Un positivo salto di paradigma per le relazioni industriali. Ora la sfida è fare buone auto

– La “fuga in avanti” della Fiat di Marchionne ha una conseguenza chiara: invecchia il sistema delle rappresentanze, sia sindacali che datoriali, determinando un salto di paradigma potenzialmente molto positivo per le relazioni industriali italiane. Si dice: la politica latita e le parti sociali fanno da sé. Ho sempre pensato che il governo e la politica non debbano interferire direttamente con quanto avviene nelle relazioni industriali. Il loro compito sarebbe semmai quello di fissare con una legge sulla rappresentanza, da troppo tempo attesa, un perimetro (ampio) di regole e di diritti, lasciando a sindacati e organizzazioni datoriali – e sempre di più a rappresentanti sindacali e singole imprese – la libertà e la responsabilità di determinare in autonomia le condizioni contrattuali.

Governo e politica continuano ad essere colpevolmente assenti sul fronte del welfare: abbiamo un sistema di diritti e tutele inadeguato alla realtà economica e sociale di oggi e certamente anacronistico rispetto ad un modello di relazioni industriali comunque in via di cambiamento. La cassa integrazione straordinaria – per fare l’esempio più eclatante – ha fatto per molti decenni da instrumentum regni della politica nei rapporti tra le parti sociali, inefficiente e discrezionale, che ha contribuito ad una concentrazione di risorse pubbliche a favore delle realtà industriali più grandi (a volte solo simbolicamente) e appunto più sindacalizzate, lasciando milioni di lavoratori privi di ogni forma di tutela e sostegno al reddito, in caso di disoccupazione. E oggi, con un mercato del lavoro attraversato da una profonda frattura (anche generazionale e di genere) di natura regolatoria e fiscale, il peso di questo squilibrio welfaristico si è fatto insopportabile ed iniquo. C’è chi ha parlato di apertheid, non a sproposito.

Tornando alla questione Fiat, in molti hanno notato come la “rivoluzione Marchionne” sia avvenuta a legislazione invariata: l’accordo tra il Lingotto e i sindacati applica alla lettera il dettato dell’Articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dal referendum del 1995, secondo il quale hanno diritto di rappresentanza in azienda solo i sindacati firmatari di almeno un contratto collettivo adottato nell’azienda stessa. Il merito di Marchionne è stato quello di chiedere ciò che nessuno aveva “osato” chiedere prima, nemmeno le multinazionali straniere presenti in Italia: il superamento dello schema concertativo del protocollo Ciampi del 1993 e la stretta osservanza della legge. Difficile credere che Mirafiori resti un caso isolato: aperto un sentiero, è probabile che molti proveranno ad imboccarlo. Se una parte del sindacato di categoria ha saputo essere “riformatore”, sottoscrivendo l’accordo, ad uscire sconfitti dalla vicenda sono il sindacato confederale e Confindustria, il cui ruolo di centro di rappresentanza universale degli interessi datoriali viene messo in discussione (e non potrebbe essere altrimenti).

Tutto ciò detto, è opportuno dare alla questione il valore che le spetta: nel settore auto il costo del lavoro copre il 7-8 per cento dei costi totali, non di più. Se fosse stata una componente determinante, inutile illudersi, l’Europa occidentale non avrebbe prodotto che poche macchine, la Fiat non avrebbe lanciato il suo piano d’investimento e le compagnie tedesche avrebbero smesso di produrre in patria. Se ciò non avviene, la ragione è semplice: più che la manodopera, valgono la tecnologia e il design, il know how e la capacità di “fiutare” (e a volte creare) il mercato. Conta la capacità della politica di rendere l’ambiente produttivo sufficientemente aperto, di valorizzare il capitale umano, di investire in infrastrutture. Ed è importante, soprattutto, che il management faccia bene il proprio mestiere. Vinta la partita “politica”, di fronte a Marchionne resta la sfida più importante, l’unica che conta: offrire buone automobili al mercato globale.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “Un positivo salto di paradigma per le relazioni industriali. Ora la sfida è fare buone auto”

