– da Il Secolo d’Italia del 28 dicembre 2010, pubblicato con il titolo originale “I nostri teocon nascondono la testa sotto la sabbia”

Nel giorno di Natale, le parole rivolte da Benedetto XVI ai cattolici cinesi e le reazioni del regime di Pechino – che ha oscurato il canale della BBC che trasmetteva in diretta il messaggio urbi et orbi – hanno reso il senso drammatico e vivo della sfida, a cui le democrazie sono chiamate per salvaguardare in tutto il mondo la libertà religiosa. Di questa libertà le minoranze cristiane, cattoliche e protestanti, rappresentano i testimoni inermi e sempre più spesso i martiri, vittime di regimi teocratici e terroristi fanatici, oppure, come avviene in Cina e nel sud est asiatico, di una “politica religiosa” non più ateistica, ma statolatrica, che non reprime, ma nazionalizza e subordina politicamente le organizzazioni ecclesiali.

Gli episodi che la cronaca internazionale sottopone ogni giorno agli occhi – invero disattenti – della politica italiana e che il realismo cinico della nostra (e, spesso, della altrui) diplomazia interpreta secondo criteri molto condiscendenti descrivono la vera natura della “questione religiosa” contemporanea. Che non è quella della conciliazione tra diritto e “verità” e tra la dimensione pubblica della fede e la natura pubblica dello Stato, ma dell’affermazione della libertà di culto e di fede come libertà “politica” fondamentale.

Ammettere che ovunque nel mondo la libertà vada primariamente intesa come “libertà di credere” e di testimoniare pubblicamente la propria fede non rappresenta un cedimento, ma un antidoto al confessionalismo politico. Anzi, occorre sinceramente riconoscere che la principale sfida “laica”, in una prospettiva geopolitica, è quella di affrancare le minoranze religiose dalla cattività civile e difenderle dalla discriminazione e dalla persecuzione legale.

Di questa consapevolezza – per quante riserve si possano avere verso il pensiero neocon – era profondamente nutrito quell’internazionalismo conservatore che ha reagito alla sfida terrorista dell’11 settembre, riscoprendo il legame “genetico” tra sicurezza internazionale e diffusione della libertà politica. Di un’identica o analoga consapevolezza sembra invece priva la nostra diplomazia teocon, a partire dal Ministro Frattini, che si dimostra tanto disponibile ad impegnarsi sui temi biopolitici, quanto riluttante a compromettersi su quelli geo-politici, al punto di giustificare il boicottaggio cinese alla cerimonia del Nobel per il dissidente cristiano Liu Xiabo con parole insolitamente comprensive: “Non è compito dell’Occidente puntare il dito contro Pechino”.

I teocon governativi ritengono doveroso pretendere il rispetto del cristianesimo come “religione morale” dell’Occidente secolarizzato, ma non esigere – con uguale intransigenza – il rispetto della libertà di culto delle minoranze cristiane, laddove il cristianesimo non è tradizione, ma una forma di apostasia o di resistenza alle pretese di regimi politici totalitari.

Questa paradossale ambivalenza non costituisce però un tratto personale del titolare della Farnesina, ma un connotato culturale del centro-destra berlusconiano, che – sensibile a molte delle “voci di dentro” della curia romana – intende la difesa della Chiesa e delle radicali cristiane dell’Europa come una variante moderna e temperata del principio del cuis regio, eius religio.  Un approccio “culturalistico” alla fede e alla tradizione cristiana, oltre a relativizzarne il messaggio, come temono i credenti più diffidenti verso un nuovo partito cattolico, disarma la lotta di quanti – credendo o meno nella verità che il Vangelo annuncia –  credono che la libertà civile degli uomini sia “indivisibile” dalla loro libertà religiosa.

Alle norme troppo permissive sui temi bioetici viene opposta la non negoziabilità del “diritto naturale”, mentre alle offese più sanguinose alla libertà religiosa viene riservata una valutazione prudentemente relativistica. La radicale bio-politicizzazione dell’etica politica e l’identificazione della libertà religiosa con la fede e con le sue verità morali ha trascinato il centrodestra italiano ad un anacronistico fanatismo sui temi della morale sessuale e familiare e dell’etica medica, ma lo ha anche consegnato ad un imbarazzante agnosticismo politico sul tema delle libertà politiche fondamentali.

Così il centro-destra italiano non accetta alcun compromesso con l’Europa “scristianizzata” di Zapatero, ma è disposto a stringerne di ben più disonorevoli con la Cina di Hu Jintao e con la sua Chiesa “patriottica”. Che sui temi della libertà religiosa a contare (politicamente) debba essere più il sostantivo che l’aggettivo, più la libertà “civile” che la sua natura “religiosa”, non sembra persuadere i nostri teo-con e forse neppure molti principi della Chiesa, a cui suscitano più scandalo i “laicisti” di Madrid che i comunisti di Pechino.