelle questioni morali, la politica non è che abbia molto da dire.
    Insomma, la tolleranza è chiamata a risolvere problemi di Know How, non di Know That.

  6. Carmelo Palma scrive:

    E’ una bella discussione e ringrazio molto Claudia per averla aperta con un articolo misurato e appunto “aperto”. Due considerazioni:

    a) Claudia: l’idea che il liberalismo non sia relativistico perché fonda su diritti “assoluti” (alla vita, alla libertà, alla proprietà) l’organizzazione della vita sociale mi è sempre sembrata fragile proprio in una prospettiva fallibilista.
    Una ragione fallibile “scopre” ad un certo punto della storia valori assoluti? E lo fa poggiando sulla pietra dura della verità “naturale”? Mah…
    Se devo essere sincero, mi ha sempre persuaso il liberalismo relativistico e giuspositivistico di Antiseri. La libertà è la condizione “naturale” (ma in un altro senso) in cui ciascuno attraversa l’avventura della vita, guidato dalla luce precaria di una ragione fallibile. E i diritti liberali – che pongono un argine alle pretese di chiunque si senta investito di una razionalità “superiore” – sono il prodotto culturale e storico di questa consapevolezza. Insomma, la libertà umana ha un presupposto, non un esito, relativistico.

    b) Pietro. Tutte le scelte sono “morali”. Ma non tutte le dimensioni dell’agire umano attingono alla dimensione caratteristica e costitutiva della sensibilità religiosa, che si risolva o meno nel senso della fede in un Dio trascendente. E non è neppure questione di “valori”. Un’interpretazione puramente “sociologica” della presenza religiosa e del suo rapporto con la società e con il potere a mio parere non riesce a spiegare – nè per il passato, nè per il futuro – la potenza “conformativa”, anche in senso politico, del pensiero religioso.

  7. Michele Dubini scrive:

    Mi associo anche alla prima parte del commento di Carmelo.

    Ho sempre rifiutato un’idea di un liberalismo fondato su “diritti naturali” o “valori assoluti”; innanzi alle possibili storture di un diritto naturale che può venire letto in un modo come in un altro, ritengo più sicuro e affidabile il ricorso a un sistema di valori squisitamente relativistico e di matrice giuspositivistica.

    Diritti in SENSO STRETTO non esistono, se non specificatamente previsti dall’ordinamento (quindi dopo il patto sociale); al massimo sono aspettative, nulla di più.

  8. Grazie per i commenti! Rispondo ora rapidamente, poi casomai ci ritorno dopo.

    Carmelo: il punto su diritti assoluti/naturali vs giuspositivismo é molto interessante. In realtá quando penso ai diritti naturali non faccio tanto riferimento a una deliberazione razionale (né ad un fondamento religioso), quanto a percezioni che vengono prima. I liberali del ‘700 avevano solo gli strumenti filosofici del tempo a disposizione, ma oggi abbiamo qualche evidenza scientifica in piú che puó aiutare.

    Mi spiego: prendi i neuroni specchio, ovvero quelle strutture cerebrali di cui sono dotati gli uomini e alcuni altri animali, per cui guardando un altro che compie o subisce una certa azione ci sentiamo come se fossimo noi a compierla o subirla. Sono fondamentali, pare dalla ricerca, in una serie di attivitá umane e certamente fondano le percezioni empatiche (nonché spiegano il successo della pornografia, ma questo é secondario). L’intuizione che gli altri abbiano diritto alla tutela dell’integritá della vita fisica – e poi altri ragionamenti piú sofisticati, che ne derivano – viene di lí; poi magari un credente ritiene che i neuroni specchio siano evidenza di un disegno divino, un non credente ritiene che siano puramente un frutto dell’evoluzione secondo il discorso della razionalitá ecologica di Vernon Smith.

