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Miracolo a Milano, a Chinatown sono spariti i cinesi

– Il Settore Statistica del Comune di Milano ha fornito al vicesindaco De Corato alcuni ‘numeri’ (parziali) sull’immigrazione a Milano, aggiornati al 31 ottobre 2010. Sulla base di questi, il vicesindaco ha tratto conclusioni ‘politiche’ (in senso lato), affermando tra l’altro che “la vera Chinatown è ora Villapizzone e non più Paolo Sarpi”.
Questa frase, usata da De Corato come titolo del suo comunicato stampa, è stata ripresa dai giornali, ma è falsa. Vorremmo occuparcene prima di tutto per amore di verità (consci di non avere gli stessi lettori di Corriere, Giornale, Repubblica e Giorno messi insieme), ma anche per capire cosa può avere spinto De Corato ad affermarla.

Milano è divisa dal Settore Statistica in 88 Nuclei di Identità Locali (NIL), cioè quartieri omogenei, ma sono stati diffusi dati completi solo per 24 di essi, più alcuni numeri assoluti. È proprio usando questi ultimi che De Corato ha affermato che la Chinatown si è “trasferita”: 1.926 cinesi a Villapizzone, 1.578 a Paolo Sarpi.
Di Villapizzone, che fa parte dei 24 NIL di cui è stato fornito anche qualche altro dato, conosciamo il numero di residenti totale: 37.924, poche centinaia in più che nel 2009.
Di Paolo Sarpi possiamo utilizzare il dato del 2009, ovvero 28.275 residenti. Non saranno certo raddoppiati.
Ne consegue che oggi a Villapizzone il 5,1% dei residenti è cinese, a Paolo Sarpi (usando i residenti del 2009) il 5,6%. Commentare i numeri assoluti non va bene.
Un altro dato poi consente di focalizzare ancor meglio l’assurdità di quanto detto dal vicesindaco. A Villapizzone gli stranieri totali sono 9.853, di cui i 1.926 cinesi rappresentano il 19,5%. A Paolo Sarpi nel 2009 erano 4.424, di cui gli odierni 1.578 cinesi sono il 35,7%.
C’è dunque a Villapizzone una presenza straniera ‘mista’, tipica di molti quartieri periferici di Milano, mentre a Paolo Sarpi i cinesi rappresentano una minoranza molto significativa.

E infatti la sconosciuta (ai più) località di Villapizzone è un agglomerato di palazzi periferici senza alcuna identità visibile, con presenza di stranieri di varie provenienze e senza quei negozi etnici che sono, invece, il fulcro vitale nonché il maggior segno distintivo delle enclaves cinesi nelle metropoli occidentali. Le comunità cinesi, infatti, più di tante altre, tendono a un’organizzazione economica e sociale autonoma. Tendono cioè a ‘far da sé’, sia in ambiti legali (abbigliamento, alimentari, servizi) sia no (ambulatori medici). Il risultato è che le enclaves cinesi sono costellate di attività commerciali prettamente cinesi, in un’ottica di auto-esclusione (vista con gli occhi occidentali) o di auto-organizzazione (vista dal loro punto d’osservazione) che non ha eguali.

Le enclaves cinesi insomma, che si suole chiamare Chinatowns, sono assolutamente evidenti agli occhi di tutti, fino al punto che molti, a torto o a ragione, vi si sentono ‘stranieri in patria’. Si arriva al punto che a Londra i cartelli ufficiali delle strade sono bilingue. A Milano, con buona pace del vicesindaco che parla con i numeri assoluti, la Chinatown resta quella di via Paolo Sarpi, perché è l’unico luogo della città in cui l’organizzazione economico-sociale dei cinesi prevale su quella ‘occidentale’, ed è ben visibile a tutti.
Altre aree cittadine con una discreta concentrazione di attività commerciali cinesi sono comunque ‘miste’.
Risolto il problema dell’amor di verità, resta aperta la questione del perché De Corato abbia detto ciò che ha detto. Sono propenso a credere che vi sia una strategia. De Corato, da un lato, ci induce a previsioni sulle sue future scelte politiche e, dall’altro, manda un messaggio alla cittadinanza, attraverso (purtroppo) la superficialità del giornalismo che stavolta non ha interpretato ma si è limitato a copiaincollare un comunicato, senza prendersi la briga – che ci siamo presi noi – di verificarne la fondatezza.

Dalle politiche del coprifuoco si intuisce che la giunta abbia intenzione di spalmare su varie zone identiche scelte di controllo del territorio, anziché studiare e affrontare ogni caso come un unicuum.
Al di là del fatto che questo è un grave errore, ci pare che il vicesindaco, sostenendo che la Chinatown si è spostata, cerchi di veicolare il messaggio che ‘l’emergenza-Chinatown’ è ora un problema di varie zone della città, e non più solo di Paolo Sarpi. Ci dobbiamo quindi aspettare, in questi ultimi mesi di legislatura comunale, o soluzioni d’emergenza estese altrove, o programmi elettorali contenenti questa estensione.
Ma soprattutto ci dobbiamo aspettare una escalation del clima emergenziale sull’immigrazione. Ne è la prova anche il fatto che, tra i 24 NIL di cui sono stati forniti i dati aggiornati, ne esistono due in cui gli stranieri superano il 60% dei residenti: Triulzo Superiore e il Boscoincittà. Ora, si tratta francamente di due casi molto particolari, che in una seria campionatura sarebbero esclusi per la loro peculiarità. Il primo è un agglomerato di palazzi generalmente molto vecchi in estrema periferia sud-est, accerchiato da ‘non-luoghi’ come sono gli svincoli di tangenziale e A1. Il secondo è un territorio agricolo molto vasto con soli 767 residenti totali. Ma è evidente che una lettura superficiale della tabella può far strabuzzare gli occhi all’elettore medio, a cui vien data un’altra arma (a doppio taglio) per i suoi discorsi al bar.

