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Il 2011 della Germania tra euro, debito ed elezioni

– Non diversamente dagli anni passati, il 2010 è stato per la Repubblica Federale un anno di spese ed indebitamento. Dopo le banche, Berlino è intervenuta in soccorso dei paesi periferici, dando il proprio assenso alla creazione in sede europea di un mega-paracadute temporaneo, l’EFSF, destinato ad essere istituzionalizzato dopo il 2013. Il rischio paventato da molti osservatori di una Germania tenuta in scacco dai suoi giudici costituzionali, si è rivelato fino ad oggi un bluff. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona è stata agevolmente ignorata da governo e Parlamento e lo stesso Trattato – parola di Christine Lagarde – è stato palesemente violato all’art. 125 TFUE. Saranno le modifiche apportate in questi mesi, per le quali vale quanto scritto un mese e mezzo fa, a ratificare ex post quanto avvenuto sin qui. Ancora una volta è valido l’insegnamento di Carl Schmitt: «Sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione».

La signora Merkel, la cui immagine estera di fredda europeista è controbilanciata da quella locale di spregiudicata calcolatrice, ha vacillato per mesi; stretta tra i due fuochi dell’euroentusiasmo e dell’euroscetticismo si è infine piegata ai desiderata di Francia e Club-Med. Tra i piccoli successi rivendicati da Berlino, il no secco agli Eurobonds, il veto all’aumento delle risorse per il Fondo di stabilizzazione e l’inserimento nei Trattati di una clausola che consenta la parziale partecipazione dei privati, leggasi delle banche tedesche, all’eventuale ristrutturazione del debito. Tutte vittorie di sponda. Ma la partita è tutt’altro che terminata. Gran parte del gioco politico-diplomatico si terrà ora dietro le quinte, in sede di redazione dell’articolato della nuova versione del Trattato. Ma soprattutto si terrà coram populo nelle singole sedi parlamentari. Al proposito, non è escluso che l’attivismo di Bundestag e Bundesrat, consolidato dalla nuova “legge di responsabilità per l’integrazione” (IntVG), possa creare seri problemi al governo e indirettamente quindi posticipare l’entrata in vigore delle modifiche al Trattato. Entrata in vigore, sulla cui tempistica nessuno si è ancora azzardato a fare previsioni. Uno dei principali pericoli ad oggi è quello della non-attualità delle norme approvate. In altre parole, le norme che entreranno in vigore tra un anno (?) potrebbero essere già superate dall’accavallarsi degli eventi e dalle risposte dei mercati. Essendo questi ultimi più veloci dei Parlamenti, c’è chi, come il professor Jörg Luther, suggerisce di inserire a livello UE una nuova procedura di modifica d’urgenza, che consenta di apportare cambiamenti quasi automatici.

La sostanza però non cambia ed è una. La Germania sta soppesando vantaggi e svantaggi del continuare a fungere da prestatore di ultima istanza dell’intera UE. Ciò non è che un riflesso della politica estera di Berlino degli ultimi tempi. Come spiegava Roberto Menotti su Aspenia online: «La Germania adotta oggi uno stile internazionale più assertivo; è che ritiene di avere ragioni strutturali per perseguire in modo piuttosto autonomo i suoi interessi esterni». Se il ritorno al marco, caldeggiato da circa la metà dei tedeschi, non appare ancora né politicamente (per le pressioni dei vicini), né economicamente (per gli indubbi svantaggi in termini di competitività) possibile, è altrettanto vero che Merkel & co. temono lo spettro della Transferunion, ovvero di un’Unione europea modello Germania post-riunificazione, senza alcun rispetto del principio di responsabilità finanziaria. Di qui l’idea di puntare tutto ancora una volta sulla disciplina di bilancio degli Stati membri e magari su un loro possibile default controllato. Ciò anche nel tentativo di mantenere una certa concorrenza tra titoli di Stato, tale da consentire a Berlino di rifornirsi a basso costo sui mercati.

Complice la crisi dei paesi periferici e la crescita dell’economia tedesca, l’indebitamento netto per il 2010, che sarebbe dovuto ammontare a più di 80 miliardi di euro, si è aggirato invece intorno ai 50 miliardi, pur sempre sui livelli del 2009, anno del record assoluto dalla riunificazione. Intanto l’orologio del debito, che la confederazione dei contribuenti ha piazzato nella Französische Straße di Berlino, continua a ticchettare. Il debito aumenta e la spesa non cala. O meglio, il 2011 dovrebbe essere l’anno X anche per la Germania. Stando al piano varato dal governo, l’anno che verrà sarà infatti pieno di sacrifici. Semplificazioni fiscali (ma niente tagli alle tasse) e sforbiciate alla spesa sono le parole d’ordine.

