Marchionne, da eccezione a regola

di LUCIO SCUDIERO – Per entrare nella realtà, l’Italia dovette uscire da se stessa. Fra vent’anni probabilmente dovremo ricordare così questa convulsa e cruciale stagione dei rapporti industriali nel nostro Paese. Ci ricorderemo di Sergio Marchionne, il manager in pullover che portò la Cinquecento a Manhattan, la Lancia Ypsilon in Polonia e il Doblò Cargo in Brasile. L’italiano che tornò in Italia per svezzarla alle regole del mondo prima che fosse troppo tardi, prima che morisse di una morte lenta e solipsistica, “decadente” nello stile e nella sostanza. L’uomo che ruppe le regole della provincia per affermare la legge del mondo.

Ci ricorderemo di una sigla, Fiom, come dell’ultimo rantolo di una brutta ideologia e dura a morire, che suonava come l’onomatopea del tonfo prodotto dal crollo del consociativismo sindacale. Ci ricorderemo della Confindustria divaricata al suo interno tra marchionnisti e non, e questa divisione contribuirà ad affibbiare al manager della discordia l’aura del mito, che si ama o si odia, ma che resta mito, dimensione che è dato guadagnarsi soltanto a coloro che producono salti di paradigma nella storia dell’uomo e delle società.

Non ci ricorderemo, e non so se sia davvero un male, della politica. Non ci ricorderemo della sinistra, che si dimostrò ostaggio invisibile e subalterno di quelli che volevano la cosa sbagliata; non ci ricorderemo della destra, che se la cavò a buon mercato facendo fare ad altri il “lavoro sporco”, vinta dall’inerzia del suo populismo di sussistenza.

Per riformare il sistema di relazioni industriali Marchionne ha effettuato un opt out, è uscito cioè dal sistema stesso. Fuori da Confindustria, fuori dai contratti collettivi nazionali, fuori dallo stato di soggezione ai veti minoritari. Ma ha potuto permetterselo. Fiat è ormai una multinazionale che ricava altrove la gran parte del proprio fatturato, tra le prime aziende del Paese e con un potere negoziale interno molto forte. Si è potuta permettere la costituzione di una Newco a Pomigliano, che ieri ha stipulato un nuovo contratto coi dipendenti, e di una a Mirafiori, dopo aver eseguito uno spin off tra il settore auto e quello industriale. La rottura di Marchionne, che è l’epifania della globalizzazione, è uno shock esogeno che sta indicando la strada.

Ma quante altre aziende, in Italia, potrebbero permettersi, come Fiat, di virare verso scelte di produttività disciplinate in contratti aziendali e spezzare la logica dei veti sindacali delegittimando le componenti più reazionarie? Poche, forse nessuna. E ragionando in un’ottica sistemica, lo strappo di Fiat ha indicato una soluzione che però toccherà ad altri generalizzare. Si può fare in due modi: con una legge che disciplini per la prima volta il tema della rappresentatività sindacale, delle relazioni industriali e dell’efficacia dei contratti collettivi. Oppure con un accordo responsabile tra le parti in causa.

Se si sceglie la prima via, quella dell’intervento normativo, esistono in Parlamento due proposte serie e complementari che potrebbero tornare di utile considerazione, la prima a firma Ichino (PD) che incide sul codice civile , la seconda a firma Cazzola (PdL) che invece modificherebbe l’articolo 39 della Costituzione. Entrambe mirano al superamento della logica unanimistica che ha ispirato finora le relazioni tra sindacato e imprese. L’altra via, quella pattizia, ha un precedente nel Documento unitario su Rappresentanza e Democrazia sindacale del maggio 2008, saltato alla fine per il niet, guarda caso, della Cgil.

Qualche che sia la fonte della regolamentazione, è necessario dare una forma alla sostanza della rivoluzione di Marchionne. E nell’uno come nell’altro caso, temo che sia necessario un intervento, seppur sussidiario e minimale, della politica, che potrebbe guadagnarsi in extremis una dignità e un ruolo da coprotagonista.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

5 Responses to “Marchionne, da eccezione a regola”

  1. antonio g. scrive:

