Ego sum Wikileaks

 – Di Julian Assange e della sua chioma biondo-argentata si è scritto tanto.
L’opinione pubblica si è letteralmente spaccata in due sulla vicenda; c’è chi considera questo biondo australiano con un poetico passato da ramingo un vero e proprio paladino del giornalismo, una rockstar, un duro e puro disposto a tutto per scoperchiare i Vasi di Pandora delle grandi potenze mondiali. C’è chi, al contrario, lo ritiene mosso da interessi tutt’altro che ammirevoli e assai torbidi e lo etichetta come un anarchico anti-sistema o come un irresponsabile anti-americano.

Abbiamo assistito alla sua “caccia” a suon di mandati d’arresto internazionali e alla sua battaglia giudiziaria per la cauzione. Ora assisteremo a quella contro l’estradizione in Svezia; nel frattempo, gli USA cercano qualcosa per incriminarlo e portarlo innanzi a un tribunale americano. Impresa ardua (Assange si è meramente limitato a pubblicare documenti che gli sono stati passati – senza previi accordi – da un marine dell’esercito USA); nulla però sembra escluso in questa storia sempre più simile a un serial televisivo.
La parte “fiction” sta però rischiando di oscurare un aspetto importante, forse fondamentale. Lasciamola un attimo da parte; lasciamo da parte anche i famigerati cablo delle ambasciate americane e il resto dei contenuti di Wikileaks. Analizziamo la cosa “dall’alto”, con una visione più “lunga”.

Wikileaks è geniale nella sua semplicità: mera pubblicazione di documenti “scottanti” trasmessi da terzi. Grazie a questo meccanismo elementare, la libertaria Wikileaks permette a ogni singolo individuo di sbirciare indisturbato e in modo perfettamente legale all’interno delle stanze del Potere. E’ una rupture incredibile con il passato, ove il cittadino era destinato ad essere escluso dalle decisioni prese dal Potere dietro le quinte del palcoscenico, ben lontano dalle sue orecchie. Questo status quo è stato scardinato in modo traumatico e improvviso; è avvenuta una vera e propria rivoluzione copernicana. Le fondamenta di questo cambiamento del rapporto Cittadino – Stato si trovano in una società ove le informazioni corrono freneticamente e senza sosta lungo un network mondiale, potenzialmente accessibile da ogni individuo esistente sul globo. Una rete equa, che non taglia e censura nessuna voce.

Non è la prima rivoluzione di questo tipo; inizialmente vi fu la stampa di Gutenberg. A seguire la radio, la televisione e, infine, il Web. Ma la grande novità sta nel fatto che quest’ultimo, a differenza dei suoi predecessori, non si limita a veicolare passivamente una mole immensa di informazioni. Permette di interagire direttamente con esse, di aggiungere una parte di dati che andranno ad ascriversi in questa enorme “conoscenza universale” (il tutto richiama il concetto di Web 2.0, o Web “completabile”).

Wikileaks è riuscita a declinare la potenzialità di questo concetto in un orizzonte politico-sociale, facendo leva sul lato partecipativo tipico degli stati democratici occidentali. Il cittadino ha pienamente assorbito in sé una funzione di controllore e un potere che – solo vent’anni fa – sarebbe stato inconcepibile. La frase di Bacone “La Conoscenza è Potere” ci si manifesta in tutto il suo fragore. 

Il “Power to the People” Wikileaks-iano ha l’ulteriore pregio di scostarsi con fermezza da influssi (come molti vorrebbero darci a bere) social-massimalisti o anarchici. L’esprit dell’intero progetto è squisitamente libertario; l’individuo scruta le stanze del Potere e (quindi) le quinte del palcoscenico non per abbattere lo Stato, ma per migliorarlo; egli agisce per tutelare la libertà individuale e i diritti, propri e degli altri, secondo una dialettica democratico-partecipativa imperniata sull’equo scambio informativo.