    Insomma, in qualche modo la coscienza dei diritti propri e altrui é strutturale, hardware e non software della specie umana. Questo basta a definirli “naturali” secondo me, per quanto mi renda conto che é anche un po’ una questione semantica. Voglio dire che, pur prescindendo completamente dall’eventuale origine metafisica, non ci siamo messi d’accordo (come vorrebbe lo scenario giuspositivistico) per fondare l’esistenza di diritti: abbiamo una percezione immediata, istintiva degli stessi, i neuroni specchio non li abbiamo fabbricati per consenso, sono lí e portano – a prescindere poi dalla razionalizzazione che puó far scegliere comportamenti lesivi dell’altrui libertá, ad esempio – una coscienza non filtrata del fatto che certi confini, legati prima di tutto alla sopravvivenza biologica, esistono.

    Mi rendo conto che questo non é un discorso particolarmente rigoroso, bisognerebbe qui parlare (perché non invitate qualcuno a contribuire?) con uno specialista in neuroscienze, io parlo da lettrice interessata ma non é il mio mestiere.

    Michele: ma guarda, ti direi che c’é favorire e favorire. Se leggo bene le scritture cristiane, non trovo niente che mi dica che devo imporre agli altri il Vangelo. Anzi: sarai ben consapevole del fatto che Gesú definiva “sepolcri imbiancati” i rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo. Senza voler scivolare su idee del Cristo anarchico, che secondo me sono un pochino eccessive, comunque stiamo parlando di una figura che ripetutamente deluse i suoi seguaci – che volevano il Regno di tipo ebraico, un Davide o un Salomone che assoggettava con le armi e imponeva la potestá – perché rifiutava di assumere un profilo attivamente politico e di usare la forza. La popolaritá di questa scelta nel contesto del tempo viene ben rappresentata dal fatto che la folla fece liberare Barabba, che era un capopopolo vicino a fazioni dell’ebraismo che oggi chiameremmo nazionaliste, e non Gesú, che non prometteva leggi favorevoli o dividendi terreni a nessuno. Io non mi sento vincolata, in quanto credente, a promuovere il dominio politico dei credenti: mi sembra, al contrario, una strada molto sbagliata. Questo non é affatto contrario al dovere (che tu giustamente sottolinei) di evangelizzazione che incombe ai cristiani: credo, spero senza scellerata arroganza, di adempiere meglio scrivendo di queste cose che andando al Family Day. Iniziativa che proprio non é nelle mie corde.

    A questo punto potresti chiedermi: vabbé, ma allora perché abbracci il cattolicesimo, che ha sgradevoli connotazioni politiche soprattutto in Italia, e non semplicemente un cristianesimo praticato privatamente? Questo é un altro discorso e purtroppo ora non posso soffermarmici, ma se vuoi ci torno dopo.

  9. Pietro M. scrive:

    Assolutismo e relativismo sono due idealtipi insostenibili. E’ ovvio che nessuna regola può essere assolutamente fondata, però è anche vero che per relativismo spesso si intende un approccio miope, privo di principi, basato sulla discrezione e il compromesso dove non c’è alcun punto fermo, di fatto il “pragmatismo”.

    Io preferisco mille volte il jeffersoniano “I hold these truths to be self-evident”, anche se dal punto di vista logico non sono self-evident per niente.

    D’altra parte, “Bisogna essere tolleranti, tranne con gli intolleranti”, è una frase priva di contenuto, visto che occorre definire la nozione di intolleranza. Io da liberale non tollero i ladri, però loro tollerano benissimo le persone oneste.

    A parte la discrezionalità e dunque l’eliminazione delle limitazioni all’azione del governo, il problema del relativismo è che mettendo tutto sullo stesso piano prima crea conflitti (perché tutto può essere messo in discussione), e poi invoca la politica come arbitro dei conflitti, di fatto degenerando in quella sorta di totalitarismo soft che caratterizza tutte le moderne democrazie.

  10. Pietro M. scrive:

    “ritengo più sicuro e affidabile il ricorso a un sistema di valori squisitamente relativistico e di matrice giuspositivistica.”

    Non esistono valori relativistici o giuspositivistici. Il liberalismo è sempre stato fondato sull’idea che gli individui hanno diritti, e questo è giusnaturalismo.

    Sul piano logico entrambe le posizioni sono insostenibili: non esiste ragione per l’adorazione delle autorità implicito nel giuspositivismo (il diritto è la creazione della politica), come non c’è ragione per credere ai diritti naturali.

