Tutta la verità sulla riforma Gelmini

di DIEGO MENEGON – L’approvazione ieri in Senato della legge Gelmini sull’università dovrebbe aver posto la parola fine ai tumulti sessantottini che hanno agitato la capitale nei giorni scorsi. Chiamarla riforma può risultare iperbolico, così come è ingiusto scorgere tra le disposizioni che la compongono la condanna di un futuro altrimenti roseo e prospero dei giovani, il furto delle loro speranze in questo paese.

La legge Gelmini non rivoluziona il mondo dell’istruzione universitaria. Si limita a mitigare i sintomi di un sistema malato. L’arte del possibile può partorire solamente soluzioni di questo tipo, utili a tamponare le ferite, quando mancano i presupposti per vere riforme strutturali.
Purtroppo l’attenzione catturata dai manifestanti e dai contestatori non è servita a veicolare proposte ardite di miglioramento dell’università. Le facili lagne sui tagli ignorano che la spesa per l’università dal 1997 al 2006 (l’ultima ricerca risale al 2007) è aumentata di circa il 30% ed è passata dallo 0,7 allo 0,83% del Pil. E al di là della vuota retorica che ha contornato molte delle affermazioni rivolte, le poche affermazioni di senso compiuto sentite in queste settimane evidenziano come – pur essendo viva la coscienza che qualcosa non va in un’università che porta dritta a tassi di disoccupazione elevati e stipendi da precari da 1000 euro al mese – sia forte la tendenza a scambiare le soluzioni per i mali e i mali per le soluzioni.

Il servizio di formazione universitaria è stretto tra due forme estremamente invasive di intervento pubblico. Dal lato dell’offerta, la maggior parte delle università sono in mano alla gestione pubblica, finanziata per due terzi con risorse annualmente stanziate da enti pubblici: le rette pagate dagli studenti contribuiscono solo nella misura dell’8% al totale delle entrate registrate dalle università statali.
Dal lato opposto, la domanda è drogata dal riconoscimento del valore legale del titolo di studio: più che il valore intrinseco della formazione acquisita, a contare, in fin dei conti, è il passepartout che consente la partecipazione a concorsi pubblici e l’accesso agli ordini professionali, che richiedono esattamente quel pezzo di carta per l’esercizio di una professione. Il convergere di questi due fattori ha come conseguenza il delinearsi di una gestione accademica poco oculata nella spesa (in fondo, di soldi pubblici si tratta!), più incline a servire le logiche interne di chi vi lavora (le spese per il personale ammontano a circa la metà delle uscite e all’80-90% dei fondi erogati dallo Stato) piuttosto che delle esigenze e della funzionalità del mondo del lavoro. Dopotutto, gli studenti si iscrivono per pochi soldi, vogliono studiare poco o comunque inseguire i moti dell’animo, e per il futuro confidano solo nelle chance del pezzo di carta invece che nelle loro personali capacità. Da qui le varie parentopoli, i dissesti finanziari, la proliferazione di corsi, facoltà e sedi, la distanza tra l’offerta di lavoro e le competenze realmente acquisite.

Ricostruire il dialogo può servire forse a sovvertire la cultura che pare dominare nelle piazze. L’abolizione del valore legale del titolo di studio costringerebbe infatti le università a vendere formazione, anziché titoli, e adeguerebbe da sé i meccanismi di selezione del personale interno in base a criteri meritocratici. Una drastica riduzione delle sovvenzioni pubbliche dirette e la liberalizzazione delle rette porterebbe le università ad instaurare rapporti più stretti con il mondo delle imprese e ad inseguire le istanze degli studenti che dovendo pagare di tasca propria verrebbero responsabilizzati nella scelta del percorso di studio e dell’ateneo. Un sistema di borse di studio universale, capace di coprire la quasi totalità delle spese sostenute dagli studenti meritevoli garantirebbe comunque il diritto allo studio a chi ne sa far buon uso, a prescindere dall’estrazione sociale.

