di SIMONA BONFANTE – Con l’introduzione del federalismo municipale, cioè a partire da quest’anno (!) i trasferimenti statali ai comuni arriveranno da un fondo denominato “sperimentale di riequilibrio”, e non più dal capitolo ‘trasferimenti agli Enti Locali’ del Ministero dell’Interno. Il fondo sperimentale, vincolato ad un regime transitorio di 5 anni, si alimenta del gettito delle imposte di registro, bollo, ipotecaria e catastale; dei tributi catastali speciali, dell’Irpef sui redditi fondiari e della cedolare secca sugli affitti. Il resto, a partire dal 2014, entrerà ai comuni sotto le sembianze dell’Imu (imposta municipale unica), che raggrupperà le diverse tasse comunali attuali (ICI, addizionale Irpef ecc.).

Un senatore piddino, Marco Stradiotto, ha fatto due calcoli ed ha scoperto che il meccanismo previsto dagli autori della riforma federale squilibra i trasferimenti a vantaggio dei comuni con il maggior numero di seconde case. E questo potrebbe finire con l’incentivare politiche urbanistiche redditizie ma viziose.
Vero, falso? I dati Copaff (Commissione parlamentare per il federalismo) elaborati nella ricerca, non tengono conto di tutte le variabili che determineranno i numeri finali. E quelle incognite sono tante. Di numeri quindi al momento pare non si possa proprio avere ancora la più pallida idea. Fatto sta che, se il sistema dovesse rivelarsi irrazionalmente squilibrato – indipendentemente dal fattore squilibrante – per garantirne la sostenibilità si rischierebbe di non poter far altro che de-federalizzare, perequando. La perequazione si trasformerebbe allora da contagocce degli aggiustamenti di sistema, a pozzo sana-falle-strutturali. Il rischio insomma è che perequa qua e perequa là, si finisca non solo con lo spendere di più, ma con il pepetuare i medesimi meccanismi assistenzial-cialtroneschi che hanno permesso a comuni a gestione criminale come Catania, Palermo e via terronizzando, di essere soccorsi dallo Stato per scongiurarne il fallimento. E questo vuol dire, se possibile, addirittura peggiorare quei vizi che il federalismo dovrebbe invece voler correggere.

Se le simulazioni di Stradiotto si rivelassero, anche solo in linea tendenziale, fondate si porrebbe infatti un problemino sul quale non sarebbe male cominciare a ragionare: come evitare che le minori risorse trasferite ai comuni si traducano in una compensazione ex post, una perequazione ‘strutturale’ che renderebbe il rapporto Stato-Ente locale ancora meno trasparente ed ancor meno responsabilizzante dell’attuale?
I comuni che dal federalismo municipale dovrebbero ricevere meno – talora molto meno – sono in gran parte quelli che ricchi di virtù artistico-paesaggistiche scarseggiano alquanto sul fronte ‘civiltà amministrativa’. Tra questi, Napoli che, attualmente in cima alla non lusinghiera classifica di quelli che dallo Stato ricevono di più – 668 euro per abitante di fronte a una media nazionale di 387 euro – in base alla già citata proiezione, perderebbe il 61% dei trasferimenti statali. Perderebbe anche Roma, ma poco – solo il 10% delle entrate pre-federali. Andrebbe male a Taranto – con un meno 50% – a Palermo e a Cosenza – meno 55% – e malissimo a Messina, cui spetterebbe un taglio del 59% delle attuali, necessarie-come-il-pane risorse ricevute dallo Stato per tenere in piedi la città.

Orbene, Messina è la città che ha dato i natali ad Antonio Martino ed al di lui eccellente papà. E – si parva licet – pure a chi scrive. Ed è con la non auto-compiaciuta franchezza che il caso impone che ne parliamo qui.
Messina è la città che un giorno forse sarà il terminale sud di un ponte strepitoso ma che oggi di strepitoso può vantare ben poco se non quel sole, quel mare, quella varietà gastronomica che la politica non ha potuto devastare. La sua condizione, d’altra parte, la certificano i fatti. Stabilmente affezionata alle posizioni sotterranee delle classifiche nazionali sulla qualità della vita, la città vanta servizi da record, quanto al rapporto inefficienza/costi. Il contribuente paga una fortuna servizi che in gran parte non riceve, dai trasporti – con strade più dissestate delle mulattiere del Sahara, mezzi pubblici aleatori, non utilizzabili, inutili, vessatori – ai rifiuti – non c’è alternativa alla raccolta indifferenziata – passando per la ‘legalità’ – indossare la cintura espone al disprezzo o al ludibrio, tra i più benevolenti.

Tutto questo ‘nulla e male’ prodotto con la principale fonte di ricchezza cittadina, il denaro pubblico, è merito delle amministrazioni che si succedono dall’inizio della storia patria, parentesi commissariali incluse. Il Sindaco attuale è il pidiellino Giuseppe Buzzanca, l’ex Presidente della Provincia passato alla storia per aver ritenuto sua facoltà usare la macchina blu per garantire a sé e consorte un confortevole viaggio di nozze a spese della cittadinanza.  Romantico. I messinesi infatti lo hanno premiato mandandolo ad amministrare il Municipio. Ebbene, quando ha scoperto quanto potrebbe costare a Messina il federalismo, il Sindaco si è affrettato ad ammonire quale tragedia sarebbero quei tagli, per una città già così dilaniata dal suo strutturale sottosviluppo. Per Messina – ha scandito – quei soldi sono necessari.
Ma necessari a chi?

Le risorse pubbliche non finiscono ai cittadini, non alimentano le attività produttive del territorio, non favoriscono uno sviluppo urbano civile. Come mai?
Sarebbe bello se alla questione il Sindaco di Messina, o quello di Napoli, o di Catania o di Palermo si applicassero, per una volta, con meno impertinente costrutto. Ma inutile sperare. Il fatto è che neanche quelli che del federalismo hanno fatto un brand ci hanno poi sta gran voglia di fare le cose in modo che, della ‘grande riforma’, resti qualcosa di più solido, di più strutturalmente virtuoso, che un epico manifesto da campagna elettorale.
Costoro hanno partorito un federalismo centralizzato, nel quale il momentum erogativo ed il conseguente atto perequativo – l’alpha e l’omega della riforma – spettano allo Stato. Anzi ad uno Stato con un potere discrezionale se vogliamo persino accresciuto. E allora che federalismo è? E allora che controllo potrà mai esercitare il cittadino se l’amministrazione locale – inefficiente ma democraticamente popolare – avrà sempre la facoltà di ritorcere sullo Stato le proprie colpe gestionali?

E il bello è che per silenziare l’allarme lanciato dal Pd, Pdl e Lega hanno ritenuto di dover ribadire che i comuni del sud che dovessero risultare penalizzati avranno naturalmente strumenti accessori attraverso cui perequare: fondi speciali, statali, discrezionali. Appunto.
Buon finto federalismo, Terronia!