    Ma quale delle due posizioni protegge meglio l’individuo dal dispotismo?

  11. Osvaldo scrive:

    E, invece, secondo me è proprio l’idea di un “fondamento relativistico” (già di per sé un ossimoro, per non dire di peggio) del liberalismo che non funziona: se la libertà non è un diritto naturale, direi di più, se la libertà non è un “valore” che va riconosciuto e tutelato, allora non c’è più nessun motivo per dirsi liberali piuttosto che antiliberali; se anche il diritto alla libertà è relativo (non è un diritto naturale, nel senso che non esiste una “natura” umana con determinate caratteristiche), non c’è più nessun motivo per privilegiare il liberalismo rispetto al totalitarismo, anzi, là dove trionfa il relativismo, l’unico criterio dirimente le controversie diventa la forza (o lo “spirito del tempo” o come altro preferite chiamarlo). So anch’io che il giusnaturalismo non è molto di moda e ha molte difficoltà, ma mi sembra difficile, per non dire impossibile rinunciare ad esso e, quindi, assumere una prospettiva “positivista”, senza con ciò rinunciare a una qualsiasi forma di giustificazione razionale di alcuni diritti (e doveri), che non sia la “ragione” del più forte.

  12. Pietro M. scrive:

    Siccome è la seconda volta – tutta colpa di Claudia, visto che la prima volta è stato nei commenti al suo articolo precedente – che esce fuori il dibattito tra giusnaturalismo e giuspositivismo, dunque chiarisco la mia posizione.

    Che si intende per giuspositivismo?

    Il giuspositivismo è la dottrina secondo cui lo Stato crea il diritto. Questo lo si vede nella critica di Hans Kelsen dell'”ideologia” giusnaturalista (perché il giuspositivismo cos’è?), nelle difficoltà logiche riscontrate da Oliver Hart nel concettualizzare la giuridicità del diritto internazionale, e nelle critiche alla nozione di moralità del diritto di Lon Fuller.

    Il giuspositivismo sostiene che le autorità determinano la validità delle leggi, e che al cittadino coscienzioso non rimane che obbedire a ciò che l’autorità dichiara essere diritto: la sociologia del diritto viene annichilita, e con essa l’autonomia della società dallo Stato, e viene sostituita dall’atto puramente formale di apporre il timbro su una norma.

    Poi ci sono infinite complicazioni teoriche per trasformare questo schema logico perfettamente totalitario in qualcosa di compatibile col liberalismo. Difficoltà non minori, evidentemente, di trasformare il miserrimo schema di teoria economica di Keynes in qualcosa di compatibile con le politiche economiche liberali. Le premesse influenzano le conseguenze, e le premesse totalitarie non figliano conseguenze liberali, di norma.

    Il giuspositivismo è una tipica visione teorica del XX secolo, collettivista e statolatrica, in cui lo Stato acquisisce un ruolo centrale nella società, senza il quale la società non è neanche concepibile. In questo, è figlio del trionfo del collettivismo e del socialismo, del tracollo del liberalismo, e del trionfo della democrazia rousseauiana contro quella anglo-americana tradizionale (Locke/Madison/Jefferson).

    E’ questo che vogliamo da una filosofia del diritto? E’ questa una filosofia del diritto adeguata a microfondare il liberalismo? Lasciare ai cittadini solo ed esclusivametne il diritto di obbedire, temperato da regole formali che limitano l’arbitrarietà del sovrano? Non sono meglio i diritti di Locke, le verità autoevidenti di Jefferson, la moralità del diritto di Fuller?

    Non è strano che il liberalismo come sistema politico sia esistito solo in Inghilterra e Stati Uniti, dove la dottrina giusnaturalistica era forte, e dove c’era un sistema di common law in cui il diritto aveva una sua autonomia dalla politica? Com’è che il liberalismo non c’è mai stato in Europa Continentale, se non in forme edulcorate, deboli, transeunti, minoritarie?

    Cosa è il giusnaturalismo?