La legge prevede stanziamenti proporzionati ai risultati in termini di efficienza, premialità per i docenti più capaci, abilitazione nazionale per gli aspiranti professori. Sono tutti tentativi lodevoli di introdurre strumenti di meritocrazia nel sistema. Ciò che se ne può cavare dipende in larga misura dalla loro corretta applicazione pratica. Se lo spirito lassista ed egalitarista ispirerà l’attuazione delle misure previste, ogni proposito sarà vanificato. In ogni caso qualsiasi criterio verrà applicato conterrà in nuce una dose insopprimibile di arbitrarietà, inesattezza, da cui solo il libero mercato può essere immune.

La misura anti-parentopoli è in linea di principio illiberale: perché vietare ad un bravissimo ragazzo l’assegnazione di una cattedra per il solo fatto di essere parente di un professore che già insegna in quell’ateneo, magari una materia diversa? Magari tra i due parenti c’è l’astio provocato da una questione di eredità e, dei due, il professore già insediato godrà della sventura altrui. D’altro canto una misura del genere può dare i suoi frutti e risultare utile a contrastare un fenomeno riprovevole come quello della colonizzazione antimeritocratica dei dipartimenti da parte di interi rami genealogici. In molti casi, sarà comunque raggirata dalla solidarietà che può legare due docenti di università diverse, pronti a scambiarsi i favori e ad accogliere i reciproci familiari nel proprio ateneo.
Questo almeno finché potranno vendere pezzi di carta e giovarsi di canali di finanziamento che non hanno alcun nesso con la bontà del servizio offerto agli studenti.
Infine, la polemica qui e lì sollevata dal timore di veder crescere l’apporto finanziario del settore privato ha dell’inverosimile: un sistema universitario che spreca e produce disoccupati ha bisogno come il pane della partecipazione delle imprese, sia nella gestione che nel finanziamento degli atenei.

A conti fatti, in un clima reso rovente da contestatori a difesa dello status quo ed entusiasmi riformatori che si risolvono in poco più che misure di facciata, per avere veri cambiamenti dell’università non resta che attendere tempi migliori.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

7 Responses to “Tutta la verità sulla riforma Gelmini”

  1. Patrizia Tosini scrive:

    Concordo pienamente con tutte le considerazioni di Menegon: in particolare sul fatto che in Italia, purtroppo, iniziative sulla carta lodevoli e potenzialmente migliorative, vengono quasi sempre distorte dall’applicazione che ne se fa, per colpa di endemici malcostumi di nepotismi e favoritismi assortiti.
    Quindi anche la riforma Gelmini non è la migliore riforma possibile, ma mi pare che non stravolga molto un sistema profondamente malato. Certo, il nuovo sistema concorsuale è teoricamente migliore dell’attuale, ma la classe accademica italiana saprà sottrarsi alle logiche clientelari che la regolano da decenni ? Inoltre, la presenza di esterni nel Consiglio di Amministrazione, uno dei punti più contestati della riforma dal mondo universitario è, a mio avviso, in questo scenario, un dato neutro: il suo apporto positivo o meno dipenderà dal sistema di elezione e di scelta di tali membri e dalla loro reale indipendenza nella governance dell’ateneo.

  2. Non v’è dubbio alcuno che l’analisi di Menegon vada al cuore del problema: il valore legale del titolo di studio. Relitto di medioevo corporativo e di stato (supposto) etico inquina tutto il sistema formativo e impedisce anche un cambiamento profondo,strutturale sia della presenza e della macchina pubblica che su di esso è sostanziata sia dell’esercizio d’impresa professionale.
    Il Berlusconi (o si dovrebbe dire Martino) del 1994 fece sognare molti, l’attuale, preso nelle spire soffocanti e venefiche delle procure e dei giuochini democristiani dentro e fuori il suo rassemblement non penso che possa molto operare se non qualche, per altro buona, pezza a colore come la “riforma” Gelmini.
    E’ doloroso quando le “idee” si perdono e si vanificano nella pochezza delle “persone”. Omnia munda mundis, ovviamente…..

  3. luigi zoppoli scrive:

    Mi auguro che prima o poi si possa fare una analisi del ì68 senza ideologie. Ma questo è altro discorso. Molto intellettualmente oneste le considerazioni iniziali. E’ certamente vero che mancano le condizioni per realizzare riforme avvero incisive ma l’emergenza politica è esattamente questa. Non servono piccoli aggiustamenti ma riforme profonde, quelle che secondo la metalità corrente sarebbero rivoluzioni. Ed invece ci vengono propinate minestrine inutili come la legge per il rientro dei cervelli, tanto demagogica quanto inutile. Che sia bipartizan sta solo a signufucare che bipartizan è anche l’inadeguatezza.

