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Finanziare Wikipedia è giusto. Ed è liberale

– Già da qualche tempo su Wikipedia campeggia l’appello del fondatore Jimmy Wales
per raccogliere fondi per il “progetto” che si sostiene esclusivamente attraverso contributi economici spontanei.

Chi scrive è tra quelli che hanno raccolto l’invito a versare una piccola cifra a Wikimedia Foundation perché ritiene Wikipedia non solamente uno strumento di consultazione fondamentale per i propri interessi, ma soprattutto un ottimo esempio della capacità del mercato di creare prodotti culturali di prim’ordine dal basso, sulla base di interazioni volontaristiche ed in assenza di una rigida pianificazione centrale.

Wikipedia è per molti versi una sfida al concetto dominante secondo cui la cultura e l’informazione debbano emanare dall’alto, cioè debbano essere promosse, finanziate, selezionate e bilanciate secondo un qualche disegno superiore. È una sfida ad una prospettiva che vede solamente una piccola élite autorizzata a determinare quanta cultura serve e quali cose sono degne di essere cultura perché più funzionali alla concezione del mondo che le è propria – politici, professori universitari, intellettuali “riconosciuti”, commissioni di “vigilanza”, etc.
Peraltro uno dei principali argomenti dei sostenitori dell’informazione “controllata” è che una supervisione centrale è necessaria per assicurare qualità, correttezza, equilibrio e pluralismo. È la tesi dei sostenitori dell’ordine dei giornalisti, della tv di Stato e della “par condicio”, e dei canali “istituzionali” di trasferimento della conoscenza (come la scuola e l’università pubbliche) – strumenti che dovrebbero evitare il rischio che si diffondano informazioni false, incomplete, di parte o comunque “sbagliate” secondo determinati criteri.

La prima domanda che ci si deve porre di fronte a questo tipo di atteggiamento è naturalmente “quis custodiet ipsos custodes”? Cioè come si fa ad evitare che proprio la supervisione centrale infici la correttezza e la completezza della conoscenza?
Nei fatti l’organizzazione aperta e cooperativa di Wikipedia sa rispondere adeguatamente ad esigenze di qualità e neutralità dell’informazione. Essa, infatti, non produce una mole di dati disordinata ed incontrollata, ma semplicemente prevede che il controllo sia decentrato, così come la redazione delle voci. Ogni entry è sottoposta al vaglio dell’intero pubblico di fruitori.
Non è infrequente che nascano delle contese su alcune voci, ma esse sono sempre risolte attraverso gli strumenti di “autogoverno” che il progetto offre. Spesso si procede per limature successive fino ad arrivare a formulazioni che possano essere considerate sufficientemente oggettive.

Il progetto di Wikipedia può essere visto come una prova dell’efficienza della raccolta e dell’aggregazione decentrate della conoscenza e di dinamiche di comunità basate solo sulla reputazione e non su gerarchie e vincoli formali.
In questo senso si pone in concorrenza non solamente con la cultura di Stato, ma anche con le enciclopedie tradizionali organizzate attorno ai concetti di pianificazione e di raccolta centralizzata dell’informazione, tanto che la rivista libertaria Reason si chiede – un po’ per scherzo e un poco no – se l’Encyclopaedia Britannica sia destinata a cedere di fronte a Wikipedia per le stesse ragioni per le quali l’Unione Sovietica è caduta di fronte all’Ovest.
Significative sono a questo proposito le parole dello stesso Jimmy Wales che chiama in causa addirittura la critica hayekiana alle economie pianificate:
“Il lavoro di Friedrich von Hayek sulla teoria dei prezzi è centrale per il mio modo di gestire il progetto Wikipedia. […] Non è possibile capire le mie idee su Wikipedia senza capire Hayek.”

Ma il modello Wikipedia è interessante anche perché testimonia delle potenzialità del mercato di offrire servizi gratuiti, persino più “gratuiti” dei servizi pubblici che lo sono solo apparentemente, ma che invece paghiamo forzatamente (e a caro prezzo) attraverso il prelievo fiscale.
Proviamo per un istante ad immaginare quanto sarebbe costata Wikipedia se fosse stata un progetto del Ministero della Pubblica Istruzione. Quanti impiegati statali sarebbero stati necessari per arrivare ad un prodotto del genere? Quanti dirigenti? Quante commissioni?

Meditiamo su quanto ci costa e su quanto ci rende ogni anno la “cultura di Stato”, quella che troppe volte ci viene spacciata come l’unica “cultura” possibile.
E chiediamoci invece se al confronto la cultura open-source e freeware non meriti almeno una donazione spontanea di qualche euro.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Finanziare Wikipedia è giusto. Ed è liberale”

  1. Sandro kensan scrive:

    Io il mercato non lo vedo in wikipedia che tra l’altro vuole rimanere senza pubblicità. Comunque sia WP ha raccolto 16 milioni di dollari dove ci sono pure i miei spiccioli. Complimenti ai wikipediani.

  2. Marco Faraci scrive:

    Per me mercato è tutto quanto scaturisce da interazione e scambi volontari in assenza di intervento statale. Non considero un elemento rilevante il fatto che ci sia o meno uno scopo di lucro.

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