    Il giusnaturalismo è il tentativo di derivare leggi o diritti naturali a partire da considerazioni di carattere logico oppure religioso (a dir la verità a leggere gli scolastici mi è venuto il dubbio che questa concettualizzazione sia storicamente inadeguata). Da questo punto di vista è indifendibile: la logica non ci dice granché sulla giustizia, e la religione vale solo per chi ci crede (io no di certo).

    Però torniamo a Locke e capiamo meglio qual è veramente la posta in gioco nel dibattito, che non è affatto se esiste un diritto naturale oppure se tutto tranne l’obbedienza del cittadino al sovrano sia da considerarsi un’ideologia para-religiosa.

    Il punto centrale è come consideriamo il rapporto tra società e stato. Se consideriamo la società come un’entità autonoma che ha le sue regole, e che “crea” lo Stato per produrre beni pubblici (come la protezione) che la società non può produrre adeguatamente senza la coercizione (cioè la politica: la violenza dell’uomo sull’uomo per imporre una decisione comune a tutti i membri di un gruppo), allora stiamo nel sistema teorico di Locke, cioè del liberalismo.

    Se consideriamo invece la società come qualcosa di eteronomo che deve la sua esistenza, sopravvivenza e ordine alla polity, cioè alla coercizione politica che crea – anziché proteggere – l’ordine sociale, allora siamo pienamente all’interno del pensiero politico contemporaneo, siamo dentro il giuspositivismo, e non abbiamo assolutamente nulla di liberale da dire. Non abbiamo più né Locke, né Jefferson, né Madison… non possiamo concettualizzare il liberalismo.

  13. Michele Dubini scrive:

    “Non esistono valori relativistici o giuspositivistici. Il liberalismo è sempre stato fondato sull’idea che gli individui hanno diritti, e questo è giusnaturalismo.”

    E invece sì, esistono eccome. Come già teorizzato da Scarpelli e poi da Bobbio, il giuspositivismo post-kelseniano è un sistema che esprime dei valori, che sono quelli dello stato costituzionali di diritto. Quindi certezza del diritto, divisione dei poteri, uso regolato e non arbitrario della forza, principio di legalità.

    Il distacco tra diritto e morale è una delle più grandi conquiste del nostro tempo; se in Iran è permesso la lapidazione delle donne, io, per i miei valori personali, posso ritenerlo ingiusto, immorale, disumano, orripilante, scioccante, incivile (e lo è), ma non potrò contestarne il valore legale. E’ legale quanto e come il divieto di lapidazione che vige nel nostro paese; questo perché non esistono criteri morali FISSISTICI o INDEFINITI; tutto varia in basa alla popolazione e alle sue usanze (con buona pace di chi cercare reati fissi, la MORALE tutta in maiuscolo, non esiste).

    Inoltre nel giuspositivismo non è che il cittadino si “limita” a obbedire; è partecipe alla creazione del diritto (anche attraverso la disobbedienza civile), non solo alla osservanza.

    P.S. Kelsen era un liberale tout court.

  14. Pietro M. scrive:

    Il giuspositivismo rimane un processo statocentrico. Non bisogna solo obbedire? No, si può anche manifestare o votare. Non mi pare una grande consolazione: se a Jefferson o a Locke avessi detto che il liberalismo consiste nel non essere coartati senza motivo dalle autorità giudiziarie, sarebbe venuto loro un infarto.

    La legalità non è nulla se prima non si chiarisce cosa è legale. La legalità dei nazisti nel bruciare gli ebrei non li ha mai resi migliore, ha solo aumentato la quantità di evidenza storica dei loro crimini.

    La legalità è un concetto formale: il diritto per essere liberale richiede requisiti sostanziali, è il contenuto delle leggi che le rende liberali, non (solo) la forma. Se domani il governo introduce un prelievo coattivo di ricchezza una tantum di 10,000€ a testa per ridurre il debito del 30%, attraverso procedure legalmente ineccepibili, l’Italia è forse un paese liberale?

    No, semplicemente, si potrebbe dire che l’Italia ha leggi illiberali che possono annichilire la libertà senza essere violate proprio perché illiberali. In un sistema giuridico del genere, con la legalità ci faccio cavoli… non voglio certo un sistema che dice che è giusto rubare, voglio un sistema che dice che rubare è sbagliato e che lo Stato non deve rubare.