  4. Francesca scrive:

    Concordo con molta parte del testo…C’è solo una piccola frase che proprio non digerisco….”Dopotutto, gli studenti si iscrivono per pochi soldi, vogliono studiare poco”….Pochi soldi io non ne spendo….Pago in totale 1200 euro di rate l’anno moltiplicati per 2 ,in quanto anche mio fratello minore è studente universitario…Poi aggiungici 500 euro di libri l’anno ,sempre moltiplicati per 2….Oltre a questo l’abbonamento del tren0 50 euro al mese sempre per 2….Anche escludendo i pasti fuori 5 giorni su 7…E siamo gia sui 4000 euro all’anno….Ora mio padre ha uno stipendio di 1600 euro E’ vero non è molto il costo in se ma èper noi è uno sforzo enorme.Così riusciamo a permettercela tirata…io lavoro per aiutare e gravare meno sulla mia famiglia…Lavorare (anche solo 3 giorni a settimana) ovviamente implica che ,se non vuoi perdere il lavoro non hai la minima facoltà di scegliere nè giorni nè orari lavorativi…Questo vuol dire ,che non c’e niente che tenga…se tu devi lavorare fino alle 2 di notte e il giorno dopo devi dare procedura civile, non interessa nulla a nessuno ..non ti mandano a casa prima stai li zitto e speri che non aver dormito non comprometta l’esito dell’esame…e che nessuno venga a citarmi norme sugli studenti lavoratori , le solite solfe da illusi…1)se sei in regola devi ritenerti veramente fortunato 2)se sei in regola devi dichiararlo nell’isee e dunque ti aumentano le tasse e sei al punto di partenza 3) L’unica volta che ho esibito il mio certificato la risposta è stata “E lei crede di riuscire a laurearsi in legge lavorando, o si studia o si lavora” (a distanza di anni:Mi laureo con un anno di ritardo ma mi laureo grandissima faccia di cu…)Dunque non andate a generalizzare dicendo che se uno ha la media bassa è perche non ha voglia di studiare…certo esistono università che regalano i voti , ma dove studio io è comunissimo che gente che studi mesi venga bocciata a passi con 18 , o che faccia 1 o 2 anni di ritardo ma da questo a dire che gli studenti hanno poca voglia di fare ne passa sinceramente..Bisognerebbe pesare di più le parole secondo me…

  5. Non si fa qualità senza l’abolizione legale del titolo di studio, accompagnata dalla liberalizzazione delle tasse universitarie: oggi lo studente scambia basso costo per bassa qualità, pur di avere “il pezzo di carta”. Il costo del sistema universitario grava quasi del tutto sulla fiscalità generale, quindi in prevalenza sul reddito fisso. Occorre finanziare gli studenti non le inefficienze delle università, che però vanno messe in condizione di competere sul mercato. Spostare la contribuzione statale dagli atenei agli studenti (meno presalario, finanziamento a perdere, più prestito d’onore, da rimborsare nel corso della vita lavorativa), borse di studio solo per gli studenti indigenti e meritevoli, che andranno a scegliere l’università che ha i migliori professori e offre formazione di qualità: spariranno in breve tutti quei decentramenti non sostenuti da una logica economico/formativa reale, subito dopo spariranno i diplomifici. Si otterrà così l’effetto ultimo di ridurre le università ad un numero fisiologico.

  6. Caro Menegon, non faccia l’ideologo: le università _vendono_ formazione, e quello che serve è un serio controllo di qualità – interno ed esterno – sui livelli formativi.

    Lasci da parte la questione risibile e ideologica del “valore legale del titolo di studio”, che esiste dappertutto.

    Sulle rette, ricordo che in tutta la Scandinavia il costo dell’istruzione a tutti i livelli (incluso per le Università) è di Zero per lo studente frequentante. Tuttavia la qualità di quell’istruzione, e di quelle istituzioni, è generalmente ritenuta molto buona. A Libertiamo darà anche fastidio, ma ai cittadini scandinavi no di certo.

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