Non ci si confonda: non si sta parlando di un “diritto assoluto alla conoscenza” ma di un diritto a vedersi rappresentato da un governo che non sia un Giano Bifronte. Che davanti ai cittadini sostenga una posizione per poi sostenerne un’altra a porte chiuse, lontano dagli occhi della pubblica opinione.

Come Schopenhauer, Wikileaks squarcia i veli di Maya che nascondono e plagiano il Vero. E non lo fa per moti di ribellione post-adolescenziale o vagheggiando un tracollo del Sistema; la “rivoluzione gentile” di Wikileaks mira a una presa di autocoscienza del Cittadino, a un ritorno del Sistema Democratico ai suoi principi originari (riscontrabili nel liberalismo), all’avviarsi di un processo di riforme liberali e trasparenti, tese a riavvicinare lo Stato (e il suo apparato) al cittadino. A una lotta senza quartiere contro gli stati totalitari, lotta che deve essere condotta anche in un percorso di miglioramento e crescita degli stati democratici. Siamo forse innanzi a una Democrazia 2.0?

Se davvero fosse così (e solo il tempo saprà risponderci dell’effettiva portata di questo cambiamento), la miopia della politica innanzi a questa rivoluzione non potrebbe essere maggiormente riprovevole; come al solito, i più retrogradi e lenti a percepire il cambiamento sono proprio loro, i politici, che invece dovrebbero esserne i fautori o – perlomeno – gli accompagnatori. Anziché interrogarsi e riflettere, preferiscono arroccarsi, smentire rabbiosamente e invocare misure repressive nei confronti della libertà d’espressione.

Si sta cercando di mettere a tacere l’ambasciatore (Assange) e si evita di confrontarsi con il prorompente messaggio. Tentativo miope quanto inutile: Assange potrà anche venire infangato, incarcerato, ucciso. Fatto sparire.  Ma il messaggio è passato e il vento è cambiato per sempre. Messaggio unico nel suo genere; è pacifico (ma non anti-militarista), libertario, conservatore, partecipativo. Non distrugge nulla e si focalizza sul migliorare tramite la conoscenza.

Lo strumento Wikileaks esiste ed è efficace in virtù della sua forza partecipativa; certo, è uno strumento tanto potente quanto pericoloso (come, del resto, i giornali, la radio, la televisione, Internet nel suo complesso), ma questo dipenderà esclusivamente da noi e dall’uso che ne faremo. Perché si possono (e si devono) criticare i contenuti che Wikileaks mette in gioco, ma ciò su cui è necessario porre l’attenzione è lo Strumento, lo Scopo del progetto e i tutti i suoi incredibili risvolti sociali. Che possono essere grandiosi.

Perché Wikileaks non è Assange. Wikileaks non è nemmeno dei cablo diplomatici americani e no, Wikileaks non è quel sito che fa tremare i potenti. E ancora no, Wikileaks non è uno sputtanamento o un gossip fine a se stesso.
 Wikileaks siamo tutti noi. Wikileaks siamo noi, noi che scriviamo, ragioniamo, critichiamo, scandalizziamo, ci confrontiamo, vogliamo, ci informiamo. Che vogliamo uno Stato più leggero, efficiente, trasparente, rispettoso dei diritti umani, dell’autodeterminazione, della libertà. Che, insomma, lottiamo per il sogno di una cosa. Ed è questo il bello; che è possibile guardarsi allo specchio e dire: Ego Sum Wikileaks.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

2 Responses to “Ego sum Wikileaks”

  1. Giovanni scrive:

    Sono pienamente d’accordo. Wikileaks risponde al grande desiderio di trasparenza e di sincerità della gente. I politici che temono la trasparenza temono una perdita di potere, del potere di continuare a fare cose diverse da quelle che hanno promesso di fare.
    Wikileaks è solo l’inizio, tante falle si stanno aprendo nella cosiddetta democrazia che conosciamo. Tanta gente si sta risvegliando. Grazie.

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