  1. Lucia scrive:

    Chiedo scusa per l’intromissione in un campo che non conosco, quello economico: forse conta qualcosa il fatto che Sergio Marchionne sia laureato in Filosofia e non in Economia e Commercio o simili, che abbia studiato molto Cartesio e poco Hayek, forse avere portato per prima cosa i suoi Manager a vedere come si costruisce un’automobile in fabbrica é il portato della sua formazione, oltre che della sua esperienza. Certo Cartesio c’entra poco con la produzione delle auto, ma confrontarsi con il suo metodo forse serve ancora, e potrebbe essere uno spunto di riflessione anche per le matricole, che dovrebbero affiancare Cartesio a Schumpeter.
    Chiedo scusa per avere fatto pascolo abusivo. Grazie.

  2. luigi zoppoli scrive:

    tra la data di firma degli accordi di Pomigliano e Mirafiori e la data di inizio della produzione degli impianti, corre più di un anno. La mia sensazione è che l’operato di Marchionne abbia contenuto politico nel senso di indurre Governo, Confindstria e sindacati FIOM e CGIL compresa ad occuparsi del problema della rappresentanza.
    Dell’articolo apprezzo poi la parte finale: fare buone auto. E’ una bella differenza rispetto a chi strmentalmente raffronta FIAT con Volkswagen non solo pretendendo che FIAT non usi il medesimo tipo di relazioni industriali di Volkswagen ma non tenendo conto della situazione attuale di una FAT che, finalmente e grazie a marchionne, sta ricominciando a fare l’Azienda.

  3. Italo scrive:

    L’operazione messa a punto da Marchionne, d’intesa con il governo e i due sindacati firmatari degli accordi, ha il solo pregio di essere innovativa, in un paese che da troppo tempo non vede novità nel campo delle relazioni industriali. Ma l’innovatività deve contenere qualche elemento di progresso e sotto questo profilo la stessa operazione mostra una serie di difetti che ne vanificano di gran lunga l’unico pregio. Provo a spiegare e mi scuso da subito per l’eccessiva semplificazione.
    Marchionne ha utilizzato lo strumento del ricatto per convincere gli operai ad accettare un accordo che ne limitasse i diritti. Il ricatto suonava così: se non si accetta l’accordo, si investirà altrove. La conseguenza sarebbe stata la perdita del posto di lavoro.
    Da liberale convinto, credo che lo schema di ragionamento sopra descritto non faccia una piega; se un imprenditore non ritiene remunerativo un investimento in un luogo, deve poter scegliere di investire dove il profitto è per lui maggiore. Se è vero che M ha studiato filosofia saprà sicuramente che questo sillogismo (se così possiamo definirlo) è falso.
    Infatti, la premessa fondamentale consiste nel fatto che l’imprenditore sia un privato, cioè che investa esclusivamente capitali propri o di altri privati, ma non pubblici. E questo è il vulnus di tutto l’impianto. Il nostro sistema ha erogato solo nell’ultimo anno più di un miliardo di ore in cassa integrazione, consentendo all’azienda più importante del Paese di mantenere “al caldo” la propria forza lavoro anche a spese dei contribuenti, mentre i vertici trattavano accordi e acquisizioni a livello mondiale, aprendo la strada ad un rialzo nei prezzi delle proprie azioni e delle stock options per i propri manager (compreso M che, se le notizie riportate da un importante quotidiano sono vere, pare abbia guadagnato da questa operazione qualcosa come 100 milioni di euro). Un’azienda che usufruisce in questo modo di fondi pubblici non dovrebbe avere la possibilità di tornare in attività costringendo i lavoratori ad accettare restrizioni di alcun tipo, perchè la sua forza contrattuale deriva in parte da un intervento statale, d’accordo con le parti sociali.
    E qui viene la politica. Ovvero, la non-politica adottata dal governo, il quale ha sicuramente messo in conto che se M dovesse fare scuola (cosa assai probabile) si assisterebbe ad una polverizzazione del sistema contrattuale, con la conseguenza di una netta riduzione dei diritti dei lavoratori, i quali continueranno, insieme a tutti noi, a contribuire al sostegno dell’azienda nei momenti difficili, senza poter beneficiare di guadagni extra quando le cose vanno bene.
    Mi scuso per la prolissità.

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