Libertiamo.it è uno spazio aperto di dibattito politico. Per amore di confronto, perciò, ospitiamo questa riflessione su Berlusconi e lo scenario politico post fiducia alternativa alla linea editoriale del webmagazine.

Vorremmo provare ad interloquire con gli altri sulla questione posta da “Libertiamo” all’indomani della fiducia incassata dal (o, meglio, della mancata sfiducia al) governo Berlusconi del 14 dicembre. Che succede dopo, cioè ora? Le previsioni, in genere, sono difficili, in politica sono pressoché impossibili. Ciononostante, si può dire con una certa sicurezza che dopo Berlusconi c’è ancora Berlusconi. A suggerirlo non è una raffinata analisi politologica, ma la constatazione, si direbbe empirica, della mancanza di un’alternativa convincente. Lo si capiva benissimo anche prima del voto di (s)fiducia, ma ora lo si capisce anche meglio. Per fare un esempio, prima del 14, lo aveva capito benissimo Francesco Piccolo, che, su “L’Unità” del 12 dicembre, scriveva: “Il fatto che la sinistra non sopporti più Berlusconi […] non è in nessun modo determinante. Lo detesta e lo combatte dal ’94 con un doppio scarso risultato: non riesce a batterlo e intanto non ha ricostruito per sé sufficiente identità e un progetto forte”.

Lo stesso concetto, sebbene in una forma migliore, veniva espresso dopo il 14 da Antonio Polito su “Il Riformista”, in un articolo di cui basterebbe citare soltanto il titolo, “Il berlusconismo muore soltanto se c’è un’alternativa”, e la tesi, sconsolata, di Polito è che questa alternativa oggi non può essere rappresentata dal centrosinistra. E lo stesso può dirsi anche del lucido intervento di Michele Salvati sul “Corriere della Sera” del 17 dicembre (“Se l’opposizione ha perso deve rimproverare solo se stessa”). Di fatto l’attuale dirigenza del Pd sembra più incline a seguire la linea dettata da “Repubblica” che invita i democratici a stringere alleanze con Vendola e col terzo polo in una sorta di nuovo Cln, al solo scopo di abbattere il regime berlusconiano. Un’alleanza “contra personam”, che, come tutte le alleanze strette contro qualcuno e non per qualcosa, è l’esatto contrario dell’alternativa ventilata dai vari Polito, Piccolo e Salvati, e che, inutile dirlo, fa solo il gioco del Caimano.

Ora, però, gli amici di “Libertiamo” portano avanti la tesi che la vera alternativa al berlusconismo sia quella rappresentata da Gianfranco Fini e da “Futuro e Libertà per l’Italia”. Su questo magazine, prima del voto di fiducia, Carmelo Palma aveva scritto che, qualunque fosse l’esito del voto, Berlusconi avrebbe perso lo stesso: “il governo è finito e, con esso, il berlusconismo”. Sulla stessa linea, Piercamillo Falasca aveva affermato che il 14 dicembre avrebbe archiviato definitivamente l’identificazione del centrodestra con Silvio Berlusconi, e si è spinto a sostenere che, per il bene e per il futuro del centrodestra, “Berlusconi delendus est”. L’idea di Falasca è che il futuro (e anche il bene?) del centrodestra risieda nella pattuglia finiana di Fli e nel suo leader, l’attuale presidente della Camera. Ma questa ipotesi è stata smentita dai fatti, cioè dalla scelta di Fini di piazzare il suo partito all’opposizione all’indomani del voto di fiducia, e dalla successiva adesione dello stesso Fini al progetto del cosiddetto “terzo polo”. Scelta criticata da Alessandro Campi, il quale ha giustamente rimproverato Fini per la sua decisione di sfiduciare e chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio.

Così facendo, infatti, Fini ha dismesso totalmente il suo ruolo ‘istituzionale’ per attuare la sua “discesa in campo” contro Berlusconi (non contro ciò che Berlusconi rappresenta politicamente, si badi, ma contro Berlusconi e basta). Basterebbe questa virata ‘personalistica’ per far capire che la vera alternativa a Berlusconi, a questo punto, non può essere più rappresentata da Fini. Ma anche la situazione che si è venuta a creare all’indomani del 14 dicembre dice qualcosa a proposito. Non è vero, infatti, che, avendo incassato la fiducia con un margine di tre voti, Berlusconi non ha ottenuto niente. Ha ottenuto tantissimo: ha fatto crollare l’ipotesi di un governo tecnico o di ‘responsabilità nazionale’ , ossia dell’unica prospettiva che avrebbe potuto sancire la fine della sua esperienza politica. Un governo tecnico che riscrivesse la legge elettorale, infatti, avrebbe potuto permettere a Fini di progettare un centrodestra alternativo a quello costruito da Berlusconi. Ma la fiducia del 14 dicembre ha ottenuto precisamente il risultato di dissipare tale eventualità. Per questo motivo, se non si modifica la legge elettorale, l’alternativa di Fini non può essere interna al centrodestra.

Anche se, come ipotizzava giorni fa sul “Corriere” Angelo Panebianco, Berlusconi, nel tentativo di tendere la mano ai finiani o agli uomini dell’Udc, proponesse una modifica della legge elettorale, non credo che si arriverebbe a concretizzare l’alternativa che gli amici di “Libertiamo” sembrano auspicare. L’alternativa finiana (e anche quella del terzo polo) diventerebbe concreta solo se, via modifica legge elettorale, si arrivasse allo smantellamento del bipolarismo. Che, detto per inciso, è il risultato che (quasi) tutti, a sinistra come a destra, riconoscono come l’effetto principale (e benefico) della discesa in campo di Silvio Berlusconi. È dunque davvero difficile che Berlusconi voglia mettere fine al bipolarismo da lui stesso inaugurato (e decretare così la fine del suo movimento politico) al solo scopo di far galleggiare il governo per un paio d’anni. Molto più probabile e, a nostro parere, molto più auspicabile il ricorso alle urne. Se Berlusconi ha buona memoria, ricorderà come, nella precedente esperienza di governo (2001-2006), all’indomani della crisi aperta da Fini e Casini (la famosa ‘discontinuità’), alcuni (tra cui lo stesso Panebianco) gli consigliassero di andare alle elezioni anticipate. Berlusconi preferì il compromesso per mantenere in piedi il governo e tutti sappiamo come andò a finire. Oggi tutti ripetono che, se si andasse a elezioni, Berlusconi e il Pdl rischierebbero grosso, soprattutto al Senato. Può darsi, ma se c’è una cosa in cui Berlusconi eccelle (e anche questo è un merito che tutti gli riconoscono) è proprio convincere gli elettori in situazioni che sembrerebbero disperate ai più.

Ha ragione il solito Francesco Piccolo (“L’Unità”, 5 dicembre), quando dice che, invece della domanda che tutti si fanno (quando uscirà di scena Berlusconi?), c’è una domanda che nessuno si vuole fare e che, aggiungo io, sarebbe il caso di discutere in tutta franchezza: “Si può considerare finito un politico che se si andasse oggi a votare avrebbe grandissime probabilità di rivincere le elezioni, con un pezzo di coalizione in meno?”. Bisogna dar retta a Berlusconi quando dice “dopo di me il deserto”, non per venire incontro alle sue manie di protagonismo, ma perché (purtroppo o per fortuna) paradossalmente è il miglior ritratto dell’attuale situazione politica in Italia.