D’altronde il 2016, anno in cui entrerà in vigore lo Schuldenbremse, la norma costituzionale che vieta un disavanzo superiore allo 0,35% del PIL, si avvicina pericolosamente. Nonostante le buone intenzioni, però, entro la fine del 2011 si attendono nuovi debiti per circa 48 miliardi di euro. Non proprio quel che si dice stringere i cordoni della borsa. I principali organi di stampa conservatori non mancano di sottolineare come il piano di risparmio varato nel novembre scorso assomigli all’ingenuo tentativo di chiudere le falle di una diga con dei cerotti. In un editoriale pubblicato lunedì su Die Welt, un illustre intellettuale liberale torna a chiedere più coraggio nel taglio di sprechi, sussidi e sovvenzioni, a partire ad esempio dall’assegno parentale, che, così come disegnato dalla riforma del 2007, incentiva le donne più povere a procreare più di quanto esse farebbero in assenza di sussidi diretti: «Dei 200.000 bambini le cui famiglie ricevono l’assegno solo il 9% nasce da donne in carriera, mentre il 54% nasce da donne che ricevono sussidi sociali (Sozialhilfe). Se queste ultime in 24 mesi partoriscono due figli, ricevono un extra-bonus tra i 150-300 euro mensili che va ad aggiungersi all’assegno».

Il sospetto è che, tra una tassa sulle compagnie aeree e un balzello sulle società energetiche, il governo stia facendo puro maquillage e sia pronto a passare la patata bollente del debito al governo successivo, che, viste le indagini demoscopiche più recenti, sarà probabilmente di colore opposto. Non per nulla il Ministro dell’Economia Brüderle ha parlato di un indebitamento zero tra il 2014 e il 2015, quando ormai la legislatura sarà scaduta da un pezzo. Ma se fossimo nel ticket rosso-verde non ci preoccuperemmo troppo. Pur credendo, come Oscar Giannino, che il freno ai debiti sia un pungolo necessario per una classe politica ovunque spendacciona, c’è da essere assai realisti in merito ai suoi effetti sostanziali. Qui, come altrove, vale quanto scriveva Anthony De Jasay, ossia che «una Costituzione è come una cintura di castità di cui il legislatore ha la chiave». E in effetti basta leggere il nuovo comma 2 dell’articolo 115 della Legge fondamentale per comprendere come esso ammetta margini di interpretazione davvero generosi ovvero non inibisca affatto politiche economiche anticicliche. In caso di “catastrofi naturali” o “situazioni di emergenza” è sufficiente una risoluzione della maggioranza dei componenti del Bundestag per derogare alla norma costituzionale.

Detto ciò, in Germania si respira comunque un’atmosfera di austerity. Per le strade la gente è seriamente preoccupata dai tagli del governo. Finora il messaggio di “macelleria sociale” lanciato da socialdemocratici e verdi ha fatto breccia nell’elettorato. I sondaggi parlano chiaro. CDU/CSU ed FDP non avrebbero più i numeri per governare se si tenessero oggi le elezioni. Nel 2011 ne avremo già una succosa anticipazione. Sul cammino dell’esecutivo giallo-nero sono infatti già piantati i paletti delle sette consultazioni regionali, che da febbraio a settembre renderanno irrespirabile l’aria del dibattito politico, inibendo alla maggioranza di prendere decisioni davvero coraggiose. A consolare i tedeschi è rimasta la crescita economica e la disoccupazione in calo. Buon anno.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

3 Responses to “Il 2011 della Germania tra euro, debito ed elezioni”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Come entra in questo scenario il fatto che in quanto prestatori di ultima istanza i tedeschi hanno banche trabocchevoli di titoli di debito sovrano di paesi in crisi?
    Non esiste una relazione tra scelte govenative e ripresa robusta della crescita del PIL?

  2. a) Al proposito e’ agevole comprendere che essendo le banche tedesche ripiene di titoli periferici e’ interesse del Governo tedesco salvare o comunque aiutare i paesi in difficolta’. Io ho elaborato questa lettura: la Germania vorrebbe utilizzare la proposta della ristrutturazione del debito parziale come strumento di compromesso, con il quale da un lato si penalizzano i peccatori di bilancio e dall’altro pero’ si ripristina un qualche rischio di impresa per le proprie banche/

    b) E’ un punto che ho toccato all’inizio delmio pezzo che uscira’ sul prossimo numero di Aspenia. Il governo ha naturalmente interesse a dire che la crescita e’ merito delle misure varate lo scorso anno. Non ci sono pero’ dati che lo confermano. L’Istituto per l’economia tedesca di Colonia smentisce questa versione dei fatti. Anche a me pare solo propaganda, data l’eseguita’ delle misure di sgravio fiscale varate a fine 2009.

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