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Fiat, ma non spelliamoci le mani

– Ora che è stato firmato l’accordo tra Fiat e sindacati (senza la Fiom-Cgil) sulla newco di Pomigliano, facciamo un respiro profondo e fermiamoci a riflettere sulle conseguenze. Quelle che ci sono e ci saranno, tangibili, e quelle che si limitano al piccolo recinto della politica declamatoria ed impotente.

Ci voleva, un simile accordo? Pensiamo di sì, serviva un cambio di passo ed una iniziativa di rottura che producesse un simbolismo, anche se la flessibilità gestionale in questo paese di mini e micro imprese è la silenziosa norma, lontano da riflettori ed editoriali, molto spesso con il concorso del sindacato. Il nuovo disegno della turnazione è ovviamente mirato a produrre un gradino all’insù nella curva della produttività del gruppo Fiat. Ma basterà? E l’aver messo all’angolo la sigla sindacale maggiormente rappresentativa nel gruppo torinese produrrà contraccolpi di varia intensità e natura, oggi non immediatamente prevedibili?

Si potrebbe obiettare che non c’è alcuna conventio ad excludendum, ma che è la Fiom ad essersi chiamata fuori, e questa sarebbe a grandi linee affermazione corretta. Tuttavia, quanti oggi strepitano contro il passatismo ed il conservatorismo dei metalmeccanici della Cgil forse ignorano che la Fiom ha stipulato e stipula in tutta Italia contratti aziendali anche fortemente innovativi ed assai poco ideologici. Ma certo tutto ciò che riguarda Fiat ricade nel regno del simbolismo, e forse il richiamo della foresta ha tradito tutte le parti in causa, Marchionne incluso.

Veniamo alla politica, che in queste ore si divide tra chi parla di “svolta storica” e chi si arrampica sui vetri per cercare di trovare la quadra di quel “ma anche” che consenta di non farsi tacciare di immobilismo al limite della decrepitezza ed al contempo difendere quella che resta l’anima ed il traino dell’elettorato storico della sinistra italiana. Ma è difficile non pensare che fosse compito della politica lavorare per dare compiuta attuazione al dettato dell’articolo 39 della Costituzione, da sempre inapplicato. Ovviamente, la cultura emergenziale scolpita nei cromosomi di questo paese e l’incapacità progettuale della nostra “classe verbale” hanno per l’ennesima volta avuto la meglio, ed oggi a destra assistiamo a corse e rincorse per intestarsi i meriti di quello che tutto appare tranne che un game changer certo.

In passato abbiamo più volte detto che la malattia italiana è una insufficiente produttività totale dei fattori, che è cosa diversa dalla semplice produttività del lavoro, ma è il mix sinergico di iniziativa imprenditoriale e di sistema-paese, che consente di guidare lo sviluppo. Credere che non aver più la Cgil tra i piedi durante la contrattazione collettiva possa coincidere col punto di svolta di un intero paese è alquanto naif. Che farà, ora che pare non aver più alibi, il condottiero Marchionne, nel caso i risultati (non di produttività ma di vendite) non arrivassero? Se promettete di non toglierci il saluto, vorremmo citarvi un passo dell’editoriale di oggi di Massimo Giannini su Repubblica. Dimenticatene l’autore, pensate di averlo trovato sulla spiaggia, dentro una bottiglia:

«Nessuno ha ancora capito di cosa parla l’azienda quando esalta, giustamente, la via obbligata del recupero di produttività. Con le condizioni pessime nelle quali versa il Sistema-Paese, c’è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l’anno? E’ vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia. Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all’innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all’incremento dei tempi di produzione»

Già. Fiat continua a perdere quote di mercato. Per Marchionne si tratta di una strategia deliberata di rinvio di nuovi modelli a tempi congiunturali migliori, ma credere alle fiabe è sempre più difficile, in questo mondo così aspro. Che accadrà se la nuova Fiat iperproduttiva, dopo aver riempito i piazzali, si troverà in affanno per quote di mercato cedenti quanto e più di oggi? E’ forse parte della “maledizione italiana” quel passare attraverso discontinuità credute “epocali” e risvegliarsi il giorno dopo, come se nulla fosse realmente accaduto.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

