di CARMELO PALMA – da il Secolo d’Italia del 29 dicembre 2010, pubblicato con il titolo originale “Eppure Fini è in linea con i partiti europei” –

Ci saranno pure i “grumi di sospetto”, come scrive il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, parlando alla nuora Casini perché la suocera Fini intenda e ammorbidisca la dichiarata riluttanza ad accettare il menù di “valori”, che passa il convento di oltre-Tevere. Ci sarà pure un’antica diffidenza per un leader di destra che preferisce alla posizione (cattolica) la persuasione (laica) e fin dal 2004, quando era dominus incontrastato di An, si era, per così dire, iscritto alla minoranza, sostenendo tre dei quattro referendum sulla fecondazione assistita promossi dai radicali. Nondimeno l’idea che al Polo della Nazione possa aggiungersi il corpo, ma non la testa del partito “finiano”, con tutti gli annessi e i connessi “biopolitici”, più che un wishful thinking, appare una pretesa irragionevole.

Per altro, anche da questa parte del Tevere, in senso geografico e politico, non mancano sospetti e riserve per il contributo offerto – pro bono e pro Cav. – dalla Segreteria di Stato vaticana nelle convulse fasi che hanno accompagnato il voto sulla mozione di sfiducia alla Camera. Ne abbiamo di ancora più robuste – per ragioni di verità, se non di appartenenza – sulla legittimazione di Berlusconi come araldo della rinascita cattolica. Non ci sono sfuggiti gli sforzi di “contestualizzazione” che autorevoli monsignori hanno riservato alle intemperanze del Cav.

La rappresentazione della politica italiana sembra seguire il copione delle commedie scollacciate degli anni ’70. Gli ingredienti ci sono tutti: i prelati imbarazzati e interessati, i puttanieri double-face, moralisti fuori e dissoluti dentro, le donnine discinte e disastrate, inseguite dalla sfortuna e dalle attenzioni di vecchi malvissuti.

Al di là di questo – che è un “di più”, ma dà una misura esatta della tempra degli eserciti in campo – ai sospetti di Tarquinio e a quelli, uguali e contrari, di quanti, per il bene della Repubblica e della Chiesa (secondo la formula di Giovanni Spadolini) vorrebbero un “Tevere più largo”, bisognerebbe offrire un terreno comune di verifica, se non di compromesso. Non è detto che si debbano fare gli stessi discorsi, ma si deve almeno condividere la stessa “etica del discorso”, per dare conto delle rispettive ragioni.

Non è neppure detto che ci si debba accordare – ci si può civilmente “disaccordare”, senza che i più indichino ai meno la via della porta –, ma non si può barare. Una discussione onesta è oggi vitale per il Polo della Nazione, che rischia di bruciarsi prematuramente nei cortocircuiti valoriali, ma è essenziale per la politica italiana che sui temi eticamente sensibili non può rassegnarsi a biascicare i paternostri e a snocciolare le verità “bignamizzate” dai fanatici della “non negoziabilità”.

Sui principali temi “sensibili” – quelli che riguardano la morale sessuale, il diritto di famiglia, l’etica medica e scientifica – la cifra della riflessione bioetica è da sempre storica e non dogmatica. Gli stessi “valori” non fanno sempre la stessa “politica”. Negli ultimi anni, è stata molto valorizzata – e a ragione – la diffidenza del progressista Habermas verso un’ingegneria bio-genetica capace di sostituire al “caso” naturale il “progetto” scientifico e di programmare l’umanità vivente, privandola della sua libertà morale. Si può, allo stesso modo, riconoscere alla Chiesa di avere per buona parte accettato la rivoluzione “femminista” dell’istituto familiare e, dopo durissime resistenze, la piena parificazione giuridica dei figli legittimi e di quelli naturali, che per secoli aveva ritenuto minacciasse l’unità della famiglia.

Si potrebbe continuare, da una parte e dall’altra, con numerosi esempi. Ma abbiamo reso l’idea. E tanto dovrebbe bastare per sgombrare il campo dall’illusione di una bioetica facile e, per così dire, automatica, per cui il diritto della vita dovrebbe limitarsi a rispecchiare l’ordine del “diritto naturale”, in un senso apparentemente privo di connotati storici e culturali. I valori non stanno alle norme, come gli stampi alle ciambelle.

Guardando alla realtà delle cose, e non alla loro rappresentazione ideologica, si può inoltre sostenere, come se si enunciasse una regola aurea della politica, che le posizioni “corrette” sui temi bioetici sono destinate, imprescindibilmente, a condizionare le alleanze e le scelte politico-elettorali di un partito d’ispirazione cristiana? In Italia, la storia della DC sembra avere dimostrato l’esatto contrario. Ma è, per certi versi, una storia troppo remota e viziata dalla congiuntura storica, che avrebbe comunque impedito al “partito di sistema” di abdicare al proprio ruolo di governo e di rinnegare gli alleati laico-socialisti, responsabili, in accordo coi comunisti, delle riforme sul divorzio e sull’aborto.

Eppure, anche guardando all’oggi, in quale paese dell’Occidente avanzato un partito d’ispirazione cristiana ha rovesciato il tavolo delle alleanze, richiamando la “sfida antropologica” di Benedetto XVI? In quale partito cristiano l’adesione alla dottrina ufficiale della Chiesa sui valori bioetici costituisce un imprescindibile fondamento identitario? Ma soprattutto, in quale paese europeo i “partiti cristiani” esibiscono una piattaforma biopolitica così estremistica e non negoziabile? La risposta è sempre la stessa: in nessuno.

In Europa, sui Pacs, sul testamento biologico, sulla fecondazione assistita e sulla ricerca scientifica, i partiti conservatori, dentro e fuori dal PPE, sostengono tesi uguali o simili a quelle che in Italia hanno guadagnato a Fini la patente di “laicista”. Eppure, il Presidente della Camera non ha fatto altro che spiegare di “non avere il dono della fede”, esprimere comprensione per la situazione drammatica in cui venne a trovarsi Beppino Englaro e formulare posizioni contrarie allo stato etico e a favore di una laicità positiva. Posizioni in perfetta linea con il PPE e con uomini politici come Sarkozy. Ecco, della realtà storica e politica di questa eccezione italiana – che la si giudichi provvidenziale o provinciale – occorre onestamente prendere atto, anche all’interno del Polo della Nazione.