Se la nostra interpretazione è corretta, quindi, Milano si prepara a una campagna elettorale rovente. È possibile che l’argomentazione principale della Lega e di quella parte del PdL che su di essa s’è appiattita sarà proprio l’accentuazione del fenomeno (im)migratorio come ormai diffuso in tutti i quartieri cittadini, a cui occorrerà (già ci sembra di sentirli) dare ‘risposte forti’ per non farsi ‘travolgere’.
Se si considera che Giuliano Pisapia, lo sfidante della Moratti, proprio sull’immigrazione è forse debole nel conquistare i delusi dell’attuale sindaco, è una strategia che si può comprendere.
Tuttavia creare un clima d’emergenza diffuso a tutta Milano, mostrando una fotografia di emergenza ‘spalmata’ in modo omogeneo su ogni zona, oltre a non corrispondere al vero, significa anche rinunciare a combattere la legittima paura promuovendo politiche serie, e soprattutto meditate caso per caso, quartiere per quartiere.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

6 Responses to “Miracolo a Milano, a Chinatown sono spariti i cinesi”

  1. Parnaso scrive:

    Ma in tutto questo FLi a che parte sta? con immigrazione selvaggi

  2. non è propriamente topics però visto che si parla di immigrati…
    in Italia vi è una quota di rifugiati politici minori di quella di altri Paesi europei (un quinto di quelli britannici secondo il fatto) . Questi immigrati sostano in condizioni talvolta indecenti in qualch egrande città privi dell’assistenza che gli altri Paesi europei assegna loro. Nonostante questo costano 20 milioni di euro allo Spar, l’ente preposto. La proposta: aumentare il numero di rifugiati politici dando a più persone la possibilità di salvare la pelle dai regimi da cui fuggono, pagare le spese spostando l’assistenza di quei rifugiati dalle grandi città e dalle aree del centro-nord , mediamente più costose, all’appennino meridionale . Irpinia, Basilicata, Calabria hanno costi della vita nettamente inferiori sia in vitto che in alloggio.

  3. Simona Bonfante scrive:

    maschile, la tua proposta mi pare un po’ troppo teorica. quanto al costo della vita al sud, ad esempio, temo sia un luogo comune sostanzialmente infondato ritenerlo più contenuto che al nord. è vero che il mercato immobiliare è più basso, ma la scarsa concorrenza rende merci e servizi drasticamente più costosi. cibo compreso. non essendoci poi mezzi pubblici civilmnete organizzati, la gente è costretta ad usare mezzi propri, con relativo aggravio per il budget personale. in quel contesto, poi, che opportunità avrebbero quegli esuli di potersi ricostruire una vita? concordo invece sulla necessità di rivedere completamente l’intera politica in materia, ma sarebbe opportuno che l’iniziativa avesse almeno una dimensione europea.

  4. @ simona:

    si potrebbero creare attività industriali/artigianali in quelle zone, destinando i fondi attuali invece che come reddito assistenziale al singolo rifiugiato come un bonus per singolo immigrato addetto .
    le attività commerciali le escluderei dai finanziamenti così i locali potrebbero aprire proprie attività , favoriti anche dal possesso di immobili in quelle aree.
    penso che anche i centri di accoglienza attuali, oltre che modifiche interne, debbano prevedere il trasferimento nelle stesse aree decogenstionando città ed aree ad alta densità di immigrazione.
    finito il periodo di assistenza statale che, spero, non duri vita natural durante, l’immigrato deve arrangiarsi come qualsiasi cittadino. Non vedo perchè dovrebbe avere più opportunità di un calabrese che emigra dal proprio territorio. Al calabrese non paghiamo certo l’inserimento a milano.

    Sulla concertazione europea delle politiche immigratorie sono d’accordo.

  5. @maschileindividuale. Nonostante il tuo commento sia effettivamente off-topics, rispondo perché pone un problema interessante.
    La concentrazione di immigrati (rifugiati e non) nelle grandi città del nord si deve al fatto che in tali città c’è grande domanda di lavoro operaia non specializzata nell’industria e nell’edilizia, inevasa dai giovani “del luogo”. Se li “spostiamo” al sud, cosa gli facciamo fare per vivere? Tieni conto che il Mezzogiorno ha i livelli più bassi di occupazione industriale di tutti i Paesi occidentali.

    @Parnaso. In tutto questo (cioè nel pezzo che stiamo commentando) la posizione di Fli sull’immigrazione è decisamente off-topics, a mio parere.

  6. ritorno sul tema perchè ho trovato un esempio concreto(azienda di immigrati sull’appennino) di quanto proponevo:
    http://30secondi.wordpress.com/2011/02/27/dove-li-mettiamo-a-fare-la-birra/
    :-)

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