5 Responses to “Fiat, ma non spelliamoci le mani”

  1. E’ sempre musica assai piacevole e stimolante leggere ed approfondire le argomentazioni dell’Autore. Anche in questo caso mi trovo – e del tutto – ad essere completamente d’accordo con Lui. La crisi strutturale profonda di un sistema autarchico, nel quale e per la qual cosa FIAT fu “magna pars”, non si risolve coi pannicelli caldi dei 10 minuti e delle 80 ore. E che il sistema sia “paranoico” – scisso fra una faccia, emersa e mostrata statisticamente, sgovernata da rigidità e vincoli di ogni risma e grado ed una immersa la cui caratteristica di base è proprio la ricordata “flessibilità gestionale” delle pmi – costituisce un caso di studio a livello internazionale. Sappiamo bene tutti che la vera partita non è Pomigliano o Mirafiori ed un nuovo nodello di relazioni sindacali, ma il percorso di uscita del gruppo FIAT dall’Italia, percepita ormai come un inutile fardello, da farsi in modo quanto più veloce e meno “doloroso” possibile da parte della proprietà. Certo gli azionisti FIAT non perderebbero se l’azienda costituisse il conferimento in Crysler e la conquista definitiva di una internazionalizzazione basata su mercati certo molto più interessanti del nostro. Basti riflettere a come Cina ed India siano logisticamente più vicini a Seattle ed ai porti californiani di quanto non lo siano Genova e Gioia Tauro. Ed il mercato russo è certo più vicino alla Polonia ed alla Serbia. La “politica” come per il suo solito dà di sé l’immagine del nano roboante ed inconcludente che è. Ma fa danni e molti.

  2. Dan scrive:

    Stavolta non concordo pienamente con Seminerio.. Anche perche’ conosco un’azienda italiana che ha livelli di produttività giapponesi, che macina utili e aumenta quote di mercato.. E si chiama Fiat in Brasile, Polonia e resto del mondo. Marchionne si e’ trovato un’azienda che produce con 5 stabilimenti in Italia , le stesse auto che produce con 1 in Polonia (e con un quinto degli addetti); dato che gli investimenti negli impianti sono costosissimi ed il costo del lavoro degli operai impatta meno del 15% (inclusi gli oneri riflessi), Marchionne cerca di avere le condizioni per sfruttare al 90% gli impianti, senza dover interrompere la produzione per scioperi senza senza senso (o partite del Napoli in casa..). Mi sembra tutto abbastanza sensato e normale nel 2010..

  3. Roberto A scrive:

    mi pare che ancora non si sia centrato il punto:se l’accordo con Fiat si fermasse alla riduzione delle pause di 10 minuti,alla turnazione e all’aumento delle ore di straordinario comandate da 40 a 120 la Fiom avrebbe firmato…quello che non va giu’ alla Fiom sono le clausole per evitare scioperi o comunque sanzionarli riguardo all’accordo e a tutte le sue parti,la non rappresentatività in caso di non firma e le clausole sull’assenteismo.Io addirittura ridurrei le preoccupazione della Fiom alla rappresentanza e alla clausola sullo sciopero…questo interessa alla Fiom…il potere e la possibilità del conflitto permanente…

  4. Mario Seminerio scrive:

    La sorprenderà, ma il punto è molto chiaro, e riguarda la rappresentatività, di cui gli scioperi sono parte, all’interno di una regolamentazione della materia. A maggior ragione serviva un’azione di impulso politico per dare attuazione all’articolo 39 della costituzione. Altro cosa: attenzione alle immagini un po’ macchiettistiche della Fiom. Che è pur sempre il sindacato che ha firmato i 17 turni a Melfi, nel 2005, e che all’Elsag di Genova ha accettato lo straordinario a fine turno, e che a Mirafiori nel 2007 ha firmato con l’azienda le nuove modalità di misurazione ergonomica della prestazione lavorativa. Pensare che i mali italiani passino tutti per la Fiom può essere rassicurante, ma la realtà è più complessa. Poi, a me pare piuttosto bizzarro (per non dire altro) che l’azienda decida di non pagare i primi tre giorni di malattia “se il tasso di assenteismo non scende sotto il 3 per cento”. Penso che sia ampiamente sfidabile in sede giudiziaria.

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