    La Marcia di Marchionne non è una rivoluzione, non è lo schema di relazioni industriali e sindacali che merita di aprire un nuovo secolo. Marchionne ha fatto la mossa del cavallo per liberarsi da lacci e incrostazioni ma non ha impresso una svolta moderna. Magari non gliene fregava niente di fare delle svolte, magari gli interessava di più andare dritto. Al suo obiettivo. Meno sindacato, meno sindacati, flessibilità massima del lavoro e promesse, solo promesse d’investimento senza impegni precisi sui livelli e sui tempi come pure sui livelli occupazionali nel medio periodo. Marchionne, e con lui i sindacati che ci sono stati, non hanno nemmeno esplorato la possibilità di seguire la strada tedesca. In Germania il sindacato partecipa alla governance e i lavoratori partecipano agli utili operativi, c’è una condivisione psicologica e materiale delle sorti delle aziende automobilistiche. In più, lassù hanno appena concordato condizioni di lavoro che offrono maggiore produttività con sacrificio dei lavoratori. Ma in via eccezionale e per un periodo concordato.Il contratto nazionale di lavoro rimane in vigore, sono permesse solo deroghe e per un periodo prevedibilmente limitato. Periodo in cui l’azienda si impegna a garantire i livelli di investimento e di occupazione parte dell’accordo.
    Questa è la mia lettura, al di là della Fiom e della sinistra bau bau.

  2. Pietro M. scrive:

    Il merito è anche del governo che ha fatto quello che dovrebbero fare tutti i governi: niente.

  3. enzo51 scrive:

    Non mi strapperei i capelli più di tanto!

    Che ben vengano i Marchionne di turno,tanto siamo ad un punto di non ritorno per la tenuta anche democratica di questo Paese!!

    E non vi saranno più alibi per nessuno e in special modo per un certo sindacalismo aduso a far sfrenare le piazze per scaricarne il potenziale distruttivo che qualsiasi massa porta con se.

    Chi incarna oggi il Potere ha paura: Berlusconi e la famigerata statuetta,Bonanni e il fumoso candelotto e,dulcis in fundo,sempre in questa analisi,la testa rotta di quel ministro greco che ha fatto il giro del mondo.

    Se chi comanda questa “Armata Brancamilioni” non si da una calmata e non interviene realmente a destrutturare per poi ristrutturare la società su basi più equamente sociali – rivolta giovanile docet – ( anche se falsamente indirizzata contro la riforma Gelmini) vedo rivoluzione,quella vera apocalittica e distruttiva, non soltanto quella culturale!

    Quei giovani erano anche figli di disoccupati,inoccupati ,cassaintegrati e mobilitati nonchè figli di lavoratori (sic!) prossimi a perderlo il lavoro!

    Scrivo dalla provincia di Salerno e spero che questo allarme dato da una “sentinella sul territorio” possa far comprendere la gravità e l’imminente pericolo che l’intera comunità ( se esiste ancora una comunità nel nostro Paese) andrebbe incontro qualora si assistesse a bizantinismi o,peggio ancora, a sindrome aventiniana sia dei Politici che di quanti hanno in mano le sorti e destini di noi poveracci e miserabili cittadini!

    In caso di sfascio istituzionale,non vi sarà sconto per nessuno!!

    Intanto illudiamoci che l’anno 2011 sia migliore del 2010!!!!

  4. Flipped scrive:

    eeeh, un eroe… uno che invece che puntare sulla qualità punta ad una guerra dei costi che non vinceremo mai, uno che scarica le colpe di decenni di amministrazioni indecenti e superpremi ad amici degli amici sui poveri cristi e su chi ha sovvenzionato a fondo perduto la sua bagnarola senza ricevere niente in cambio se non insulti, uno che (e questo è innegabile ed il nodo del problema) non ha fatto niente per l’immobilismo innovativistico della FIAT (esempio: motore elettrico???), uno che il marketing non sa neanche cosa sia, un “pioniere” dello sfruttamento più becero, ignorante ed arrogante, uno che sbandiera fiero quell’atteggiamento da signore padrone che il mondo civilizzato credeva di non dover più neanche sognare nei peggiori incubi, uno che andrebbe lasciato a pane e cipolle per 10 anni, così FORSE tornerebbe tra noi comuni mortali.

  5. inutile scrive:

    Oggi Marchionne ringrazia per il sostegno ricevuto, ecco un modo di aiutare l’industria Italiana senza finanziarla.
    Gli antiberlusconiani che si professano liberali, riusciranno a dire una parola di elogio o ancora una volta vincerà la cecità dell’odio?

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