    Gli unici esempi storici di liberalismo (anglosassoni, of course) non funzionavano così, e non è una coincidenza. Uno può credersi un liberale e dire cose incompatibili col liberalismo ad un livello fondamentale. C’è chi crede liberale Keynes, figuriamoci.

    Credo che la differenza che ho in mente sia la stessa che c’è tra Rechtsstaat (stato di diritto) e Rule of Law (supremazia della legge), ma di questo so poco. Se in un sistema giuridico ci sono garanzie contro l’arbitrarietà sono ben contento: ma se il risultato è che il Parlamento può espropriare qualsiasi cosa a patto che lo faccia con una procedura adeguata, di colpo la contentezza svanisce. E con essa la libertà.

    Storicamente è esistito solo il liberalismo anglosassone, altrove il liberalismo non è mai stato politicamente rilevante. Probabilmente anche per via della presenza di certe costruzioni statocentriche del diritto.

  15. Io vorrei precisare, a scanso di accuse di complotto vaticano, che Pietro é agnostico e quando gli ho dato da leggere CS Lewis non mi ha preso a testate solo perché é una persona civilissima. :D

  16. Michele Dubini scrive:

    Ma Pietro, io sono d’accordo con quando dici che la legalità è formale e che il “liberale” si vede nei contenuti; il fatto è che (ora qualcuno mi mangerà) che il liberalismo è un pensiero politico, come lo è il comunismo, il socialismo o chissà cos’altro. Il sistema legale della Germania Nazista è formalmente valido quanto quello dell’Italia post-Costituzione; a livello di contenuti siamo innanzi a due poli opposti (e fin qui siamo tutti d’accordo), ma non si può certo discutere il livello formale. E nemmeno bollare il giuspositivismo perché permette queste cose, in quanto “strumento”.

    Tanto vale bollare allora l’automobile, perché è possibile (se si vuole) guidarla da ubriachi e compiere stragi, cosa impossibile con il “natural camminare”.

    Sul giuspositivismo stato-centrico, io direi di fare un distinguo…da Scarpelli in poi, la definizione di Stato si è estesa (SOLO PER IL CAMPO DEL DIRITTO, il mio discorso è incentrato su questo) all’intera collettività; lo Stato non è più concepito come “Parlamento”, ma come intera collettività. Gli organi stragiudiziali, l’autonomia negoziale nei contratti, gli arbitri privati; l’unica differenza esistente fra Civil e Common Law (oltre al precedente) è la via che viene usata per il raggiumento di questo scopo. Per diversi motivi preferisco DI GRAN LUNGA il nostro attuale ordinamento [Civil Law].

    P.S. Keynes liberale era e liberale rimane. La sua teoria economica non si può certo definire “liberalissima”, ma il messaggio di fondo lo è inequivocabilmente (e la prova del 9 è costituita dal fatto che leggendo il Capitale di Marx, Keynes lo definì “spazzatura”).

  17. Carmelo Palma scrive:

    @ Pietro. Tu scrivi che “se consideriamo la società come un’entità autonoma che ha le sue regole, e che “crea” lo Stato per produrre beni pubblici (…)allora stiamo nel sistema teorico di Locke, cioè del liberalismo”. Non penso che basti questo.
    Anche in una logica comunitarista c’è una “primalità” della società rispetto allo stato e della cultura rispetto alla legge.
    Accanto al rapporto tra società e stato è la pretesa “razionale” dello Stato a stabilire la natura liberale del potere. Da questo punto di vista – spiegherebbe Antiseri con Kelsen – solo la consapevolezza dell’insormontabile debolezza epistemica di qualunque razionalità “impersonale” – come quella politica – rende il potere saggio e ne ridimensiona le pretese.
    Lo so che a molti un liberalismo così fondato sembra sbilenco – per cui è quasi meglio fingersi giusnaturalisti, senza esserlo – ma a me pare onesto e molto persuasivo, visto che il liberalismo storicamente è il compagno di viaggio politico dello scetticismo…

Trackbacks/Pingbacks